Apriamo il giornale – per così dire: c’è rimasto in testa il vecchio lessico del consumatore di carta, niente da fare, in realtà raggiungiamo una pagina web – e la prima notizia che ci salta letteralmente in faccia, con titolone campeggiante denso di collegamenti, è: “La frenata delle unioni civili: finora solo 2.800 sì. A un anno dalla legge niente corsa alle nozze gay”. Sottotitolo: “Nel 2017 per ora 369. Milano, Roma e Torino in testa, flop nel Sud”.
Il giorno è domenica, 7 maggio 2017, ore 8.30 esatte; la testata, preferiamo non citarla affatto, perché quello di cui parlo stamattina è a mio parere un classico esempio di cattivo giornalismo. O meglio, di quel non giornalismo che oggi costituisce la spina dorsale dell’informazione, francamente non sapremmo dire se italiana o no; quindi, eviteremo accuratamente di dire che altrove è meglio (ma ne dubitiamo fortissimamente). A partire da come è congegnato il titolo stesso e da come è inserito nel palinsesto delle notizie, c’è da farci un’intera lezione sull’informazione. Che vi risparmieremo. Anzi, no.
Tanto per cominciare; siamo proprio sicuri che la prima cosa sulla quale il popolo italiano ha bisogno di essere informato sia il fatto che dopotutto i gay non si sposano tra di loro più che tanto? Guardando al panorama attuale dei fatti, ci sarebbe forse qualcosina di più urgente, o di più colorito, forse, da discutere prima, specie per un giornale (ma non diremo quale, tranne che comincia per l e finisce a.it) che si pone come punto di riferimento nazionale per le notizie.
Eppure, casualmente di domenica, casualmente nel mese dedicato tradizionalmente alla Madonna, questi a quanto pare sono i dati (campeggia in prima pagina proprio la dicitura: “I DATI”) senza i quali non avremmo potuto recarci con la coscienza in pace alla santa Messa, oppure a fare un giro in campagna sperando che non ci piova addosso il solito nubifragio. La notiziona, perché evidentemente di questo si tratta, all’interno (sempre la carta, scusate) inizia così: “ROMA. In otto mesi 2.802 unioni civili. In tutta Italia. Erano 2.433 a fine dicembre. Se ne sono aggiunte 369 tra gennaio e fine marzo. Non c’è che dire: decisamente un flop. Che non può che sorprendere, vista la battaglia durissima e lo scontro politico per arrivare alla legge. Quella sulle unioni civili è stata senza alcun dubbio la legge politicamente più divisiva della legislatura. La Camera, con la fiducia, ha detto il sì definitivo l’11 maggio 2016.” E conclude il primo trafiletto con la rivelazione del motivo forte che sta dietro il tutto: “A pochi giorni dal suo primo “compleanno” Repubblica ne racconta l’impatto con dati che diventeranno ufficiali tra pochi giorni.”. Acc. Ci è scappato detto il nome del quotidiano online. Vabbè. Partiamo dall’inizio.
Evidentemente il concetto di “notizia” è diverso per tutti noi, anche se non dovrebbe esserlo, visto che i giornalisti dovrebbero essere in grado di valutare cosa sia e cosa non sia di interesse così pregnante per l’opinione pubblica. Poi, evidentemente il passaggio dalla carta al digitale deve aver fatto qualche morto nel concetto di informazione: quando sia il titolo, sia il sottotitolo, entrambe portatori di hyperlink portano tutti e due alla stessa pagina il messaggio, per chi mastica di queste cose, è chiarissimo: è tutto qui, non c’è altro da dire.
Specialmente, non c’è approfondimento, non c’è notizia, non c’è nulla. In sostanza, la prima pagina di uno dei principali quotidiani italiani si apre con una boutade che sa tanto di pubblicità politica il cui senso è chiaro: tanto rumore per nulla, come vedete non facevano sul serio, eppure hanno insistito tanto, eh. Oppure: bravi cittadini, tornate pure a dormire sonni tranquilli, il pericolo è cessato, era un fuoco di paglia. Oppure ancora: così si spreca il denaro dei contribuenti, cara Cirinnà. Non ce ne vogliano gli amici de la Repubblica, né tantomeno la firma dell’articolo, Liana Milella: stavolta tocca a loro perché per noi comunque il giornale in questione è uno de punti di riferimento. Gli altri, non fanno certo di meglio, anzi. Il problema è che l’informazione attuale, vista la scarsità della raccolta pubblicitaria su carta, approdando al web ha preso tutte le malattie che poteva prendere, e per le quali, purtroppo, non era vaccinata: eccessiva dipendenza dal clic, dal plauso politico o finanziario di coloro i quali potrebbero gradire la notizia (o la notizietta, o la sparatina), inconsistenza della notizia in questione, totale mancanza di approfondimento, e così via.
