Il meccanismo è ampiamente consolidato: privare la popolazione delle certezze e di solidi riferimenti, creare il panico in relazione al fatto che quelle certezze e quei riferimenti potrebbero scomparire per sempre e impostare una gestione della cosa pubblica basata su uno stato di costate emergenza. A questo punto diventa piuttosto semplice far digerire qualsiasi provvedimento, per quanto impopolare, spacciandolo come unica cura possibile. Se ognuno dei passaggi di questa procedura viene eseguito nei modi e nei tempi adeguati, nessuno oserà contestare il fatto che le contromisure proposte creeranno problemi peggiori dei mali. Il risultato è una nazione, ma soprattutto una classe politica, paralizzata, che guarda con devozione al suo Tamerlano, condottiero dei nostri sacrifici. Tutti pronti ad accettare la riduzione della nostra sovranità democratica per risolvere problemi di cui non conoscevamo nemmeno l’esistenza,
Abbiamo appreso che la borsa, tempio pagano della nuova economia, crolla a causa degli speculatori, ma per qualche motivo, finanziare gli istituti bancari con 350 miliardi di euro a tasso ridicolo per ricapitalizzarli con investimenti speculativi è un passo importante per la salvezza del Paese.
Le stesse banche che in Italia hanno talmente tante proprietà immobiliari da poter vincere a mani basse un campionato mondiale di monopoli. Nonostante questo lo Stato trova appropriato rinunciare all’IMU su queste proprietà (pari a circa 40 miliardi di euro), mentre gli pseudo proprietari di prime case (che per la stragrande maggioranza sono sempre degli istituti di credito) è giusto che contribuiscano alla rinascita del Paese. Nel contempo la digrignata rabbia dei cittadini viene veicolata verso la Chiesa Cattolica e verso i politici che si sono fatti controsoffittare la taverna mentre guardavano da un’altra parte.
Altre efficaci fonti di fumo oculare le ritroviamo negli stipendi dei parlamentari (mentre si dovrebbe parlare di ciò che fanno, in cambio del loro salario), nell’articolo 18 e nelle acrobazie voluttuose di una soubrette sudamericana. Frattanto il tessuto produttivo italiano, strangolato dal credit crunch, ascolta il Premier annunciare l’imminente uscita dalla crisi, mentre il presidente dell’ABI riesce a dichiarare che le aziende non ottengono credito dalle banche perché non lo chiedono, senza nemmeno scoppiare a ridere. Con la stessa serietà veniamo informati che la riforma del lavoro è stata accolta con una ola di approvazione da oriente a occidente.
La verità è un’altra. La manovra è stata ferocemente criticata non solo dalle più diverse posizioni politiche internazionali, ma dallo stesso Draghi, compagno di banco di Monti al club Bilderberg. Questa riforma ingesserà un mercato del lavoro già allo stremo: farà delle assunzioni una chimera e dei licenziamenti una forma di autofinanziamento. La verità è che il decreto “salvaitalia” ha salvato le banche (i cui bilanci sono diversamente attendibili, a detta degli stessi funzionari) e gettato nel panico due generazioni di lavoratori.
Fu un vero statista, F.D. Roosevelt, a dire che la paura è l’unica cosa da temere. L’artefice del new deal che traghettò gli Stati Uniti fuori dalla grande depressione, prese iniziative molto contestate. Era però una situazione capovolta rispetto alla nostra: le misure di Roosevelt erano contestate dai politici e dalle lobby di potere, non dal popolo. Istituì un reale controllo sull’attività della borsa, invece di alimentarne l’effetto speculativo. Disciplinò il tessuto produttivo e i diritti dei lavoratori. Invece di distruggere il potere d’acquisto dei cittadini, creò lavoro con opere pubbliche innovative. Inasprì la pressione fiscale sui ceti agiati, distribuendo il conto della crisi tra chi l’aveva creata.
Nel nostro Paese si dice con aria di saggia rassegnazione che queste cose non si possono fare. Quello che è certo è che se gli obiettivi sono altri, non c’è proprio pericolo che qualcuna di queste manovre virtuose venga applicata anche qui. Che gli obiettivi siano altri lo ha dichiarato lo stesso Monti, accennando alla cessione di parti della sovranità popolare a un livello comunitario. Che non sarebbe neanche una cosa così sconveniente, se a livello comunitario non muovessero le leve banchieri, burocrati e poteri lontani anni luce dal cittadino (e, in ultima analisi, artefici di questa strana crisi).
È bizzarro pensare che durante la crisi economica del ’29, in pochissimo tempo, fallirono oltre 2000 banche. In Italia, nel 2011, sono state spazzate via decine di migliaia di aziende, sono state pagate un miliardo di ore di cassa integrazione, la produzione artigianale (colonna portante della nostra economia, ma soprattutto segno distintivo dell’italianità) è stata messa in ginocchio. Eppure non una banca ha chiuso i battenti. Nemmeno un posto di lavoro si è perso in quel settore. Un settore che non produce e non sostiene più chi lo fa. Un settore privo di concorrenza grazie a consigli di amministrazione fotocopia. Un settore che sopravvive ai suoi errori. Come la politica. Mentre, come spesso accade, c’è chi paga per loro.
