E’ difficile (per certi versi spiacevole) dover intervenire ad ogni strage di cristiani per motivi religiosi. Anche perché è ormai cronaca quotidiana. Ma la concomitanza della circostanza pasquale (che evoca una situazione rituale) e del consueto stupidario distintivo che si ascolta nei dibattiti e si legge nei commenti social ad opera dei soliti noti dell’egualitarismo un tanto al braccio e dell’iperdirittismo sempre e rigorosamente altrui, ha fatto traboccare il vaso della tolleranza dialettica e del silenzio di fronte allo scempio argomentativo che spesso adottiamo nella speranza di un improbabile rinsavimento di un’élite “intellettuale” fortunatamente sempre più scarna. Parliamo del Pakistan e del massacro di decine di donne e bambini contro cui ha urlato Papa Francesco mentre gli edulcoreti dello slogan vintage anni ’70 “nessuna religione genera sangue” cercavano con crescente difficoltà il livellamento di culture e fasi storiche.
Davvero non si capisce fino a che punto termini l’ignoranza e inizi la disinformazione, o fin dove arrivi il disinteresse e cominci la malafede. Facciamo un mix di tutto un po’. Nel solo secolo XX, secondo fonti ufficiali, i cristiani uccisi per il loro credo sono stati 45 milioni. Per il Parlamento europeo vengono martirizzati ogni anno oltre 100mila persone a causa della loro fede cristiana, circa una ogni cinque minuti. Detto del Medio Oriente, dove le comunità protovangeliche rischiano ormai la scomparsa, la persecuzione assume connotati sempre più violenti in Algeria, Libia, Somalia, Sudan, Nigeria, Afghanistan, Arabia Saudita, Buthan, Corea del Nord, Cina, India, Indocina, Iran, Iraq, Maldive, Pakistan, Siria, Vietnam.
Misconoscere oggi, pur nell’evidenza dei clamorosi errori di politica internazionale, che il genocidio cristiano perpetrato sistematicamente da anni in una più ampia strategia del terrore, abbia una matrice comune di ordine ideologico ed islamico (in una sua interpretazione “letterale” che, ahinoi, secondo gli studiosi sarebbe anche maggioritaria), non significa incarnare colombe col ramoscello d’ulivo che volano più spedite verso un mondo di pace. Ma solo rinnegare le (proprie) origini identitarie nel demenziale e suicida tentativo di far passare il concetto astorico che la Dichiarazione dei Diritti universali dell’uomo e la Sharia non siano poi così distanti. E che, dagli tempo vedrai, combaceranno. Mantenendo l’attuale status quo imbevuto dell’equivoco “buonista” (aggettivo desueto e infastidente ma i sinonimi dovrebbero essere molto più tranchant) secondo il quale modernità, ricchezza, scolarizzazione, sviluppo tecnologico e sociale non facciano parte che di una ruota girante sulle lancette dell’orologio universale. Immutabile e perequativo. E che le categorie comparative, meglio/peggio, superiore/inferiore, morale/immorale, umano/bestiale facciano parte di un frasario antiquato da archiviare nella soffitta fascistoide.
Da queste pagine giammai si evocheranno guerre sante o scontri di civiltà (che pure per qualcuno sono in atto) ma una sana e sacrosanta presa di coscienza che la nostra parte nel tentativo di costruire una società monoculturale ma multirazziale più o meno pacificata, la possiamo fare quotidianamente. Ingaggiando con le minoranze religiose degli altri Paesi, specie le islamiche, un confronto serrato sulla necessità della laicità dello Stato, dell’uguaglianza maschio e femmina, della giustizia uguale per tutti, della democrazia elettorale, della scolarizzazione di tutte le persone, del valore della libertà, dell’espressione e della partecipazione. Pretendendo l’assoluto rispetto dei nostri fondamenti di civiltà. L’unico assolutismo che dovremmo e potremmo permetterci.
Ps
Per coloro che non hanno posizioni di rendita da difendere ma sono semplicemente vittime della loro imbecillità su questi temi, consigliasi vivamente il libro di cui nell’immagine un po’ sopra a sinistra