Imprese ed enti pubblici, i pagamenti in ritardo “prevedibile rischio”

Cgia Mestre: 58,6 miliardi i mancati pagamenti della PA

Imprese private e Stato, cosa succede se l’ente pubblico non paga e le imprese, in particolare le Pmi, si trovano nell’impossibilità di onorare le spese fiscali? In altre parole e più brutalmente: lo Stato che non paga può chiedere a sua volta di pagare subito le tasse alle aziende che abbiano stipulato un rapporto di lavoro col pubblico, magari pure esclusivo? Secondo la Corte di Cassazione, il ritardato pagamento della PA ai soggetti privati che abbiano a che fare, in modo anche esclusivo, con la PA, rappresenta un evento prevedibile e ricorrente. Un principio foriero di conseguenze per le Pmi in particolare, in quanto non possono invocare la causa di forza maggiore, qualora si trovino in crisi di liquidità causa il ritardo dell’ente pubblico nei pagamenti. Secondo la nota sentenza della Sezione tributaria del 9 maggio 2024 n° 12708 infatti, fra altri motivi che riguardano la natura del concetto di “forza maggiore”, interpretata come perdita di signoria del soggetto dovuto a un impedimento imponderabile e straordinario, ““in materia tributaria e fiscale, la nozione di forza maggiore richiede la sussistenza di un elemento oggettivo, relativo alle circostanze anormali ed estranee all’operatore, e di un elemento soggettivo, costituito dall’obbligo dell’interessato di premunirsi contro le conseguenze dell’evento anormale, adottando misure appropriate senza incorrere in sacrifici eccessivi, dovendo la sussistenza di tali elementi essere oggetto di idonea indagine da parte del giudice, sicché non ricorre in via automatica l’esimente in esame nel caso di mancato pagamento dovuto alla temporanea mancanza di liquidità”. Ciò significa in buona sostanza, che l’imprenditore che non dispone di liquidità non può non versare le imposte all’erario, perché il ritardo pur ampio e ancora in corso non costituisce elemento imponderabile e imprevedibile. E’ prevedibilissimo e dotato di buoni dati storici.

Pur essendo di un anno fa, la sentenza torna a rilevare in tutta la sua importanza alla luce di una ricerca svolta dall’Ufficio Studi della Cgia di Mestre, che ha messo nero su bianco le cifre di ciò di cui si sta parlando: in valore assoluto, i mancati pagamenti della Pubblica Amministrazione italiana ammontano a 58,6 miliardi di euro. Inoltre, il trend continua a mostrare una crescita costante a partire dal 2020.

A onor del vero, bisogna convenire che qualche miglioramento si è verificato a partire dagli ultimi anni, dopo il recepimento, avvenuto nel 2013, nella normativa nazionale della Direttiva europea 2011/ 7 che ha stabilito i tempi di pagamento degli enti pubblici italiani nei confronti delle aziende private: non si possono superare di norma i 30 giorni e, per alcune tipologie di forniture, in particolare quelle sanitarie. i 60. Tuttavia, come prosegue la nota diramata dalla Cgia veneta, resta il problema dello smaltimento dello stock accumulato negli anni precedenti. Un nodo questo che penalizza in particolare le piccole imprese, fatalmente dotate di un potere negoziale molto contenuto.

Sta di fatto che, secondo quanto emerso dalla ricerca dell’Ufficio Studi dell’associazione, nonostante i pagamenti entro i termini siano in aumento, il valore assoluto in cifre rimane molto elevato e in crescita. Per fare un esempio, “nei primi 6 mesi del 2024, a fronte di 15,3 milioni di fatture ricevute per un importo dovuto di 95 miliardi di euro, entro settembre dello scorso anno ne sono state pagate per un importo di 89,2 miliardi; pertanto non sono state onorate fatture per un importo di 5,8 miliardi di euro”. A complicare ulteriormente le cose potrebbe essere la messa a terra del PNRR, “senza contare – continua la nota – che è sempre più diffusa la richiesta, avanzata dai funzionari/dirigenti pubblici alle imprese esecutrici delle
opere, di ritardare l’emissione degli stati di avanzamento dei lavori o l’invio delle fatture”.

Il più ritardatario nel pagare, come emerge dai dati della Ragioneria Generale dello Stato riportati dalla Cgia, nel 2023 è lo Stato centrale, che ha saldato il 92,8 per cento delle fatture ricevute. Ciò significa che non ha pagato 1,4 miliardi di euro. Inoltre, ha onorato gli importi entro i termini solo nel 69,3 per cento del totale. Interessante la classifica fra Ministeri sempre per quanto riguarda i più ritardatari (pur registrando un miglioramento nel pagare entro i termini negli ultimi anni, come già sottolineato): nel 2024, è stato il Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale a guadagnarsi la poco ambita palma, con un ritardo medio annuo di 13,13 giorni. A seguire, come segnala la Cgia, il Ministero della Cultura con 10,94 giorni, il dicastero dell’Interno con 10,71, il Turismo con 10,45, la Salute con 4,5 la Giustizia con 4,06 e le Infrastrutture e i Trasporti con 2,46. Andando invece ai Ministeri più efficienti, in primis troviamo Ambiente, con 20,91 giorni di anticipo, Università e Ricerca con 15,45 e Made in Italy con 13,85 . Virtuosa anche la Presidenza del Consiglio dei Ministri, che ha pagato con un anticipo medio di 8,48 giorni.

Se questo è il quadro, dalla Cgia giunge anche un’analisi delle cause. Quelle principali individuate dai ricercatori veneti sono legate intanto “all’inefficienza di molte amministrazioni a emettere in tempi ragionevolmente brevi i certificati di pagamento”, ma anche alla mancanza di liquidità da parte del committente pubblico e ai ritardi intenzionali. Senza dimenticare le contestazioni che “allungano la liquidazione delle fatture”. Una speciale sottocategoria dei ritardi intenzionali può essere considerata la richiesta, “spesso avanzata dalla PA nei confronti degli esecutori delle opere, di ritardare l’emissione degli stati di avanzamento dei lavori o l’invio delle fatture”. Quest’ultima abitudine, insieme a quella che vede la PA rivolgere al fornitore la richiesta “di accettare durante la stipula del contratto, tempi di pagamento superiori ai limiti previsti per legge senza l’applicazione degli interessi di mora in caso di ritardo”, ha procurato all’Italia una condanna, nel gennaio 2020, della Corte di Giustizia Europea nei confronti dell’Italia.

Tirando le fila, ecco la proposta della Cgia di Mestre per risolvere una questione ormai annosa e mai risolta davvero: “Prevedere per legge la compensazione secca, diretta e universale tra i crediti certi liquidi ed esigibili maturati da una impresa nei confronti della PA e i debiti fiscali e contributivi che la stessa deve onorare all’erario. Grazie a questo automatismo risolveremmo un problema che ci trasciniamo appresso da decenni”.



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