Il mondo dei robot

il-mondo-dei-robotTu sei lì che ti ingolli il caffè del mattino, pronto per sopportare l’otto – dodici che prelude ad un altrettanto duro quattordici – diciotto, con due lunghissime ore di pausa in mezzo, infilato in quella tuta blu; apri il giornale e c’è uno che ti dice, congratulazioni! Fra qualche anno non dovrai più preoccuparti dei turni: perché perderai il posto di lavoro! Che già non è un bell’inizio, anche messo giù in maniera così dolce. Poi leggi meglio, e scopri che non già la crisi, la fame, il colera, l’attacco dei cinesi (che aspettiamo ormai da un po’, nazione di ritardatari) saranno la tua nemesi, ma bensì i robot. Sarai sostituito da un qualcosa che, presumibilmente, ha meno cervello del tuo gatto, o se è per questo del tuo televisore, che è ormai capace di inserirti gli spot ai quali sa che sei più vulnerabile e riesce a trovarti anche senza che tu lo chieda il palinsesto in cui danno “Giovannona Coscialunga” nel weekend quando sei a casa da solo.
E sono tutti d’accordo, amico in tuta blu, a decretare la tua estinzione prossima ventura. C’è il think tank del Gruppo di Bruegel, ad esempio, che preconizza la scomparsa di una buona metà della tua razza (tra il 45 ed il 60%, mica male) nel giro di qualche decennio, soppiantato da bracci meccanici comandati da perfetti algoritmi. C’è il Boston Consulting Group, che predice l’avvento prossimo venturo dell’Industria 4.0: la loro analisi si basa sullo studio di 23 settori diversi dell’economia tedesca e suggerisce che se per 350.000 lavoratori dell’automazione e dell’informatica diventerà un Paese di Bengodi, altri 600.000 possono fin da oggi prepararsi al futuro addestrando un cagnolino e imparando a suonare la fisarmonica: così, potranno battere la concorrenza non specializzata nel chiedere l’elemosina in modo molto più efficace.
Anche Pew Research è dello stesso avviso: entro il 2025 le macchine comanderanno il pianeta. Con un sostanziale ritardo rispetto a quanto ci aspettavamo nell’oscura profezia licenziata con il vecchio film “Terminator”, in ogni caso, quindi non ci possiamo poi mica lamentare: Skynet ci ha lasciato tutti gli anni ‘80, i ‘90 e pure un bel sesto del Ventunesimo Secolo prima di cominciare a diventare preoccupante. Se si esclude la capacità di Google di darti le risposte prima ancora che tu abbia concepite le domande, beninteso. Gli esperti, insomma, sono tutti d’accordo: il 48% sostiene che l’operaio sta scomparendo con l’automazione, il 52%, coerentemente, sostiene il contrario. Tutto chiaro, no? Nel frattempo, gli unici dati che abbiamo a disposizione sono quelli esistenti: in Italia negli ultimi anni si sono persi 300.000 posti di lavoro legati a professioni manuali e ripetitive (il 5% del totale), e ne sono cresciuti più o meno il 6% grazie a nuove necessità intellettuali o di servizi di cura alla persona, vari i generi di declinazione.
