Il quadro è lucido. La dimensione scenica è una scansione netta, asciutta, precisa, che si evolve e si muove morbida senza soluzione di continuità. Una sequenza dopo l’altra, schermi e sipari, ombreggiature espressioniste separano gli ambienti, in un gioco di silhouette, trasparenze e apparizioni, un procedere allucinato e incalzante, balenante fra la violenza della modernità e l’elegia aurorale della classicità.
In cartellone al Maggio mancava dal 1998 il Wozzeck di Alban Berg, quando a dirigerlo furono William Friedkin in cabina di regia e Zubin Mehta sul podio (memorabile per grandiosità e gigantismo resta quello del 1979 impaginato da Liliana Cavani e da Bruno Bartoletti). Ora il povero Wozzeck, creato da Georg Buechner (il dramma uscì postumo nel 1879, il suo autore era morto 23enne nel 1837), un relitto umano divenuto proverbiale, impotente di fronte al destino, rifiutato, angariato, vessato e umiliato a destra a manca, potentemente esalato dalle tonalità novecentesche di Berg, trova una nuova, bellissima, esecuzione nello spettacolo in scena in Sala Grande firmato da Deborah Warner (al suo debutto al Maggio) sotto la guida, alla testa dell’orchestra e del coro del teatro, da Thomas Guggeis, che qui dirige il suo primo titolo lirico.
L’allestimento battezzato con grande successo nel 2023 al Covent Garden di Londra, si fa apprezzare per in stile vagamente minimalista ma fortemente espressivo. La parabola di Wozzeck ha un che di apocalittico che la regia di Deborah Warner (la prima donna alla fine degli anni 80 a lavorare per la Royal Shakespeare Company) bagna nel rosso sangue della sopraffazione e dello sfruttamento, nella brutalità dei comportamenti quotidiani e delle rapporti affettivi, lava nelle promiscuità degli ambienti, nel cameratismo della soldataglia, nei gabinetti medici che profumano di angherie e sevizie, diluisce nel pulviscolo di una natura scarna e scarnificata, rimossa come ricovero e annullata come rifugio, una natura malsana, congrua con quello che vediamo giorno dopo giorno nel nostro sciagurato presente.
La regia oscilla fra verismo e romanticismo, accoglie il ruolo emblematico del soldato semplice Wozzeck (vittima del sistema il milite Wozzeck non è ignoto, perché nota, da che mondo è mondo. è la sua configurazione come incubo ossessivo e progressiva perdita di sé) ma non lo fa prigioniero, gli dà spazio, vedute panoramiche, sconfinati ermetismo che Berg ramifica e contrae, amplifica e distrae, eccita e disorienta, magmaticamente, energicamente, ecletticamente esplora e rende visibile, palpabile, afferrabile come cosa viva. Che ti stringe addosso stupore e densità, trauma e malessere, rabbia e disperazione, mestizia e desolazione, follia e commozione.
Berg assiste a una recita del dramma di Büchner nel 1914 e ne rimane profondamente colpito, tanto da decidere di trasformarlo in opera. Completata nel 1922, Wozzeck debutta alla Staatsoper di Berlino il 14 dicembre 1925 riscuotendo un grande successo. Berg concepì l’opera come un sistema di forme chiuse dove ogni scena di ogni atto rimanda a una struttura formale della tradizione strumentale occidentale come la suite, la rapsodia, la marcia, la passacaglia, riviste attraverso una scrittura orchestrale livida e angosciata.
Sul versante della vocalità, spicca il canto quasi parlato in Sprechgesang di Wozzeck, che rinunciando a ogni artificio melodico sottolinea la dolente umanità del protagonista. Dice il maestro Guggeis: “Wozzeck riesce a combinare una dimensione realistica, nel rappresentare personaggi e situazioni, a una dalla forza più immaginativa, che risulta molto poetica. Wozzeck è un’opera densa, con un arco drammatico semplicemente perfetto e una architettura da 15 scene, ognuna con la sua caratteristica: cambia tutto da un momento all’altro, accade sempre qualcosa di nuovo”.
Trasferita ai giorni nostri la messinscena di Warner evita il facile rigurgito di denuncia e immedesimazione storica (il potere, il militarismo, lo sfruttamento, la povertà, l’alienazione viaggiano su strade millenarie) e non trova (giustamente) una cornice cronologica identificabile. Siamo piuttosto oltre l’identitario, il comunicabile, siamo nel perimetro nella disillusione delle aspettative, siamo sull’arengario della precarietà, siamo nella sala d’attesa della spartizione di un mondo di cui si sono perse le coordinate (anche geografiche e lasciamo perdere valori e ideali).
Tutto questo, che sentenzia la riuscita di una spettacolo memorabile, non sarebbe possibile senza una adeguata compagnia di voci: Wolfgang Koch (Wozzeck), Anja Kampe (Marie), Ian Koziara (il tamburmaggiore), Sam Furnes (Andres), Helena Rasker (Margherita), Wolfgang Ablinger-Sperrhacke (il capitano), Clive Bayley (il dottore). Tutti cantanti e attori straordinari. Indimenticabile il Wozzeck di Wolfgang Koch, un folle dimesso e senza storia, senza fortuna e senza gloria, accecato dall’oscurità, che corre, lavora, suda, soffre e uccide muovendosi inesorabilmente. Ancora mercoledì 30 settembre alle 20 e sabato 3 ottobre alle 15,30.