Elena Montecchi
Qualche giorno fa, sul sito “Lavoce.info”, che rappresenta uno strumento molto importante di informazione e discussione di politica economica e non solo (e che consiglio a tutti di seguire costantemente), Tito Boeri ha dimostrato che esiste, per il nostro paese quella che lui ha definito una vera e propria “Papi’s tax” (Leggi l’articolo).
Lo sconsolato e sconsolante uso dell’epiteto con cui Berlusconi viene omaggiato dalle sue “ragazze”, per descrivere la relazione tra comportamenti del capo del governo e l’economia, in definitiva tra politica e situazione economica, è un modo, nemmeno troppo immaginifico, purtroppo, per mettere l’accento sulla pericolosità di questo governo e di questi governanti.
Per rendere tutto più esplicito, Boeri costruisce una tabella di confronto tra andamento del rapporto tra lo spread italiano e spagnolo e gli avvenimenti politici, molto istruttivo (si veda il grafico contenuto nell’articolo linkato).
Questo confronto con la Spagna rimane il tormentone di questi mesi.
Infatti in questi giorni, più precisamente il 4 ottobre, Tremonti, al termine di una seduta del G20, dice bellamente che, se la Spagna sta un po’ meglio questo è dovuto al fatto che è stata aperta una prospettiva di elezioni anticipate, che quindi mettono quel paese nelle condizioni di pensare al futuro, presupponendo un superamento degli ostacoli e degli errori politici di chi ha governato sin qui… “De te fabula narratur”, si direbbe, finalmente: vuoi vedere che siamo di fronte all’autocritica di Tremonti che può servire ad aprire una fase nuova? Poveri italiani e italiane illuse.
Il bello è che queste ed altre cose amene Tremonti ce le dice con una vera faccia da “impunito”: proprio lui (e il suo governo) che per mesi ha rassicurato gli italiani sulla inesistenza della crisi e sulla capacità di affrontarla senza problemi, continua a rassicurarci. Salvo che, nelle stesse ore, Moody’s declassa i titoli di Stato di tre livelli. Ma per Tremonti e l’accolito Berlusconi, era tutto previsto. Inoltre se l’Italia non cresce, gli italiani non si preoccupino: anche questo è previsto e i conti danno per scontata la crescita zero.
Di fronte a questo atteggiamento è evidente la gravità della situazione: questo governo non sarà ovviamente in grado di attivare le misure che sono necessarie per garantire un rilancio dell’economia e della crescita. Anche perché queste misure hanno bisogno di essere pensate su tempi medio lunghi e questo governo non ha tempo, né medio né lungo.
Ma se il governo sta in queste condizioni anche altri non stanno meglio.
All’opposizione si continua a non riuscire a trovare una quadra sulle proposte economiche che possa rafforzare la sua prospettiva di alternativa. Purtroppo non si tratta solo delle ovvie differenze tra Pd e Sel o cose di questo genere, ma anche al’interno del Pd ci si divide tra rigoristi e sviluppisti, tra pensionisti e antipensionisti. Insomma anche in questo caso vi è una coerenza da conquistare che può rendere le cose più difficili. Non serve il richiamo al programma: la possibilità di riaggregare le forze politiche, oggi all’opposizione, in un progetto di alternativa, passa anche attraverso una condivisione di fondo rispetto al rapporto con l’Europa e al ruolo del nostro paese in Europa.
Ma nemmeno i “poteri forti” e i “cavalieri bianchi” se la cavano un granché bene. Marchionne ha decretato l’uscita della Confindustria e proseguirà solitario la sua corsa. Certo la Fiat la politica delle relazioni sindacali può permettersi di farsela da sola. Ma non è così per le migliaia di piccole, medie ma anche grandi imprese che hanno tutto da perdere da un inasprimento del conflitto sociale e sindacale in particolare. E tutto il paese ha qualcosa da perdere. Alla fine sembra quasi che la mossa di Marchionne possa iscriversi anche (non solo, certo, ma sicuramente anche) nella contrapposizione nemmeno tanto sotterranea tra Marcegaglia e Montezemolo, tra pezzi diversi della borghesia industriale italiana alla ricerca di un proprio rappresentante, di una linea nuova dopo il tragico fallimento dell’affidamento a Berlusconi. Romiti aveva appena finito di spiegare perché lui aveva licenziato Montezemolo dalla Fiat che Marchionne licenzia la Marcegaglia… E anche le furbate di Della Valle con le sue paginate da decine di migliaia di euro non riesce a convincere nessuno dell’afflato civico e civile della sua iniziativa. Botte da orbi anche qui, insomma, in attesa di capire quanto spazio politico si potrà rosicchiare a una politica in crisi.
Mi fermo qui, ma si potrebbe continuare (per esempio rilevare il sapore troppo corporativo e difensivo di una iniziativa come quella dell’associazionismo delle “imprese del territorio”, anch’essa alla ricerca di un nuovo protagonismo politico).
Siamo tuttavia arrivati al pettine: urge un investimento forte in politica vera. Senza recuperare un rapporto forte con una capacità di elaborazione e direzione strategica e politica, le tante ed eccezionali risorse di questo paese rischiano di rimanere inutilizzate o chiuse in circuiti comunque troppo ristretti. In assenza di vere e proprie grandi imprese (l’ultima rimasta, la Fiat non vede, purtroppo, l’ora di andarsene dall’Italia definitivamente e quelle pubbliche non riescono ad essere protagoniste se non di casi giudiziari come Finmeccanica) che avrebbero potuto trascinare pezzi di questa società verso una cultura industriale della crescita e dello sviluppo, tocca alla politica che rimane lo strumento essenziale delle società complesse ed avanzate.
Nubi fosche all’orizzonte ma anche una necessità storica: forse di fronte a questa urgenza il paese troverà la risposta giusta ancora una volta.