Job Act? Bello il titolo, ora vediamo il film. Analisi della proposta renziana

Anatomia della proposta di riforma del lavoro presentata da Renzi. L’analisi punto per punto dell’economista Leonello Tronti

Job Act? Bello il titolo, ora vediamo il filmLeonello Tronti*

1) Nuovo codice del lavoro in otto mesi.
Si tratta né più né meno dell’idea – e del lavoro già fatto – di Pietro Ichino, che ha da tempo depositato in Parlamento uno o più disegni di legge con il testo da lui proposto. Sotto il profilo metodologico l’idea di Ichino è sacrosanta: prendere tutto il diritto del lavoro italiano, semplificarlo e farne un codice unitario di non più di 70 articoli con non più di 10 commi ciascuno; e poi tradurlo in inglese, per gli investitori esteri, e cassare tutto quello che è intraducibile perché concettualmente assente dal diritto anglosassone, e infine ritradurre il codice in italiano, è senz’altro un esercizio utile. E andrebbe esteso a molti altri ambiti del diritto civile, tra cui gli appalti, il diritto tributario e quello societario. Bisognerebbe però non solo togliere quelli che non c’è, ma aggiungere quello che c’è nel diritto anglosassone. Che so, la galera per gli evasori (c’è già ma solo per casi molto gravi), l’azionariato sindacale tramite i fondi pensione, i diritti degli azionisti, il diritto di common law, il diritto di informazione dei cittadini, la tutela rigorosa della concorrenza in tutti i settori, il referendum propositivo ecc.

2) Numero dei contratti. Uno dei punti di partenza è la riduzione delle varie forme contrattuali, oltre 40, “che hanno prodotto – scrive Renzi – uno spezzatino insostenibile”.

Ovviamente sono d’accordo. Ma il problema è che non si tratta solo di forme di lavoro dipendente (che comunque sono divise tra forme a causa unica – lavoro – e forme a causa mista – apprendimento e lavoro); ci sono anche le diverse forme di lavoro autonomo (contratti a progetto, partite IVA, associati in partecipazione, soci di coop) e quelle di lavoro “somministrato” (interinali e staff leasing). Anche volendo disboscare con la motosega, non mi sembra possibile arrivare a meno di un certo numero di diverse forme di lavoro (7-8). Sarebbe in ogni caso un buon progresso.

3) Tutele crescenti. Renzi non cita mai l’articolo 18 ma parla di un “processo verso un contratto di inserimento a tempo indeterminato a tutele crescenti”.

Si tratta della proposta Boeri-Garibaldi. Quella originale prevedeva, mi sembra, l’esenzione dall’articolo 18 per i primi tre anni di lavoro. Qui si parla di contratto di inserimento, quindi specifico per i giovani e/o primi impieghi, o anche altri tipi di inserimento (reinserimento di licenziati, cassintegrati, mobilitati ecc.)? Si tratta comunque di prolungare e di molto il periodo di prova. Tre anni è un periodo lunghissimo. Potrebbe essere più accettabile se dopo la prova si estende l’art. 18 a tutti, togliendo il limite dimensionale, salvo ad esempio decisione inappellabile del giudice di un compenso sostitutivo per inapplicabilità del reintegro in determinate condizioni sfavorevoli (imprese troppo piccole, rapporti troppo conflittuali ecc.). La questione dimensionale verrebbe valutata caso per caso.

4) Eliminazione della figura di dirigente a tempo indeterminato nel settore pubblico. “Un dipendente pubblico è a tempo indeterminato se vince concorso. Un dirigente no. Stop allo strapotere delle burocrazie ministeriali”.

Mi sembra una cosa insensata. I dirigenti pubblici dovrebbero semmai essere decontrattualizzati, seguire un percorso di selezione professionale molto severo ed essere valutati anche sull’etica professionale. Un po’ come i beamten tedeschi.

5) Assegno universale. Per chi perde il posto di lavoro, il job act prevede “un assegno universale, anche per chi oggi non ne avrebbe diritto, con l’obbligo di seguire un corso di formazione professionale e di non rifiutare più di una nuova proposta di lavoro”.

Non si capisce: una cosa sono quelli che perdono il posto di lavoro (licenziati, cassintegrati – non tutti – mobilitati, al limite esodati), un’altra quelli che hanno bisogno di un sussidio (disoccupati e anche in cerca di primo impiego). A spanne andiamo da 1 milione e rotti a 4 milioni e mezzo. L’assegno universale a 800 euro costerebbe così, senza contributi, da 11,5 a 43 miliardi di euro l’anno. Un costo esorbitante, anche riassorbendo la spesa per tutti gli ammortizzatori normali e in deroga.

6) Rappresentanza sindacale in Cda. Matteo Renzi ha proposto il varo di una legge sulla rappresentanza sindacale sul modello tedesco. E’ necessaria, ha spiegato il segretario del Pd nella Enews, una “legge sulla rappresentatività sindacale e presenza dei rappresentanti eletti direttamente dai lavoratori nei Cda delle grandi aziende”. Un punto sul quale aveva discusso anche con il segretario della Fiom, Maurizio Landini, da sempre promotore della norma.

Rappresentanza sindacale e partecipazione ai CdA sono cose molto diverse, per quanto potenzialmente connesse. Una norma sulla partecipazione darebbe finalmente attuazione all’articolo 46 della Costituzione, finora disatteso. Certamente la Cgil è molto interessata a una norma sulla rappresentanza, ma non mi risulta che Landini sia promotore della presenza di rappresentanti dei lavoratori nei CdA delle grandi imprese. L’idea è interessante, va visto come sarà sviluppata.

