I pionieri del web raccontano la nascita italiana di Internet

Pisa – Pisa, pomeriggio del 30 aprile di trent’anni fa. Un momento storico per il Paese. Anche se nessuno ci fece caso. Neanche i diretti interessati, Stefano Trumpy, Luciano Lenzini e Antonio Blasco Bonito, i tre cervelloni del Cnuce protagonisti dell’impresa (il primo passo dell’Italia all’interno di Internet), lì per lì si accorsero che c’era qualcosa di grandioso da festeggiare.

«Semplicemente, non demmo al fatto un gran peso. Nessuno poteva prevedere cosa sarebbe diventata la Rete, l’importanza che di lì a qualche anno avrebbe rivestito per milioni – oggi miliardi – di persone», racconta il prof. Trumpy, livornese, ingegnere, classe 1945, direttore del Cnuce (Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico) del Cnr di Pisa dal 1983 al 1996, dal 2000 (anno della sua fondazione) presidente della Internet Society Italia.

Trumpy portatile

«Seguivamo un progetto legato ad Arpanet, l’antenato di Internet , e quel pomeriggio di trent’anni fa, con un “OK” arrivato dagli Usa (dalla Pennsylvania, per l’esattezza) capimmo di aver lavorato bene: la connessione ad Arpanet funzionava, avevamo trasmesso e ricevuto dati grazie a protocolli identici a quelli che oggi fanno muovere la Rete. Bene: dovevamo continuare in quella direzione. Tutto lì. Nessun brindisi, nessuna particolare euforia. Nel momento fatidico, tra l’altro, né io né Luciano eravamo presenti. C’era solo Antonio, davanti al monitor su cui comparve la fatidica risposta affermativa dagli Usa. Il Cnr fece un comunicato, ma i giornali l’ignorarono. In quei giorni, col disastro di Chernobyl, c’era ben altro a cui pensare. Insomma, tranne pochi addetti ai lavori, nessuno ne parlò».

Anche se con un trentenni di ritardo, quel brindisi si è fatto. La festa dell’Italian Internet Day, culminata nel weekend del 29-30 aprile, è iniziata giorni prima: articoli, interviste, speciali approfondimenti in tv e online, per divulgare i retroscena del nostro debutto in Rete; e anche un documentario, “Login. Il giorno in cui l’Italia scoprì Internet”, scritto da Riccardo Luna e diretto da Alice Tomassini, trasmesso lo scorso venerdì da Rai 5. I “magnifici tre” del Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico , Trumpy, Lenzini e Bonito, i pionieri di via Santa Maria (dove, al 36, si trova Palazzo Venera, che allora ospitava le attività del Cnuce), di nuovo insieme per connettere il Paese a quella gloriosa tappa del suo sviluppo tecnologico.

«Con Luciano e Blasco non ci siamo mai persi di vista, anche se i nostri percorsi professionali hanno preso direzioni diverse», dice Trumpy. «Di certo questa è stata l’occasione buona per ritrovarci. Al Cnuce, Luciano era il “tecnico”, l’esperto delle reti; Blasco l’operatore, l’uomo delle macchine. Io dirigevo l’istituto dal 1983. Blasco, quel 30 aprile del 1986, posizionato davanti al suo terminale, scrisse il messaggio “Login”. Dagli Usa arrivò il messaggio di conferma. Il momento “zero” è quello lì. L’Italia era entrata nel futuro – in quella che, nel futuro, sarebbe stata Internet. Quel primo collegamento viaggiò a 64 kb: una velocità oggi ridicola, e anche allora bastava per lo scambio di semplici messaggi. Il Cnr di Pisa preparò un comunicato. Ma i media, come del resto quasi tutti, di queste cose non capivano nulla. Tranne pochi addetti ai lavori, nessuno ne sapeva alcunché. Dalla stampa generalista, la considerazione fu pari a zero».

Grande fan di Internet, assiduo frequentatore dei social, il premier Matteo Renzi, in un ampio articolo dedicato ai trent’anni dell’Italia in Rete affidato alla sua pagina Facebook, ha definito quella “considerazione pari a zero” come “il più grande “buco” del giornalismo italiano”. «Negli Stati Uniti – scrive Renzi – governa da tempo Ronald Reagan, che qualche mese prima ha dovuto gestire la crisi di identità collettiva dell’esplosione in volo dello Space Shuttle due minuti dopo il decollo. In Unione Sovietica c’è Mikhail Gorbaciov, la cui perestrojka si trova ad un passaggio drammatico: il 26 aprile la centrale nucleare di Chernobyl, in Ucraina, esplode causando decine morti e un disastro ambientale di proporzioni immani».

E così la nascita italiana di Internet passa sotto silenzio. «Le prime pagine dei giornali sono piene di articoli sugli sviluppi di quella notizia, quando nelle redazioni arriva il comunicato stampa più ignorato delle storia. Recita più o meno: il Cnuce, il Centro di calcolo elettronico del CNR di Pisa, è stato collegato per la prima volta alla rete Arpanet, la rete creata negli Stati Uniti per collegare i computer delle università, degli istituti di ricerca e degli enti militari. Arpanet è il papà di Internet e l’Italia è il quarto paese europeo ad essere collegato: dopo Norvegia, Regno Unito e Germania Ovest. Su questo neanche una riga si trova sui giornali dell’epoca. E non c’è un video a ricordare quel momento. E nemmeno una foto. Allora i telefonini per scattarsi un selfie non c’erano. Internet in Italia è stato il più grande `buco´ della storia del giornalismo italiano? Forse».

Il premier continua con un grazie ai “pionieri del web all’italiana. Quelli che il collegamento alla rete di computer lo hanno immaginato, voluto e realizzato: su tutti, Stefano Trumpy, