Il denaro non rende felici…chi l’ha già. Dell’inesorabile divaricante forbice tra ricchi e poveri

poveroStrano rapporto, quello che intercorre tra il denaro e la razza umana. Noi davamo per scontato che la lezione ottenuta da Pinocchio, per mano del Gatto e della Volpe, nel Campo dei Miracoli fosse di quelle sagge e definitive: ovvero, non puoi pensare di seminare zecchini d’oro e ottenere un albero di moneta sonante. E ci siamo regolati di conseguenza: andare, camminare, lavorare. La generazione dei nostri figli – oggi venti, venticinque anni – è cresciuta col mito del tizio fico che può farsi da solo dal nulla e può farsi l’elicottero personale, la televisione privata e anche tutte le vallette di detta televisione: hai voglia a cercare di farli scendere a miti consigli, la loro visione era molto più accattivante della nostra.
Oggi ti guardi intorno e pensi che, forse, l’educazione finanziaria che hai avuto tu sarebbe un attimo da rivedere; perché mentre tu andavi camminavi lavoravi, gli altri ammucchiavano soldi sui tuoi bisogni indotti, con poca fatica e molto gusto, evadendo tasse a tutto spiano mentre te lo cantavano pure in faccia: non voglio fare la formica su e giù (come te), le cicale, cicale cicale cicale. Tanto poi se le Fiamme Gialle ti pizzicano patteggi, nel frattempo te la godi.
Così, mentre tu ti stai chiedendo come mai fai sempre più fatica ad arrivare alla fine del mese, chi compila le statistiche, se lo desideri, la risposta a questa domanda ce l’ha già: mentre in precedenza il censo della specie umana disegnava nei grafici una specie di anfora o di vaso panciuto, stretto in cima (pochissimi ricchissimi), molto largo al centro (la maggior parte in possesso di reddito e beni di media entità) e la base stretta (pochi poverissimi), negli ultimi anni il rapporto si è modificato e oggi quell’anfora ha tutto l’aspetto di un vaso molto chiatto dal collo cortissimo ed estremamente esile. Che cosa è successo?
E’ successo che la ricchezza è andata via via concentrandosi nelle mani di pochi noti e meno noti (sempre meno noti via via che la ricchezza cresce), mentre la base è andata ingrossandosi al punto da rendere difficilmente distinguibile la cesura, un tempo molto ovvia, tra classe media e orlo della povertà. Ovvero: se oggi hai uno stipendio medio attorno ai 1.300 Euro al mese e un mutuo a carico sei tra i privilegiati della specie, di quei privilegiati che ogni volta devono scegliere se mangiare o riparare i denti, andare in vacanza o pagare il riscaldamento, cambiare lo scaldabagno o far studiare il figlio.
Nella parte alta, oggi, addì 2016, è concentrato il 50% della ricchezza monetaria totale dell’intero pianeta, che appartiene tutta a sole 62 persone.
Nel 2014, erano 85: nel 2010, ben 388, il che lascia intendere senza difficoltà come il processo di concentrazione monetaria stia accelerando a favore dei grandissimi ultrapossidenti, e a tutto scapito di chi sta sotto, dal momento che la popolazione mondiale, che si trova ad avere a che fare con una sempre minore disponibilità totale di denaro circolante e giacente, al contrario cresce sempre di numero e ha sfondato da un po’ i 7 miliardi di anime.
Noi possiamo solo prendere atto della cosa e intrattenerci supinamente e crassamente coi soliti adagi atti ad alleviare le sofferenze stile bacino sulla bua, tipo i soldi non fanno la felicità e simili; eppure, per quanto il pensiero che i valori virili sorgano più forti in mezzo alle ristrettezze ci possa per un po’ essere di viatico, tutto sommato a pensarci bene forse è diventato sempre più difficile nascondere il fatto che siamo stati un po’ coglioni.
Nel 1974 il Paradosso di Easterlin ci insegnava come la crescita economica modesta fosse spiegabile con un impulso della nostra razza ad apprezzare la ricchezza economica solo fino ad un certo punto; ovvero, se sei un operaio, superata la fase di bisogno acuto (diciamo, mille Euro?), poi cominci via via ad avere dei rendimenti marginali decrescenti dal reddito aggiuntivo, fino a quando, che so, attorno ai 3.500 Euro al mese prendi, chiedi il part time e ti dai alla pittura naif. Oggi, nel vedere cosa accumulavano quei 62 mentre gli operai si davano alla pittura naif, il paradosso di Easterlin appare presto spiegato: non era un paradosso.
E’ che la ricchezza cresceva limitatamente solo nelle tasche dei più, mentre in pochi la facevano sparire a ritmi sempre più veloci in depositi stile Zio Paperone, o ancora meglio, in conti offshore che impoveriscono il tessuto sociale che li ha permessi in due modi: generano una (relativa e miserabile) ricchezza altrove rispetto a dove sono stati rimpinguati, e non vengono neppure tassati. E tra parentesi i proprietari, beffa su beffa, non ci sembrano neanche tanto tristi, con tutti quei soldi.
E noi a non averli certo non più felici di tanto. Solo due considerazioni possono tirarci un pochettino su di morale, al riguardo. La prima è che non tutta la ricchezza è monetaria, e fare i conti col nostro metro si rischia di sbagliare clamorosamente bersaglio. Ovvero: non è detto che in Paesi in cui il reddito annuo pro capite sia pari a quanto spende Bill Gates al mese di carta igienica la vita sia così più triste, rischiosa e povera di quella all’ombra delle torri d’avorio.
Ovvero, magari lì con quei 40 dollari al mese ci stracampi e riesci anche a guardare la televisione privata italiana con le vallette deflorate di cui sopra; tutto è relativo, figuriamoci ricchezza e felicità. La seconda è che anche la sociologia può nutrirsi di speculazioni fantasiose come qualsiasi altra scienza, e nulla ci impedisce di pensare che questo processo di accelerazione nell’accumulo di ricchezze porti, nel giro di tre, quattro, massimo dieci anni a concentrare tutta la ricchezza del mondo nelle mani di un solo uomo (verosimilmente, di sesso maschile); a quel punto il vegliardo (giovani, ce ne sono pochi) schiatta, e nessuno deve più niente a nessuno.
Oppure, scopriamo che alla fin fine di tutti quei soldi, che vengono cremati assieme a lui in un novello funerale vichingo, possiamo farne a meno, esattamente come abbiamo sempre fatto. Al limite, ne stamperemo altri. O vivremo di scambi di conchiglie. E il ciclo ricomincerà da capo.
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