Il sanguisuga Monti nella già trinariciuta Reggio

Il premier Monti a Reggio; sarà l’occasione, in nome dei valori fondanti la bandiera italiana, per decantare la manovra “salva Italia”? Speriamo di no

Il “salvatore dell’Italia” Mario Monti è in procinto di scendere nella patria del Tricolore per chiedere, sotto i riflettori dell’intero media-system nazionale, lacrime e sangue a un popolo ormai dissanguato e che , come recita un antico adagio da suburra, non ha nemmeno più gli occhi per piangere. Lo farà in nome di quegli ideali strappalacrime (per restare in tema di secrezioni) che dovranno portare alla memoria gesta e valori della Repubblica Cispadana. Un’occasione estremamente propizia per dare una ratio alla sua manovra di tasse selvagge di fronte a gente attonita e che sarà ancor più fragilmente rintronata dalla grancassa sull’unità d’Italia.

Nello sbandieramento generale di vessilli bianco-rosso-verdi risorgimentali e via via partigian-combattentistici sarà interessante capire a quale declinazione politica, Berlusconi deposto, la retorica del 7 gennaio si appoggerà per dare un senso al tutto. Quale sarà insomma il collante giornaliero della sinistra vulgata ormai sparigliata di fronte all’evidenza che Monti, almeno finora, l’economia non la sta risollevando. Ma deprimendo oltremodo, ostaggio quali siamo di meccanismi finanziari speculativi internazionali, in parte indipendenti da qualsiasi manovra sedicente “salva qualcosa” che sia.

In Parte. Perché c’è una parte che si potrebbe fare, oltre a falcidiare per decreto consumi e mobilità. Per risollevare almeno il morale e il senso di giustizia della gente si dovrebbero cioè abbattare con la controaerea i costi della pubblica amministrazione e della politica e dare vita a una lotta senza quartiere all’evasione fiscale e ai centomila privilegi di cui è disseminato il Belpaese. Monti, il cui curriculum è a prova di qualsiasi esame alto-borghese, dovrebbe rispondere, in quella occasione alle domande poste dal nostro scalcinato Babbo Natale riprodotto nel video poco sotto. Infondere qualche sicurezza e garantire che la nostra esistenza, destinata nei prossimi mesi a subire un repentino peggioramento, non sarà passata invano.

Solo così l’occasione del 7 gennaio, nella già trinariciuta Reggio Emilia, la cui vis sociale si è via via smarrita lungo la strada dell’edonismo discotecaro post-sessantottino e l’anima culturale ridotta ad un asfittico cenacolo tardo-tondelliano da celebrare piagnucolando nella libreria di Nino Nasi, potrà essere davvero quella di un ritrovato orgoglio nazionale. Oltre le orride ideologie e gli schemi di potere che l’hanno ridotta così come la viviamo oggi

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