Il presidente Spini sulle riviste culturali: “Specializzate, internazionali e anche online”

Firenze – Un’idea di fondo muove il il Cric, ovvero il Coordinamento delle riviste italiane di cultura, nato nel 2003 allo scopo di di promuovere la diffusione e la lettura delle riviste culturali, in particolare nei circuiti educativi e dell’informazione, all’interno del territorio nazionale e all’estero, ed è quella di ritenere il pensiero e dunque gli strumenti attraverso il quale si realizza, uno dei principali motori dello sviluppo umano, politico, economico, e culturale in senso largo. In altre parole, il Cric nasce dalla necessità che l’umanità possa trasformare positivamente il mondo attraverso la conoscenza, il pensiero, l’analisi e la prospettiva di costruzione di alternative. Dentro questo processo, che potrebbe dirsi naturale, delle idee, le riviste culturali svolgono senza dubbio uno dei ruoli più importanti non solo come diffusori, ma agenti di quel dibattito critico critico fra diversi che sono necesarie per le intuizioni, ovvero, per far nascere e crescere le idee. Il Cric agisce per tutelare e rafforzare, mettendole in rete, le riviste italiane realizzando ad esempio accordi tra le testate aderenti con altri soggetti, al fine di sviluppare progetti culturali d’interesse comune, migliorare la distribuzione delle riviste culturali nelle librerie e incrementare la loro conoscenza da parte del pubblico.Tra gli obiettivi alla base del progetto vi è dunque quello di suscitare iniziative intorno a testate che sono l’espressione autonoma di esigenze e fermenti culturali largamente presenti nella società civile. Un compito che non può essere neutrale, tant’è vero che il Coordinamento, come si legge nelal presentazione sul sito, “è aperto al contributo di tutte le culture politiche, nella misura in cui consentono di cogliere gli aspetti e le implicazioni che, su scala globale e nella dimensione locale, prefigurano una prospettiva nella quale sia difesa e valorizzata la funzione critica della cultura”.

Un compito dunque di grande rilevanza, in particolare in un momento storico in cui spesso ci si interroga sulla reale possibilità di un dibattito critico e pluralistico anche nel nostro democratico Occidente. Confermato nei giorni scorsi Presidente del Coordinamento delle riviste culturali italiane, Valdo Spini resta un solido ancoraggio per chi ritiene il confronto mezzo principale per sviluppare un’analisi credibile della complessità del reale. Abbiamo posto dunque a Spini (che tra le altre cariche è anche presidente della Fondazione Circolo Fratelli Rosselli, che ha una propria rivista molto conosciuta, i Quaderni del Circolo Rosselli)  alcune domande per fare il punto sulla questione delle riviste culturali italiane e sul loro ruolo.

Una domanda inevitabile è senz’altro la seguente:  che senso ha, in un mondo in cui l’informazione si struttura sempre più per spot video o post sui social, proporre la vecchia e gloriosa rivista culturale, da leggere con calma e attenzione e da sedimentare? 

“Per rispondere a questa domanda, è necessario tornare un po’ indietro nel panorama dell’informazione. Non molti anni fa, l’informazione infatti vedeva una scansione temporale precisa, per ruoli: c’era il quotidiano, che informava sulle notizie giornaliere, poi la rivista, che usciva periodicamente, poi il libro, che richiedeva tempo per stamparlo, diffonderlo e pubblicarlo. Tutto questo è oggi sconvolto, dal momento che i giornali sono insidiati dalla televisione e dai social che danno le notizie dell’attualità in tempo reale, per cui spesso si compra un giornale che sembra “vecchio”; i libri sono diventati così veloci nelle pubblicazioni con i progressi della tecnica, che molto spesso un instant book può essere veloce e rapido quanto il numero di una rivista. Quindi, possiamo ben dire che questa nuova scansione temporale ha messo in crisi il volto tradizionale della rivista. Che cosa può e deve resistere, della rivista? Non dimentichiamo che dietra la rvisita in genere c’è un gruppo, spesso un gruppo di volontari; un gruppo di persone che, partendo da una loro motivazione, si occupano di questo o quel settore. Ritengo che questo volontariato culturale che si aggrega intorno alle riviste, che per la maggior parte è volontariato culturale in quanto sono molto poche le riviste che sono in grado di remunerare i pezzi pubblicati o remunerare i redattori, cosituisca un patrimonio che non va disperso”.

Dunque, i gruppi che costituiscono la base delle riviste si possono prospettare come “incubatori culturali” preziosi proprio per animare quella diversità di analisi e confronto che è il sangue e l’anima della democrazia, un tesoro da non disperdere. Ma cos’è che manca per riuscire a diffondere la conoscenza e la consapevolezza di questa “rete del pensiero”?

“Quello che manca oggi alle riviste è la possibilità di accedere al pubblico, di farsi valutare, perché le librerie sostanzialmente non le ospitano più o quasi più. Da questa considerazione d’altro canto è sorta l’utilità di una rete di riviste, come il Coordinamento di riviste di cultura rappresenta. Noi riusciamo ad organizzare, con una spesa modesta per le singole riviste, dei banchi di esposizione e di presenza, sia nei Saloni più importanti a livello nazionale, ma addirittura anche fuori d’Italia, come il Salon de la Revue di Parigi. Attraverso il sito e attraverso il catalogo, cerchiamo di operare una valorizzaizone complessiva delle riviste. La lezione è, a mio parere, per le riviste, mettersi in rete e non fare un discorso autoreferenziale. Non sono più i tempi di Solaria che arrivava a malapena a 700 copie; oggi quei numeri non influenzano più l’opinione pubblica”.