Che cosa significa? Come al solito, un bel niente. Significa che forse dovremmo usare il buonsenso prima di appendere il cacciavite al chiodo e ragionare con la nostra testa, prima di scandalizzarci e diffondere ad mentula canis notizie allarmanti circa la morte dello stato sociale (che se pure non sta benissimo, è anche giusto dire che si trascina così da qualcosa come tremila anni, da queste parti). Tra l’altro, non è che siamo proprio entusiasti dell’idea new luddista di quelli che adorano pensare che il lavoro in fabbrica, in catena di montaggio, sia un valore in quanto tale. Ricordiamo (non c’eravamo, ma abbiamo i libri a disposizione, a volerli leggere) che alla nascita dell’industria moderna ci fu chi, scandalizzato, intentò una guerra senza quartiere all’automazione dell’epoca, che minacciava di lasciare a casa migliaia e migliaia di bambini dai cinque ai dodici anni che con le loro manine piccole e dolci potevano fare cose impensabili per gli adulti: pulire bossoli di obice, inserire piccolissimi giunti in piccolissime pulegge, farsi stritolare le ditine negli ingranaggi, respirare solventi diciotto ore al giorno, e così via. Oh sì, fu un amaro momento quello che vide uscire dalle fabbriche questa torma di schiavi, tra donne anziane, incinte, bambini, poveri, mentecatti, una processione degna di una xilografia di Doré, per dare il via alla figura dell’operaio che con due martellate e un’occhiata al cronometro riesce a fare il lavoro di centinaia di miserabili. Decisamente, una tragedia.
Ricordiamo un nostro vecchio professore che, alla domanda (si era in un corso altamente specializzato): professore, ma non crede che tutta l’informatizzazione che sta avanzando toglierà molti operai dalle mansioni attuali? Rispose, senza pensarci un attimo: MEGLIO. E solo chi ha vissuto certi aspetti della fabbrica può capire la risposta tranchant. Gli altri, possono continuare a fare l’elegia della dignità del lavoro, quando torni a casa sporco, sudato, intossicato e semi impazzito dalla noia di togliere e mettere pezzettini su di un nastro, di controllare a occhio nudo milioni di schede elettroniche all’anno, di saldare a mano intasandoti di fumi di stagno, sempre uguale, sempre interminabile, per tutti i giorni della tua vita. Che gran dolore, perdere simili lavori, rendiamoci conto.
Davvero terribile. Certo: è terribile il pensare di non avere uno stipendio in cambio, non chiudiamo gli occhi di fronte al messaggio sottinteso. Può anche essere però che il mondo del lavoro del futuro, e se è per questo anche la stessa struttura sociale ad esso sottesa, non preveda affatto un simile scenario: se il lavoro manuale cala e la popolazione cresce, è lecito aspettarsi, o desiderare, che la proporzione degli operai rimanga invariata? E se è per questo, non è possibile immaginare un tessuto lavorativo composto per la maggior parte da operatori dell’automazione? Poi, ancora: l’importanza del lavoro manuale è ancora uguale a paragone, diciamo, ai primi decenni dell’Ottocento? Si tratta di quesiti che, sebbene a molti di noi sembrino puramente retorici, evidentemente così non sono per molti altri che si stanno già fasciando la testa preveggendo un futuro di miseria.
A nessuno, a quanto pare, viene in mente che già tutti quelli che potevano scappare dalle fabbriche lo hanno fatto, lasciandosi rubare volentieri certe mansioni da uno stuolo di nuovi poveri, di passaporto, di cultura, di scelte. E che in una industria come quella italiana, con dimensioni che al 98% stanno sotto ai 5 addetti per unità produttiva, tutta questa automazione di scala non solo non è vantaggiosa, ma per i costi che ha non è neppure concepibile: tranquilli, l’operaio sottopagato costerà sempre meno di un robot e sarà pure più disponibile (leggi: flessibile e ricattabile). Ma sono ragionamenti poco utili, in un secolo in cui la paranoia va di gran moda. E così, senza , si passa dalla promessa di automobili autoguidanti che scatena la protesta dei tassinari agli scenari foschi in cui gli stipendi, a sentire costoro, dovrebbero prenderli i robot; che già avrebbero dovuto cominciare a prenderli, a partire da quel romanzo di Carol Capek in cui fu coniato il termine così come oggi lo conosciamo. Cosa poi se ne facciano i robot dei soldi, non è dato saperlo. Magari, a fronte di un margine di profitto molto migliore, potrebbe essere ripensata la distribuzione sociale degli utili; ma non vorremmo essere tacciati di socialismo, non sia mai.
 
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