I valori non sono una merce da impiegare sul mercato politico

Ma prima ancora c’è da fare una premessa, aggiunge Politi. "Le nostra società pluraliste – italiana, europee, occidentali – devono necessariamente fare i conti con il pluralismo etico. Cioè con una molteplicità di visioni religiose e filosofiche. Dove non è tanto in discussione il concetto in sé di un determinato bene comune da perseguire – un “valore” appunto – quanto la maniera di realizzarlo nella diversità delle situazioni".
Se nella dottrina cattolica il matrimonio è indissolubile, mentre quella ortodossa ammette il divorzio e un nuovo matrimonio seppure in una forma più sobria, penitenziale, se alcune Chiese protestanti benedicono le unioni gay e la tradizione musulmana permette l’aborto in caso di pericolo di vita della madre (per “salvare l’albero da cui nascono i frutti”, dicono) e il rabbino capo di Roma – al tempo del referendum sulla procreazione assistita del 2005 – annunciava che avrebbe votato Sì su alcuni quesiti e No su altri, se lo stoico preferisce darsi la morte per non cedere al tiranno o uomini della Resistenza scelgono di suicidarsi per non tradire i propri compagni – ci troviamo di fronte a tradizioni e visioni del mondo e dunque a scelte, che hanno radici profonde, che non sono frutto di superficialità, che si richiamano anzi a concezioni spirituali di spessore. Il senso e il valore della vita… la maniera con cui lo stato accompagna l’esistenza condivisa di due individui….
La discussione spesso viene impostata come una sorta di duello all’ultimo sangue tra il Valore e il Relativismo. Ma qui non si tratta di quello che io chiamo il relativismo da bar , la maniera becera di affermare “faccio come mi pare”. Qui sono a confronto e in relazione approcci differenti nel richiamo a valori sentiti come importanti. Si tratta, insomma, di pluralismo e non di relativismo.
Come nasce questa diatriba in Italia ?
“Certamente la discussione politica sui valori cosiddetti non negoziabili è tipicamente italiana. Appartiene ad una fase specifica della nostra storia politica. Nel momento in cui la Democrazia cristiana è scomparsa dalla scena politica, è venuto a mancare anche un soggetto capace di mediare tra le posizioni della tradizione cattolica e le scelte concrete di governo della società italiana. E’ stato allora – con il passaggio alla Seconda Repubblica – che la gerarchia ecclesiastica si è assunta il ruolo di attore diretto per affermare le proprie posizioni dottrinali in merito principalmente ai temi della vita, della famiglia, della scuola confessionale. Ma è stata scelta sostanzialmente la linea del lobbismo e della pressione politica piuttosto che la formazione delle coscienze e l’acquisizione del consenso intimo. Esemplare, da questo punto di vista, è la telefonata di Benedetto XVI a Mastella durante la fase dell’ultimo governo Prodi  (2006-2008) per congratularsi della sua opposizione ai Dico, un blando tentativo di regolamentare le coppie di fatto. Immaginare che il capo spirituale di una comunità di oltre un miliardo e cento milioni di fedeli trovi il tempo di telefonare ad un esponente politico che rappresenta qualcosa come l’1,4 per cento degli italiani al solo scopo di bloccare una legge sulle unioni civili, è sconcertante.
Mastella, peraltro, farà cadere il governo Prodi. Dunque il risultato è raggiunto!
Naturalmente se si muovono le confessioni religiose proclamando con tutta l’autorità la difesa di certi valori, questi non possono che essere “non negoziabili” e le proposte che vengono da altre culture e altre religioni non possono che essere tollerate a patto che si conformino poi sul piano legislativo alla “vera verità”.
Con quale effetto?
Lo sbocco di una simile impostazione porta ad un doppio cortocircuito. Sul piano politico diventa inevitabilmente merce l’appoggio alle richieste ecclesiastiche per motivi del tutto opportunistici, elettorali, se non di copertura di propri personalissimi interessi come è avvenuto durante il governo Berlusconi. Sul piano individuale si produce l’atteggiamento conformista di chi spesso preferisce non discutere in pubblico di controversi temi cosiddetti etici e poi in privato si regola in maniera difforme dalle indicazioni della gerarchia ecclesiastica”.
Ritiene che in tale modo vengano messe in questione le basi di interculturalità e interreligiosità su cui si reggono le società moderne?