Possiamo abbozzare una strategia che possa aiutare le rvisite a ritrovare uno spazio e una rivitalizzazione nel panorama informativo?

“Parliamo intanto di internazionalizzazione. E’ uno scalino grosso, ma necessario; avere almeno dei sunti, in lingua inglese o in altre lingue, qualora si sia interessati ad altre lingue, credo che sia estremamente importante. Poi, non temere la rete, il sito, poiché credo che si possa agevolmente pensare di avere la parte cartacea, che rappresenta anche la valutazione dell’estetica, della grafica della rivista, che spesso si intreccia con la valutazione dei contenuti, permettendo una lettura più agevole, oltre alla presenza online, tant’è vero che come Cric ci siamo aperti anche alle riviste on line. Ciò che mi sembra importante, è che oggi abbiamo bisogno di momenti di riflessione. E’ vero che ci sono i social, ma da parte di tanti si sente il bisogno di avere qualche filtro, di non essere oggetto del bombardamento di notizie che è difficile distinguere e sceverare l’un dall’altra; tirando le fila, quella funzione di selezione culturale, di aggregatore di energie, di specializzazione che svolge la rivista, mi sembra ancora opportuna”.

Come è mutato, se è mutato, in questi anni il panorama “ambientale” in cui si muovono le riviste italiane? 

“Durante la pandemia, il dato di fatto è che si è verificato un incremento della lettura, tant’è vero che per i libri s’è realizzato un incremento di vendite. Un qualche effetto di questo a mio parere, è arrivato anche nelle riviste, proprio per la necessità, a fronte di avvenimenti nuovi, non conosciuti e non previsti, di potere riflettere, mettere a confronto idee. Il fatto stesso che noi abbiamo sempre un numero elevato di soci dimostra che forse il processo di “morte” cui sembravano destinate le riviste culturali, si è in qualche modo arrestato e che adesso invece le stesse possano avere un loro rilancio. Ma intendiamoci: la rivista generalista, che pretende di “battersela” sulle notizie non c’è più. Le riviste hanno spesso numeri monotematici, come capita con frequenza ai nostri Quaderni del Circolo Rosselli: si tratta di fare un punto preciso su una situazione, piuttosto che offrire una larga panoramica. L’altro aspetto che mi sembra molto importante, è che resistono le riviste che o sono collocate in un quadro editoriale molto forte (ad esempio il Mulino, che non necessita di uno stand delle riviste per mostrare le sue) o hanno alle spalle una Fondazione, un gruppo di studio, una società di studi su qualche argomento. Secondo me non può più essere un ragionamento puramente e prettamente giornalistico, ovvero una redazione e basta, dietro ci vuole un club di affezionati in quanto interessati. “.

Uno dei ruoli che storicamente è stato proprio delle riviste, in particolare quelle politiche, sociali, ma anche economiche, è stato quello di assolvere alla formazione di varie generazioni. Pensa che sia ancora proponibile un tale ruolo per le riviste?

“Per vari motivi, è come se si fosse saltata una generazione nella formazione culturale e politica; sia ricaduta dell’infausta ideologia della rottamazione o la nascita successiva dei sovranisimi, dei populismi e quant’altro, sta di fatto che è come se mancasse una generazione nelle istituzioni, nella politica; siamo tutti contenti della rielezione di Mattarella, ma guardiamo a quel che è successo la settimana prima della rielezione, durante le votazioni. Abbiamo un sistema politico istituzionale che è in transizione e che è davvero in forti difficoltà. Da questo punto di vista, è chiaro che un lavoro di lungo periodo non può essere che un lavoro di formazione, oltre naturalmente ai rimedi contingenti che possono essere trovati; vale a dire, riformulare nuovamente strati culturali e della società che si pongano nuovamente i grandi problemi di politica estera, di politica interna e delle modalità della loro risoluzione; è chiaro che non sono solo le riviste a far questo, però le riviste possono dare un bel contributo in questa direzione. Se oggi le mettiamo al servizio della formazione di una nuova generazione di impegno politico, credo che veramente svolgano una funzione civile molto importante”.

Dunque, salvaguardare le riviste significa fra le altre cose tutelare il pluralismo del dibattito, sociale e politico in particolare?

“Naturalmente non si può tornare indietro, ai tempi in cui ad esempio Mondoperaio o Rinascita erano protagonisti e influenzavano ciò che avveniva nei rispettivi partiti. Ma il fatto che delle forze politiche si possano confrontare nella loro area con delle voci critiche, producendo un’elaborazione senza essere legate al giorno per giorno, ritengo sia un gran beneficio, in particolare poi se questo trova un rapporto col mondo giovanile. Ecco perché vale la pena di difendere le riviste: non per difenderle così come sono, ma per difendere un pluralismo di voci che si può esprimere attraverso questi mutamenti profondi che ci sono, un pluralismo che ritengo sia estremamente utile”.

Tornando alla formazione, quant’è importante il raccordo del mondo delle riviste con le scuole?

“Il raccordo con le scuole è molto importante. Sarebbe necessario che intervenisse il  Centro per il Libro e la Lettura, che compie un’azione deputata alle scuole. Come Cric abbiamo preso contatto col Centro, e sarebbe essenziale che alle azioni dirette alle scuole per la diffusione del libro si accoppiasse l’azione per la diffusione delle riviste. Le riviste, magari fatte in modo accattivante, possono essere un antidoto efficace contro il disamore alla lettura”.

 

 

 

 

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