La lezione di J.E.Williams: a 50 anni da “Stoner”

Un grande scrittore da riscoprire, tra Hemingway e Fitzgerald, mezzo secolo dopo il suo capolavoro

stonerA cinquant’anni dalla pubblicazione della sua opera principale – Stoner – e in prossimità dell’uscita della biografia, scritta da uno massimi specialisti del genere, Charles J. Shields (fra i suoi innumerevoli libri, si vedano quelli dedicati a Vladimir Putin e a Saddam Hussein), John Edward Williams, scomparso nel 1994 nel pressoché silenzio generale, è un autore che sta raccogliendo moltissima attenzione da critica e pubblico.

Ad esempio, La Stampa e Repubblica nelle scorse settimane hanno pubblicato ciascuno un’intervista a Nancy Williams, la sua quarta e ultima moglie. La stessa uscita dei suoi quattro romanzi in italiano è assai recente. Quelle di Stoner e di Butcher’s crossing risalgono al 2012, quella di Augustus al 2013 e quella del primo romanzo – Nulla, solo la notte – al 2014.

La riscoperta di Williams, operata dalla New York Review of Books nel 2006 con la ristampa di Stoner, può considerarsi completamente realizzata.

La lettura incrociata delle interviste appena citate e della sua opera principale, Stoner, fanno indubbiamente apparire curiosa questa emersione dal silenzio di John Williams e, in un certo qual modo, in linea con il personaggio letterario e no. Divertente ed esemplificativa la risposta di Nancy Williams alla domanda di Elisabetta Pagani per Tuttolibri. Se con Stoner, cinquant’anni fa, lo scrittore avesse avuto il successo che ha oggi, a detta di Nancy non sarebbe stato assolutamente un uomo diverso. Nulla al mondo avrebbe potuto cambiarlo.

Quanto si legge sui suoi ritmi di scrittura, quattro ore di mattina in cui veniva prodotta di norma una pagina e comunque non più di tre, l’allergia a rimettere mano al testo già scritto, le ore serali utilizzate per programmare quanto da scrivere la mattina successiva, sembrano fatte apposta per generare scritti cesellati fin nei minimi dettagli e indifferenti al successo – o al suo contrario – come al trascorrere del tempo. Come se Williams ci guardasse da lontano con sguardo ironico o forse del tutto indifferente…

Riprendendo la stessa intervista su Tuttolibri, John Williams può, di conseguenza, definirsi “un Hemingway senza spacconate, un Fitzgerald senza moda, un Faulkner senza sfarzo” e, seguendo il collega e amico Dan Wakefield, uno scrittore “quasi famoso per non essere stato famoso”.

Al di là di quello che sarà il seguito che nel tempo avranno le opere di Williams, resta il fatto che il romanzo Stoner è bellissimo.

Nel leggerlo, fin dall’inizio, si ha la sensazione di essere di fronte a un qualcosa di speciale, almeno per la tecnica di scrittura. Personalmente, ho avuto più volte la sensazione di avere fra le mani un giallo o un saggio, al limite una sceneggiatura, più che un romanzo nel senso classico del termine.

La trama è molto semplice e nota fin dalla prima pagina. William Stoner, di origini modeste, si iscrive all’università del Missouri per studiare agricoltura ed essere utile a migliorare l’attività paterna. Un seminario sulla letteratura inglese cambia la sua vita. Con molta fatica, almeno all’inizio, dirige la sua attenzione verso questo nuovo campo di studio. Diventa professore. La sua vita privata non è esaltante. Sposa una donna sbagliata, seguendo sempre le prime righe del romanzo, e conduce una vita quieta. Muore di cancro poco prima di andare in pensione e lascia un ricordo tenue fra i suoi colleghi di facoltà.

Alla trama semplice, al limite del banale, fa riscontro una scrittura scarna, con i personaggi che sono tratteggiati solo nelle loro linee essenziali e con descrizioni sintetiche, assolutamente minimali, di stati d’animo e vicende.

Ma proprio qui sta la bellezza del romanzo. Williams ha messo a punto una specie di meccanismo a orologeria, dove nonostante si sappia fin dall’inizio come andrà a finire la storia, non si riescono a staccare gli occhi dalla pagina. È nell’interazione fra singoli personaggi che nasce quel qualcosa di diverso e – se mi è consentito il termine – di vero, che fa di Stoner un romanzo imperdibile.

La moglie è sempre cattiva, così come il capo dipartimento; con la figlia, passati i primi anni, non ci si capisce. Con l’amico di sempre, invece, basta un cenno per capirsi. Il terzo amico, morto in Europa durante la prima guerra mondiale, è spesso presente nella mente del protagonista. Eccetera…

Ma questo non conta. Perché i singoli personaggi, direi Stoner incluso, non sono che rotelle in un meccanismo perfetto.

È proprio per questo che, almeno a mio avviso, è ben difficile dire se Stoner sia una persona di successo o meno, così come se con la moglie alla fine non ci sia una intesa più profonda di quanto le pagine del romanzo facciano intendere. O che, in generale, la ragione e il torto si possano dividere con certezza fra i vari personaggi. Il mondo va come deve andare e lo stesso Stoner ha avuto il destino che è stato capace di meritarsi. Senza acredine e senza ripensamenti.

Il protagonista muore con il libro di cui è autore fra le mani. Pur nei confusi ultimi suoi attimi di vita questo sembra emergere con chiarezza: la consapevolezza che – citando testualmente il romanzo – una piccola parte di lui stesso era nel libro e sarebbe rimasta lì.

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