La crisi come problema interno

Leggere la crisi economica italiana, fino a quando si leggono solo i quotidiani, o gli status – d’animo o sui social network – della gente è, tutto sommato, piuttosto facile. La colpa è della politica, anzi, no, del Governo, ma anche forse della Cina, con la complicità degli immigrati, dei junk bond argentini, della speculazione tedesca, dei sindacati, delle tasse, dei costi del lavoro troppo alti, di chi vuole vivere al di sopra delle proprie possibilità, del fallimento della Grecia, con punte di mutui subprime statunitensi causa zona di bassa pressione sull’Atlantico. Leggerla alla luce dei dati, invece, è un po’ più complicato, e presenta anche momenti di vera suspence, come in ogni buon thriller che si rispetti. I dati Eurostat, infatti, fotografano una realtà italiana nella quale i costi del lavoro sono in realtà più bassi della media europea, e più bassi di tutti gli altri Paesi UE (a eccezione dell’Irlanda) che presentano una realtà economica più florida della nostra. Ha però salari più bassi di tutti questi Paesi, mentre il gap fiscale è inferiore, al massimo, al 4; quindi, non sono i costi, il problema. Perlomeno, non i costi presi in quanto tali. Quanto ai ricavi, essi sono, di nuovo sorprendentemente, in crescita, e in crescita netta ed incontrovertibile per quanto riguarda l’export. Mettendo assieme i dati, significa che per i prodotti che esportiamo non accusiamo la concorrenza internazionale; quindi, la Crisi è semmai un problema interno.

Allora, guardiamo i dati dell’impresa italiana. Il 95% delle ditte italiane conta meno di 9 dipendenti; di queste ditte, il 60% appartiene a imprenditori con oltre 60 anni di età. Di questo 60%, i tre quarti chiuderanno i battenti nel momento in cui il titolare lascerà, ovvero, per forza o per amore, molto ma molto presto. In sostanza, circa la metà delle ditte italiane chiuderà entro 3 – 5 anni, lasciando a casa tutti i dipendenti. Assorbiti, si spera, da altre ditte nate nel frattempo; ma per molti settori sarà impossibile, perché la manifattura italiana, ferma a logiche del dopoguerra, non è concorrenziale. Il minor costo del lavoro italiano, considerando quel 4% in più di tasse, è il risultato del risparmio attuato dagli imprenditori su salari, investimenti strutturali, formazione, sicurezza, comunicazione e ricerca; a profitti crescenti, significa che l’operaio non può comprare il prodotto che costruisce, mentre il suo titolare mette da parte. Il che, unito ad una legislazione italiana attuale che prevede flessibilità totale, facilità di licenziamento, de-reificazione del fallimento, depenalizzazione e condono di falso in bilancio e frodi fiscali, forse chiarisce come mai i consumi interni degli italiani, se e quando in possesso di stipendio, si sono fatti sia scarsi sia titubanti.

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