Firenze – Il museo deve essere come un maggiordomo, dice Mario Vargas Llosa. Ci deve essere, ma non si deve vedere. Proponimento difficile, ma il Museo degli Innocenti sembra farlo proprio, nonostante l’appariscente ingresso dorato che dalla piazza ti porta dentro la macchina brunelleschiana.
A parlare sono l’architettura e la storia che fanno di questo un luogo unico. I curatori hanno tessuto un racconto che, finalmente, mette insieme le opere, da Sandro Botticelli a Domenico Ghirlandaio, con le tracce dei bambini e delle bambine che lì hanno vissuto. Si ricompone così un’unitarietà culturale niente affatto scontata. L’opera d’arte non è presentata come un assoluto a sé, ma in relazione con la società in cui è nata. Per far questo hanno lavorato in gruppo storici dell’arte, dell’architettura e antropologi. E neanche questo è facile perché è ancora forte l’idea di un museo d’autore.
Lo hanno realizzato con equilibrio senza cedere al virus della spiegazione che spesso uccide le migliori intenzioni. Impeccabili gli apparati informativi. Il percorso – a prova anche di carrozzina – dai sotterranei al verone dello stenditoio, con immagini inedite di Firenze, ha appigli solidi che ti fanno sentire bene nel luogo. Una misura e una forma che si ritrovano nei segni messi addosso a bambini e bambine prima di abbandonarli alla ruota.
Anche in questo caso l’esposizione è stata risolta con rispetto di quelle reliquie di angosce che qualche mamma, forse, non è riuscita a dissolvere per tutta la vita. Ha sicuramente giovato ai curatori lavorare all’interno di un’istituzione che continua ogni giorno a confrontarsi con i problemi dell’infanzia e delle famiglie. E’ una sensibilità che si avverte. Il Museo degli Innocenti lancia un segnale nuovo nel panorama dei musei fiorentini e non solo. Il biglietto costa sei euro e anche questo è un buon segno.