Le elezioni per il rinnovo del Parlamento dell’Unione Europea del 25 maggio scorso sono state “critiche”. Si è avuto una bassa percentuale di votanti. In Francia ed in Gran Bretagna il maggior consenso è andato a due partiti “no Europe”. Negli altri paesi, significative percentuali di cittadini hanno votato,comunque, per partiti “euroscettici”. In sostanza il 30% circa dei votanti ha manifestato il non consenso all’Unione Europea. Naturalmente si tratta dell’U.E. che conoscono: costituita nel 1957, che dal 1979 si avvale del suffragio universale per scegliere i propri amministratori, che nell’ultimo decennio ha più che raddoppiato i propri stati membri, che dal 1999 si è dotata dell’Euro, moneta facoltativa per gli stati membri.
L’Unione Europea è un attore necessario della politica internazionale. Costituita nel novecento ha bisogno,però, di adeguarsi alle sfide del mondo contemporaneo –profondamente diverse da quelle del 1957, del 1979 e degli anni ’90- per non essere superata e quindi diventare un fattore negativo.
L’ordine mondiale del ventunesimo secolo e le relative dinamiche sono già oggi molto diverse da quelle del ‘900. L’Europa, per la sua storia, potrà e dovrà continuare a dare un significativo contributo al nuovo ordine mondiale che si sta costituendo.
Questo però chiede cambiamenti delle politiche che in Europa si sono sviluppate negli ultimi decenni. Europeismo ed anti-europeismo sono i due grandi schieramenti usciti dalle elezioni dello scorso 25 aprile. Il frutto della dicotomia tra un progetto liberal-democratico da un lato, ed un progetto nazional-populista dall’altro.
Si tratta di valutare i modi d’intendere la giustizia sociale: l’attenzione all’universalità di chi contribuisce al bene comune, in un caso, l’essere parte della stessa famiglia sociale, nell’altro. Nel corso della campagna elettorale, in alcuni paesi Europei si sono constatate retoriche razziste contro gli immigrati e l’identificazione dell’oligarchia finanziaria e del complotto ebraico contro l’Europa cristiana. Vecchia retorica delle destre populiste utilizzata nel contesto sovranazionale, per contrastare il progetto europeo.
Questa esperienza richiede,però, che si sviluppi una maggiore consapevolezza, che si ha bisogno di un più d’Europa. Nel ventunesimo secolo stiamo constatando un profondo mutamento nelle dinamiche globali: la Cina ha ormai un ruolo mondiale; l’India sta rimodellando il proprio futuro grazie ad una nuova creatività imprenditoriale e ad innovazioni nella politica sociale; Il Brasile sta innalzando i suoi standard di vita grazie a programmi contro la povertà.
Ma “l’ascesa del sud” è un fenomeno più vasto. Turchia,Messico,Thailandia, Sud Africa, Indonesia ed altri paesi in via di sviluppo stanno diventando attori a livello globale. Il rapporto sullo sviluppo umano del 2013, valutava in più di 40, i paesi del mondo in via di sviluppo, che hanno ottenuto risultati migliori del previsto in termini di crescita.
Ciascuno di questi paesi ha una propria storia e sta seguendo un proprio percorso di sviluppo che prevede di affrontare molte analoghe sfide. Nel contempo chiedono a governi ed istituzioni internazionali d’essere ascoltati. Il processo di sviluppo di questi paesi potrebbe promuovere anche un maggior progresso internazionale