Penso e concordo con padre Brovedani che ogni società ha bisogno di una struttura di etica pubblica, che la sorregga. E che la libertà debba sempre essere accompagnata dalla responsabilità e quindi dai doveri e dalla solidarietà. In una delle sue encicliche Benedetto XVI nota acutamente che il legame dei doveri è socialmente più forte del vincolo risultante dai diritti. Così è certamente – mi si lasci la battuta – nelle società di tradizione germanica e anglosassone. Così era anche nelle società romana o greca che su questi problemi hanno riflettuto. (In Italia spesso il “familismo amorale” oscura l’etica pubblica…).
E’ importante, tuttavia, partire dal fatto che non può più esserci una religione-guida o una concezione filosofico-culturale a priori egemone. Dove trovare allora il fondamento di un’etica condivisa? Nelle società moderne l’unica fonte può solo essere la Costituzione come patto condiviso della cittadinanza. Legge fondamentale che garantisce il rispetto della pluralità e della laicità. A sua volta la Costituzione, come legge viva, è inserita nel flusso della sensibilità giuridica contemporanea e della sua evoluzione secondo le procedure interpretative della Corte Costituzionale. L’idea che “jus dicere”, realizzare la legge, sia inserito in un processo evolutivo è la grande intuizione ed eredità del diritto romano. In questo senso anche l’etica sociale comune è dentro un processo evolutivo. Ci sono state epoche, nemmeno troppo lontane, in cui battere la moglie per correggerla o cacciare la figlia incinta prima del matrimonio o considerare bastardi senza diritti la prole extraconiugale era ritenuto del tutto giusto, morale e naturale.
Di fatto la questione dei principi non negoziabili si è posta in Italia in presenza di temi scottanti da affrontare in campo legislativo.
Sì, ed è per questo che un conto è affrontare la questione dei valori sul piano filosofico astratto – vorrei dire di pura speculazione filosofica – e un conto è trattarne quando la problematica viene agitata nella sfera politica. Da questo punto di vista è assolutamente condivisibile la posizione di padre Brovedani, secondo cui l’espressione “valori non negoziabili” viene percepita come arrogante e al tempo stesso induce nonostante la sua perentorietà a pensare che alla fine bisogna negoziare in qualche modo sul mercato politico la non-negoziabilità.
Partiamo dai fatti. In Italia la questione si è posta e si pone su temi come le unioni omosessuali, la fecondazione assistita, il testamento biologico. Semplificando, su questioni come : matrimonio, vita, morte.
Qui come non mai è necessario non trasformare certi concetti idoli inanimati. Perché la sensibilità di milioni di uomini e donne avverte immediatamente, e ne è consapevole dalla sua esperienza esistenziale, che la verità di certi concetti è legata alla sua autenticità nel vissuto. Un vissuto non riproducibile con lo stampino, ma multiforme.
Può spiegare concretamente?
Il matrimonio come patto di condivisione per creare una famiglia e generare figli è certamente un valore da tutelare. E al tempo stesso la convivenza forzata di due persone fra le quali è intervenuta una frattura insanabile è un dis-valore: e quindi l’istituzione del divorzio è un bene. Così come a sua volta rafforzare con garanzie legali un patto di solidarietà e di convivenza fra due individui etero oppure omosessuali è un fatto socialmente positivo.
E ancora, non ritengo sia possibile qualificare come valore l’impianto di un embrione con una malattia ereditaria che porti inevitabilmente alla morte per soffocamente dopo pochi mesi – e sottolinea inevitabilmente – il bambino che nascerebbe. Capisco che ci possano essere visioni religiose o filosofiche differenti ma non è ammissibile che siano imposte.
Infine, per quanto riguarda il testamento biologico così attuale. Ho sempre ammirato la dedizione delle suore che hanno assistito Eluana Englaro. Un esempio di dedizione amorevole gratuita e assoluta. E al tempo stesso sono convinto che vada rispettata la volontà di tutti coloro che dicono: “Desidero che mi sia data la possibilità di spegnermi, laddove la natura farebbe il suo corso se una macchina non tenesse artificialmente in vita il meccanismo del mio corpo”. Sia le suore che Beppino Englaro testimoniano valori. Tocca al parlamento, laicamente, trovare le soluzioni giuste in sintonia con la sensibilità della cittadinanza. E nel caso di Eluana tutti i sondaggi hanno dimostrato che la maggioranza degli italiani stava dalla parte del padre. 

Marco Politi

Nella foto Marco Politi che è autore del libro "Joseph Ratzinger, Crisi di un papato", editore Laterza

 

 

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