La morte del “socialismo dal volto umano”

La Primavera di Praga del prof Fieschi. Con qualche rimpianto

Roberto Fieschi

Son come falchi quei carri appostati,
corron parole sui visi arrossati,
corre il dolore bruciando ogni strada
e lancia grida ogni muro di Praga.

(dal testo di Francesco Guccini: La primavera di Praga)

Verso la metà degli anni Sessanta mi trovavo a Praga per un congresso scientifico. Chiacchierando con un gruppo di giovani ricercatori portai il discorso sulla politica nel loro paese; mi rispondevano che non si interessavano di politica, la politica era un affare dei politici di professione. Per me un segnale di allarme: quale poteva essere l’avvenire di un paese, un paese di grandi tradizioni civili, se i giovani delle classi sociali più elevate si disinteressavano alla politica?

Ero anche in confidenza con due ottimi fisici, Jan Tauc ed Emil Antoncik; parlando a bassa voce mi descrivevano la cappa di piombo del regime di Novotny, legato al modello sovietico, e le scarse speranze in aperture in senso democratico. In seguito il primo emigrò in America, il secondo in Danimarca.

Alexander Dubček

Poi arrivò Dubcek. Convinto della necessità di abbandonare il modello sovietico, Dubček riunì intorno a sé un folto gruppo di politici e intellettuali riformatori, diventando il maggiore interprete di una linea antiautoritaria – definita “socialismo dal volto umano” – e di una feconda stagione politica: la Primavera di Praga. Nel gennaio del 1968 venne eletto segretario generale del PCC al posto di Antonín Novotný, leader della componente più legata al Partito comunista sovietico, dando avvio al cosiddetto “nuovo corso”, una strategia politica volta a introdurre elementi di democrazia in tutti i settori della società.

Riemersero, in noi comunisti italiani, le speranze che i regimi del cosiddetto Socialismo reale avessero al loro interno le forze per rinnovarsi e adottare forme democratiche di governo. Io seguivo con passione le vicende cecoslovacche e leggevo i testi dell’economista Ota Sik.

Il consenso popolare ottenuto dall’azione riformatrice di Dubček suscitò ben presto la reazione di Mosca e degli altri regimi comunisti est-europei, che, infine, si risolsero a porre fine all’eterodossa esperienza praghese ordinando, nell’agosto del 1968, l’intervento delle truppe del Patto di Varsavia, che avvenne la notte fra il 20 e il 21: veniva così cancellata la possibilità di diverse vie al socialismo, riaffermata l’autorità assoluta del partito guida e il nefasto principio della sovranità limitata.

Privato del suo incarico nel 1969, Dubček fu espulso dal PCC l’anno seguente e si trasferì in Slovacchia, dove trovò impiego come manovale in un’azienda forestale. Acclamato durante la rivoluzione di velluto del 1989, dopo la caduta del regime comunista, Dubček fu riabilitato ed eletto presidente del Parlamento federale cecoslovacco. Recentemente ho letto l’autobiografia di Dubček, “Il socialismo dal volto umano” (1997); l’indignazione che suscita verso l’azione dell’Urss è senza limiti.

LA REAZIONE NEL PCI

Enrico Berlinguer

In Italia l’intervento sovietico scosse dalle fondamenta il Partito comunista. Il Pci, che aveva dato tutto il proprio sostegno al corso riformista di Alessandro Dubcek, condannò immediatamente l’invasione.

Ma bisognava dire di più. Non si poteva limitarsi a dire che l’invasione era stato un grave errore, bisognava ormai dire con chiarezza che era il sistema stesso che non funzionava più, che l’esperienza sovietica non era ormai più riformabile, sostenere una volta per tutte che il socialismo reale in Urss e nei paesi satelliti era fallito, dopo le speranze aperte con il XX° congresso del 1956.

Perché tante resistenze nel Pci? Certamente ci fu la paura di abbandondare un mito, come era quello dell’Unione Sovietica, che nel partito era ancora molto forte. Negli anni del fascismo la gente si era fatta ammazzare o aveva patito il carcere in nome di un socialismo che era impersonato anche dall’Urss. Inoltre si considerava ancora l’esistenza dell’URSS come indispensabile per tenere aperta in Occidente la prospettiva di un radicale superamento del sistema capitalistico. Forse influì anche la convinzione che una posizione più decisa avrebbe interrotto i finanziamenti che il partito in varie forme riceveva da Mosca. Comunque da allora il Pci, pur non rinnegando la sua appartenenza al campo socialista, acquistò via via una maggiore autonomia.

Solo un decennio dopo, nell’81, Berlinguer disse che si era esaurita la “spinta propulsiva” della Rivoluzione d’ottobre. Una presa di posizione importante ma tardiva. Credo che quel ritardo abbia contribuito all’accelerazione della liquidazione della storia comunista, mentre aver preso una posizione critica fin da subito forse avrebbe significato non subire lo shock dell’89.

A posteriori, penso che avrei potuto prendere, all’interno degli organi del partito nel quale credevo, una posizione apertamente critica sul silenzio del partito rispetto ai gravi difetti, quando non ai delitti, nei paesi del “socialismo reale”. Dopotutto la mia adesione al Pci, come quella di molti compagni, si basava sul suo passato e presente ruolo nazionale, largamente positivo.

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