Il ritorno del platano killer

La_piccola_bottega_degli_orroriSe il mondo del giornalismo fosse ancora, come ai tempi di Brera, esodi vacanzieri, uomini che mordono cani, un posto colmo di ironia anziché il regno dei piagnistei quotidiani (amache, buongiorni e buongiornissimi) forse qualcuno avrebbe titolato, questa settimana, la cronaca nera con un arguto (e amarissimo) “Il ritorno del Platano Killer”; e giù di lettori sconcertati nel cercare di capire dove, nella notizia, fosse protagonista il platano, che tipo di arma usasse, quali le sue recondite motivazioni, un po’ tipo Cluedo, insomma, ma senza tabellone, solo con tabloid.

Protagonista della vicenda, invece, una modella di 19 anni; gli inquirenti sono al lavoro per stabilire chi sia il colpevole del delitto tra i diversi sospettati: i binari, il treno, le cuffiette che la malcapitata indossava al momento del sinistro. Il popolo dei Social non ha mostrato né cedimenti né dubbi, in materia: se l’è cercata. E poi era anche gnocca, quindi, a maggior ragione; figuriamoci fosse stata bionda, che lapidazione. Noi, nel nostro sforzo di restare il più possibile umani nonostante l’avanzata irregolare ma rapidissima della cibernetica, ci mettiamo un attimino nei panni dei suoi cari e, come dire, sentenziare che le sta bene di essere morta proprio non ci riesce. Da qui a dire che le cuffiette sono pericolose, però, ce ne passa; che è esattamente l’altra reazione del popolo lettore, la sensazione che viviamo in un mondo pieno di insidie pronte a sbranarci ad ogni due per tre, un po’ come quando eravamo nelle caverne e le tigri dai denti a sciabola ci si facevano su per dessert – che poi dicono tutti così, ma chissà se ci siamo mai incontrati, se abbiamo mai avuto il piacere.

Tra le due – ti sta bene così impari, mondo crudele e ingiusto – a seconda del periodo storico prevale una visione, oppure l’altra. Al momento, a quanto pare, la preminenza va forse alla seconda: le cuffiette della morte non sono altro che la più recente incarnazione del platano killer di cui sopra, della curva fatale, del farmaco maledetto, della società cui va attribuita la colpa del fatto che il nipote malandrino strappa i denti alla nonna per rivenderseli nei vicoli e farci il contante per una dose o, chissà, per la miscela del motorino. Una visione, insomma, a cavallo tra il senso religioso dei culti animistici e quella critica postmarxista della società che andava tanto di moda e che vedeva nel mutamento sociale la causa ultima e prima di tutte le miserie dell’uomo, mentre un tempo, prima – Rousseau ne era certo! – c’era stato un Eden di latte e miele in cui tutti vivevano secondo Natura e la gente moriva sì, ma forse solo, boh, di noia? Di consunzione? Di canzoni di Gigi D’Alessio? Ma non mai di disgrazie criminose e altre simili.

Ecco; da qui alla totale deresponsabilizzazione dell’individuo il passo è breve, e lo spettro delle possibili corbellerie che si possono compiere impunemente è molto vasto; si va dal mettersi ciucchi al volante (perché la colpa è di chi vende gli alcolici) al pestare la moglie (perché se l’è proprio cercata, eh) fino all’obbedire agli ordini (a Norimberga non è parsa una scusa sufficiente, è opportuno segnalarlo) e via di questo passo. E invece, pensa; la realtà, checché ne dicano certi filosofi, è lì anche quando noi non siamo presenti, o presenti a noi stessi, e le leggi della Fisica non aspettano il nostro parere per entrare in azione. Cosicché può accadere che ti spalmi su platano o che il treno si riveli più duro di te, e l’esperimento in materia, pur essendo sempre coronato da successo, non è mai, paradossalmente, di esito felice.

La sensazione generale è che manchi, nell’educazione alla vita, una dimensione fondamentale: quella che spiega come l’ambiente sia qualcosa in cui noi ci muoviamo, non qualcosa a nostra disposizione. Frutto forse di una didattica iperprotettiva in cui ai figli, come se fossero gravissimi cardiopatici, tutti, forniamo la realtà a piccolissime, omeopatiche dosi, in ambienti sterili, di laboratorio, in modo che nulla abbia a turbare la loro serenità ed il loro riposo cerebrale, guai a metterli di fronte a sfide che possano anche perdere, generando in essi frustrazione: la televisione che deve rimanere spenta, il fornello che non si deve toccare, il cassetto che non si deve aprire. No; ogni ostacolo spianato, ogni azione permessa nel campo del reale, ogni fastidio fresato via, per poi ritrovarseli, poveri angeli, ad attraversare la strada senza guardare da tutte e due le parti, ad ammazzare qualcuno per vedere che effetto che fa o a girovagare coi sensi impegnati e la testa altrove come se si fosse nel salotto di casa, al sicuro, e non nei pressi dell’attraversamento ferroviario.

Poi; tutte illazioni, speculazioni, che lasciano il tempo che trovano, e non che mai si possa dire che, forse, a certi la vita, con tutto quello che contiene, sembra – a prescindere da qualsiasi educazione, montessoriana o salgariana – troppo complessa per poter essere vissuta in maniera sopportabile; e che il macchinista di Alfonso Gatto, che fa quando si trova di fronte, senza poter frenare, non già una ragazza distratta, ma una che ha deciso scientificamente di farla finita, e in quei pochi attimi in cui si consuma la disgrazia non fa in tempo contemporaneamente a tener fede alla decisione presa e a cambiare idea? Frena, ovvio, ma troppo tardi. E forse è davvero colpa della società se non siamo in grado di pensare che anche una bellissima ragazza di 19 anni possa desiderare di buttarsi sotto al treno, per ipotesi, semplicemente staccando la spina; oppure, che possa essere veramente stata distratta, o aspergeriana, chi lo sa, o ubriaca, senza che poi il giorno dopo dovesse essere per forza tritata in effige e fatta segno di speculazioni le più strambe e dissacranti. Ma le cuffiette killer, per carità, risparmiatecele.

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