Certo: tutti dobbiamo pur sopravvivere. Ma è curioso che ciò sembri essere l’unico valore in campo, quando in altra sede si comincia a parlare del valore dell’eutanasia. Un argomento simile avrebbe trovato una sua corretta collocazione, sullo stesso giornale, in ben altre sedi. Intanto, non ad aprire una prima pagina: sa veramente troppo di marchetta, far rimarcare questa sconfitta (apparentemente) palese di un’idea che si discosta dal mainstream.
Non essendoci nel digitale la seconda pagina, o la terza, o la sezione “costume e società” in venticinquesima, si potrebbe obiettare che qualsiasi notizia possa aprire, dopotutto. Eppure, nel giornale di cui parliamo c’è una vasta colonna di destra tanto bella a disposizione delle notizie “altre”. Ma no: evidentemente, essa ha piena titolarità di notizione, assieme alla lotta senza quartiere di Macron e Le Pen e al pareggio della Juve (tutte e due vengono sotto, ben sotto, in subordine). Poi, sì, si cita qualche statistica, è vero; sembrerebbe tutto in regola, per fare informazione. Se non si considerasse quella chiusa: abbiamo la notizia, però ve la daremo nei prossimi giorni, intanto siccome è domenica vi diciamo che i gay non vanno da nessuna parte. Avremmo potuto capire se fosse “L’Avvenire”, certo. Ma in un giornale dichiaratamente laico e indipendente, ed evidentemente invece legato a doppio filo al centro sinistra una cosa simile stona come un cane a Sanremo. Ah, no, abbiamo sbagliato esempio, perdonate. Adesso, visto che è stata tale la voglia di sbandierare il notizione che ancora non c’è (ma ci sarà, restate con noi!) siamo proprio curiosi di sapere quale sarà l’approfondimento. “Dopo un buon avvio crollano le celebrazioni: 369 nel 2017. Milano, Roma e Torino in testa nella classifica delle città” recita l’occhiello (interno). E la notizia, dove sta? Secondo noi, sta nel definire quello che è al di sopra di ogni dubbio un adeguamento ai diritti civili altrimenti disattesi (tutti i cittadini hanno gli stessi diritti, giusto?) “decisamente un flop”.
Questo perché, secondo chi scrive, le unioni civili sono state poche, pochissime: 1.417 al Nord, Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Trentino, Friuli, Veneto e Liguria; 1.093 al Centro, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Abruzzo, Umbria e Lazio (sapevate voi che l’Emilia Romagna era nel Centro Italia? Oibò), poi “ecco il crollo scendendo verso il Sud”, “E, a scorrere le tabelle, colpisce il fatto che in Molise ci sia stata una sola unione. Che ve ne siano state soltanto due in Basilicata, una a Potenza e una a Matera. Che in Calabria si arrivi solo a otto”. A voi colpisce questo fatto? A noi, no. Il fatto ad esempio che queste statistiche ricalchino esattamente le proporzioni regionali di separazioni e divorzi, dovrebbe far pensare. Guarda il caso, unioni civili e divorzi fanno registrare numeri elevati al nord, poi scemano verso il centro e al sud sono scarsissime, con eccezioni rilevanti nelle grandi città (e infatti, Roma, Napoli, Palermo, Taranto, Catania alzano la media in maniera drastica). Vale a dire: mano a mano che si entra in un area in cui il tradizionalismo di matrice e morale cattolica rende impossibile esercitare le proprie volontà alla luce del sole, pena un ostracismo assoluto che va dal divieto di partecipare alle funzioni religiose al biasimo sociale all’impossibilità di trovare lavoro, sino alle offese pubbliche e anche peggio, questi diritti non sono esercitati.
Tra le mura di casa propria, può accadere di tutto: in piazza, le corna e cose ancora peggiori non s’hanno da portare. Sono informazioni che noi qui citiamo proprio a titolo di pourparler; qualsiasi avvocatucolo divorzista oggi è in grado di offrirvi uno spaccato sociale al riguardo di assoluta chiarezza, francamente ci sentiremmo molto a disagio nel definire “approfondimento” un chiarimento di questa inesistente portata. Sorprende, invece, che un quotidiano di questa statura sbandieri come notizia quella che evidentemente non lo è, e in questo modo. Per noi, fa notizia che nel Molise, finalmente, una coppia omosessuale abbia potuto unirsi in maniera pubblica e alla luce del sole. Non che tutte le altre non lo abbiano fatto, sancendo un diritto sul quale magari a seconda dell’impostazione ideologica non tutti saremo d’accordo, ma quanto alla chiarezza del dettato costituzionale (nel 2017, signori!) non ci sarebbe spazio per dubbi. Sia chiaro: questa nostra breve analisi è improntata alla simpatia, non al biasimo. Certo è che se una buona parte del mondo dell’editoria sta facendo marcia indietro e tornando alla carta, forse un motivo ci sarà. Ma a titolo di solidarietà, vogliamo anche fornire un suggerimento: colleghi della stampa, state in agguato per quando ci saranno i primi dati sulle dis-unioni civili. Quella sì che sarà una notizia ghiotta, per gli stessi finanziatori che oggi gradiscono l’apertura di cui abbiamo parlato.