Prato – Cosa hanno in comune un americano originario di Oak Park periferia di Chicago, e un italiano di Prato che si muovono come soldati nello scenario apocalittico della Grande Guerra? Ce lo racconta Chiara Recchia scrittrice, e fondatrice della sezione pratese dell’associazione “Proteo Fare Sapere” della quale è stata presidente, prima provinciale e poi regionale.
Nel suo pamphlet dal titolo “Kurt ed Ernest sul fronte italiano nella prima guerra mondiale”, evidenzia una serie di corrispondenti affinità del tutto sconosciute, tra Ernest Hemingway e l’allora ancora Kurt Erich Suckert, entrambi ufficiali volontari sul fronte italiano nel 1917 anno della tragica disfatta di Caporetto.
Kurt in “Viva Caporetto!”, poi “La rivolta dei santi maledetti”, descrisse nelle 116 pagine in tre edizioni rivedute e corrette 1919/21/23 ed auto-pubblicate presso la tipografia Martini a Prato, (le altre due a Roma per La Rassegna Internazionale), la sconfitta di quella drammatica ritirata con tutte le sue scomode verità, percepita però dalla propaganda ufficiale come ostile poiché essa esaltava invece l’eroismo dei soldati italiani di trincea e degli ufficiali.
Pagine che rappresentano la testimonianza più alta dell’orrore di una guerra persa con migliaia di uomini in uniforme mandati letteralmente a morire su cui invece l’Italia,giovane nazione, voleva ergersi vittoriosa. Non a caso la censura di ben tre governi,(Giolitti,Bonomi,Mussolini), si abbattè contro la pubblicazione di quel breve saggio e non poche vetrine che ne avevano ospitato le copie furono mandate in frantumi da parte di facinorosi nazionalisti e fascisti. La “colpa” del giovane ufficiale Kurt, se così vogliamo chiamarla, fu quella, come spiega Recchia, “di volere ad ogni costo svelare e valorizzare fatti che invece altri avevano occultato e rimosso per dare voce alle masse contadine che la rotta di Caporetto l’avevano “fatta e non subita”.
«Tutti quelli che hanno fatto Caporetto se ne sono, a un dato momento, infischiati o vergognati;non dico dimenticati, che non sarebbe esatto. La preoccupazione di non apparire vigliacchi o traditori della patria, ha spinto molti di noi a rinnegare il più bel gesto, il gesto più coraggioso della nostra esistenza di poltroni. Chi ha avuto il coraggio di abbandonare le trincee, nel mese di ottobre del 1917, lo dica schiettamente e a voce alta, nessuno potrà dubitare della sua franchezza e della sua lealtà di buon italiano.» (da Viva Caporetto!)
Nel volume “Addio alle armi”, pubblicato da Ernest Hemingway 11 dopo l’armistizio di Compiègne, (ricorre in questi giorni il 104esimo anniversario), rimaneggiato anch’esso dall’autore più e più volte, “c’è la stessa storia,- come spiega Chiara Recchia -, raccontata da Kurt Erich Suckert nove anni prima”.
Hemingway nelle 600 pagine del suo libro non tralascia alcun particolare su quella drammatica guerra di trincea descrivendola cruenta ,cattiva e con malcelata ironia, “Solo 7000 morti di colera al fronte a inizio inverno 1916!“, arricchendola con riferimenti anche autobiografici come la ferita da lui riportata a Fossalta e la storia d’amore con una infermiera inglese.
Un libro che però spaventò il dittatore fascista Mussolini la cui politica espansionistica di regime mirava ad imporre all’Europa un’Italia, potenza emergente imperiale e civilizzatrice, in una nuova gerarchia di nazioni per il cui fine serviva la guerra come strumento di pressione e mezzo decisivo per la risoluzione dei contrasti.Insistendo anche sulla propaganda di quei bravi soldati della prima guerra mondiale,sulla retorica della “giovane nazione in armi” e del fascista, “l’uomo nuovo” pronto ad immolarsi per la causa. Ed ecco che come avvenne per “Viva Caporetto!”, la scure della censura si abbattè su “Addio alle Armi”, e la sua pubblicazione fu vietata in Italia fino al 1945, nonostante il successo mondiale di pubblico e di critica.
Nelle pagine traspariva, come in quelle di Kurt, l’avversione alla guerra che non cede il passo all’ideologia salvìfica della patria. Anzi in “Addio alle Armi”, l’esperienza autobiografica del soldato Henry si amplifica,come dice Recchia, “in un contesto in cui si muovono tanti personaggi:uomini e donne presenti nel libro, siano essi ufficiali dell’esercito, medici e infermieri, semplici soldati o autisti delle autoambulanze americane e inglesi”. Mentre al contrario nel racconto di Kurt “Viva Caporetto!”, la folla sparisce per far posto ad un dialogo, «tra sordi, a gente che non sa e non vuol non vuole capire, gente che non ha fatto diretta esperienza della guerra».
Ma in entrambi c’è il fil rouge del sentiment comune sull’inutilità della strage di Caporetto, e la ritirata quale unico e vero antidoto al male della guerra che in Hemingway diviene j’accuse,«contro i furbi imboscati, che addirittura si meravigliano e si sdegnano contro i fanti in ritirata davanti ai tedeschi che avanzano, cercando di sfuggire al destino di quei 350.000 che invece erano già morti negli anni di guerra precedenti».
La verità è che sia l’americano che l’italiano, entrambi giornalisti e scrittori ancor prima che soldati, grazie alla loro potente vis narrativa, riescono nell’intento. E cioè di raccontare la guerra così come essa è realmente senza l’ingombrante maschera dell’amor patrio, modus ponens nelle parole semplici ma crude di un ufficiale arruolatosi volontario in guerra: «Sono stato uno scemo». ( da Addio alle Armi). D’altra parte,anni dopo, sarà ancora Kurt, stavolta Malaparte nel suo libro “La pelle” a scrivere: «È una vergogna vincere la guerra».
Un’opera questa,se vogliamo, ancora più disperata di “Addio alle armi” di Hemingway perché, seppur priva di un tragico finale,l’autore ormai adulto scava senza sconto alcuno nel mondo perduto dei vinti della guerra:un misto di tragedie e meraviglie,di brutture umane ed incantevoli visioni; memories che si stagliano come abbaglianti flash sullo sfondo di Napoli,deposta capitale del regno meridionale nemmeno cento anni prima, appena liberata dalle truppe alleate.