7) Agenzia unica per l’impiego. La bozza proposta da Renzi prevede la creazione di un’Agenzia unica federale “che coordini e indirizzi i centri per l’impiego, la formazione e l’erogazione degli ammortizzatori sociali”.

È un’idea che da tempo si agita nel PD, con il fine di applicare le condizionalità ai sussidi ponendo in capo ad un unico soggetto la certificazione dello stato di disoccupazione e l’erogazione dei sussidi. Non sono contrario per principio, ma sono assai favorevole al fatto che l’Agenzia o gli stessi Centri per l’impiego facciano anche consulenza, matching e selezione per le imprese, sul modello Anpe francese. Solo se sono davvero capaci di dialogare contemporaneamente con lavoratori e datori di lavoro i servizi per l’impiego possono migliorare la loro efficacia.

8) Obbligo di rendicontazione online. Obbligo di pubblicare online ogni spesa “per la formazione professionale finanziata da denaro pubblico”. Unico presupposto deve essere “l’effettiva domanda delle imprese”. Renzi propone anche di introdurre “criteri di valutazione meritocratici delle agenzie di formazione” con la minaccia di cancellarle dagli elenchi “per chi non rispetta determinati standard”.

Idea espressa male, si riferisce alle imprese? Sono favorevole in principio alla valutazione di merito, e non solo di conformità alla normativa, di tutti i fornitori da parte delle PA. Un’anagrafe nazionale dei fornitori con i giudizi sulla qualità dei servizi forniti da parte delle Amministrazioni che se ne sono serviti. Essere fornitore della PA deve diventare un titolo di merito, non un’occasione di guadagni gonfiati. Se lo Stato è capace di selezionare i suoi fornitori può acquistare servizi a costi anche inferiori a quelli di mercato, perché ripaga i fornitori in reputazione. Ma deve saper selezionare e valutare i servizi resi.

9) Per le aziende si parte dai costi per l’energia: Renzi propone di ridurre del 10% l’onere per le aziende, soprattutto per le piccole imprese, quelle che soffrono di più. Il documento parla anche di un taglio alle tasse per le aziende: “Chi produce lavoro paga di meno, chi si muove in ambito finanziario paga di più, consentendo una riduzione del 10% dell’Irap”.

Tutte cose in teoria giuste, ma bisogna vedere i conti. Chi finanzia il costo dell’energia per le piccole imprese? L’idea di imposte differenziate per le imprese produttrici di beni e servizi (che ‘producono lavoro’) e per quelle “che si muovono in ambito finanziario” mi pare utile. Ma basterebbe già l’equiparazione di una situazione che risulta oggi del tutto fuori degli standard europei in quanto nettamente favorevole alle rendite finanziarie. Poi c’è il problema non indifferente che le imposte sul reddito delle persone giuridiche sono statali mentre l’Irap è regionale.

10) Camere di commercio. Nel Job Act è anche prevista l’eliminazione dell’obbligo di iscrizione alle Camere di Commercio: “Piccolo risparmio per le aziende, ma segnale contro ogni corporazione”. Le funzioni delle Camere, secondo Renzi, possono essere svolte da un Ente territoriale pubblico.

Senza vedere il disegno della norma non si può dire nulla.

11) Burocrazia. Il documento prevede un “intervento di semplificazione amministrativa sulla procedura di spesa pubblica sia per i residui ancora aperti (al Ministero dell’Ambiente 1 miliardo di euro sarebbe subito a disposizione) sia per le strutture demaniali sul modello che vale oggi per gli interventi militari”. Renzi propone di adeguarsi alla normativa in vigore per i sindaci: “Decidono destinazioni, parere in 60 giorni di tutti i soggetti interessati, e poi nessuno può interrompere il processo”.

Favorevole in principio ai titoli, ma anche qui bisogna vedere il testo della norma.

12) Trasparenza. Adozione dell’obbligo di trasparenza: amministrazioni pubbliche, partiti, sindacati hanno il dovere di pubblicare online ogni entrata e ogni uscita, in modo chiaro, preciso e circostanziato.

Prima ancora sindacati e partiti hanno l’obbligo di avere statuti democratici, in applicazione della Costituzione, norma tutt’altro che attuata. Se poi tutti pubblicano bilanci certificati (cosa che alcuni già fanno) di certo male non fa. Ma non è questa regola di trasparenza che crea lavoro.

13) Piano industriale per sette settori. Il segretario del Pd avanza la proposta di scrivere un piano industriale specifico per sette settori (Cultura, turismo, agricoltura e cibo; Made in Italy; Ict; Green Economy; Nuovo welfare; Edilizia), “con indicazione delle singole azioni operative e concrete necessarie a creare posti di lavoro”.

Il vero succo di tutto il Piano potrebbe essere questo. Se davvero Renzi è in grado di proporre a Governo e Parlamento un piano industriale ben fatto per i sette settori dimostra di avere raccolto positivamente la sfida lanciata dalla Cgil con il Piano del Lavoro 2013. Mi sembra questa l’unica vera carta vincente sul piano economico, che potrebbe ridare fiato e prospettiva all’economia italiana e ad un’ccupazione sostenibile e non precaria. Ovviamente qui, più ancora che altrove, il titolo va benissimo, ma bisogna poi vedere cosa c’è nel film.

*Economista, Direttore dell’Ufficio per la formazione dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni presso il Dipartimento della funzione pubblica

In collaborazione con Stamp Toscana

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