Sta per prendere il via oggi, tra pochi minuti, nella Sala Affreschi del Consiglio regionale in Via Cavour 4 Firenze la presentazione del libro di Carlo Fabbri “Concino Concini maresciallo d’Ancre. Ascesa e caduta di un gentiluomo alla corte di Francia”.
Abbiamo rivolto all’autore alcune domande su questo lavoro impegnativo che si avvale anche di fonti inedite d’archivio e di documenti molto rari
Concino Concini e Leonora Galigai una coppia di fiorentini che fece fortuna alla corte di Francia. Quali i motivi della loro ascesa?
Concino era nipote del segretario e uomo di fiducia di Cosimo I de' Medici, Bartolomeo Concini, che con la sua azione diplomatica gli aveva fatto ottenere dal papa il titolo di granduca; aveva seguito per lui le fasi della guerra contro Siena ed aveva poi procurato allo stesso Cosimo il riconoscimento internazionale della conquista di quella repubblica. Sempre per suo incarico si era interessato dei conclavi e forse aveva preso anche parte alle trattative diplomatiche precedenti l'elezione dei pontefici.. Il padre Giovan Battista aveva continuato a servire i granduchi come senatore e segretario, ed era stato uno dei primi ad essere nominato Cavaliere di Santo Stefano. Quindi Concino aveva ricevuto già in casa "lezioni di diplomazia" e fuori una discreta preparazione, perché aveva frequentato l'università di Pisa. Leonora era invece figlia della nutrice di Maria de' Medici e quindi "sorella di latte" della futura regina di Francia ma anche sua amica intima e confidente perché aveva passato tutta la sua vita accanto a lei. Tutto questo facilitò la loro ascesa politica ed economica alla corte di Francia, soprattutto dopo la morte del re e la "reggenza" assunta da Maria
Ma come fu possibile che persone così potenti e accorte si siano lasciate sorprendere e travolgere dagli avvenimenti?
Forse se da una parte Concino si fosse accontentato del potere raggiunto ed avesse mostrato più deferenza nei confronti del giovane re Luigi XIII che anelava ad assumere il potere in proprio e, dall'altra, Leonora avesse posto un freno alla sua "avidità" di accumulo di ricchezze, non avrebbero fatto la fine che fecero; scrisse di lei Richelieu nelle sue memorie: "Se fosse stata meno ricca, sarebbe stata più al sicuro nella sua fortuna avversa".
Lei ritiene che siano due figure da rivalutare ?
Sì, certamente, tenendo conto dell'impronta che hanno lasciato nella storia; in Francia specialmente, dove su di loro si è scritto molto in passato ma in maniera soprattutto negativa, fatte salve le dovute eccezioni come un saggio di Voltaire o la biografia di Fernand Hayem dei primi del Novecento. Oggi le cose si stanno evolvendo in meglio e la figura di Concino come statista viene rivalutata, specialmente attraverso saggi documentati come quelli di Hélène Duccini. In Italia di loro è stato scritto poco e spesso si è accettata un po' troppo passivamente la fama negativa proveniente d'oltralpe.
Quanto contribuì ad alimentare la leggenda nera dei due Concini la loro condizione di stranieri e di "fiorentini"?
Moltissimo. Basta scorrere le pagine dei tanti pamphlet scritti contro i Concini e perfino contro Maria de' Medici per rendersene conto. Valgano per tutte queste parole scritte all'indomani dell'assassinio di Concino: "Addio dunque coglioni scoglionati, tornate nel vostro paese e non venite più a dettar legge da noi, perché, se per caso ci verrete, troverete di nuovo a chi parlare!" Nemmeno con Mazzarino, successore di Richelieu, si sarebbe mostrata d'altra parte più tardi molta tenerezza.
Cosa l'ha spinta a scrivere questo libro?
Ho cominciato a raccogliere materiali d'archivio (in particolare nell'Archivio di Stato di Firenze) e pubblicazioni di ogni tipo per cercar di saperne di più sui miei antichi conterranei, senza per questo essere spinto da intenti "celebrativi" che sarebbero fuorvianti per chiunque faccia ricerca storica. Quando le notizie raccolte, alle quali si sono aggiunte quelle che ho trovato in rete, dove oggi sono riprodotti e pubblicati testi rarissimi o introvabili come i pamphlet, ho cominciato a preparare la stesura del libro. A che cosa servirebbe fare delle scoperte, che sono peraltro anche emozionanti di per sé, se non le si condividesse con gli altri? Non a caso dirigo la collana "ad fontes", di cui il volume fa parte e che ha come scopo fondamentale quello di pubblicare "documenti".