E’ in corso a Milano, presso la nuova Galleria Giovanni Bonelli, dell’omonimo gallerista mantovano, in Via Porro Lambertenghi 6, la mostra Vienna e dintorni, curata dall’architetto Gianni Pettena, nato a Bolzano ma ormai dai tempi dell’università, attivo a Firenze dove vive in quel di Fiesole. STAMP è andato a intervistarlo, iniziando così una serie di “intercettazioni” fuori dalla Toscana dei suoi più illustri concittadini.
Ci vuole descrivere la mostra da lei curata, architetto Pettena?
“Sono una quarantina di opere tra dipinti, disegni, fotografie, fotomontaggi, modelli, alcune delle quali provenienti dal Museion di Bolzano che presentano i lavori di Raimund Abraham, Hans Hollein, Max Peintner, Walter Pichler, Ettore Sottsass, e miei (nella foto), sei architetti, artisti a tutto tondo. Personalità che hanno avuto percorsi dalle evoluzioni diverse, ma che contengono gli stessi elementi di attitudine all’osservazione, al racconto, che emergono rivelando sensibilità comuni. In questo caso partendo concettualmente dall’appartenenza al movimento “radical”.
C’è anche una connessione geografica?
“Il mio pensiero è stato di fare una mostra su una vecchia idea: indagare le connessioni e gli strumenti di artisti con una comune origine geografica e culturale (l'ampia area connotata culturalmente e geograficamente dall'amministrazione austroungarica, comprendente Milano, Venezia, il Trentino e il Veneto fino al 1918) che ritrovano, in linguaggi e itinerari, un comune volere e sentire. Un’area in cui si sente la forza delle Alpi. Io e Sottsass siamo ladini, di Bolzano, mentre gli altri sono di Innsbruck; nati tutti nella prima metà del Novecento a pochi chilometri gli uni dagli altri (in vita ci sono oggi Hollein e Pichler). Per la prima volta sono esposti i disegni e i progetti originali da cui si capisce la nostra intenzione di fare un lavoro interdisciplinare, noncuranti dei confini geografici”.
Come si esprime il vostro sentimento per il territorio montano in cui siete nati?
“Ci sono per esempio, foto di scalate che mostrano la nostra lotta di umani con la natura, e i disegni di Hollein che rappresentano il corpo della moglie quasi fosse un paesaggio”.
Nel 1962 Hollein e Pichler affermavano che “tutto è architettura” facendo sì che la sperimentazione venisse condotta con linguaggi spesso lontani da quelli del progetto. La ricerca assumeva quindi varie forme: dalla visionarietà delle strutture di Abraham al rigore concettuale ed esistenziale di Pichler, dalla traduzione di concetti in forma di architettura di Hollein all’ultrarealismo grafico di Peintner, dalle performaces di Pettena alle ceramiche e ai mobili sperimentali di Sottsass.
Negli anni Sessanta e Settanta, periodo sul quale si focalizza la collettiva, la volontà era quella di andare oltre l’architettura, di affinare nuove forme espressive per progettare una “città invisibile”, concepita per il futuro in base alle intuizioni del presente.
Il senso della mostra sta nel rimettere all’attenzione di pubblico e critica l’attualità del lavoro di questi architetti-artisti le cui domande tuttora si pongono come base per il lavoro dei progettisti, ma anche degli artisti, di oggi e del futuro. L’esposizione che ha carattere museale unisce quindi, in modo sofisticato, arte e architettura: i sei architetti protagonisti si sono infatti contraddisti nella storia del “progetto” proprio per aver saputo sconfinare nei territori dell’arte, dalla performance alla fotografia, dalla grafica al disegno all’installazione.
Chiusura il 2 febbraio 2013.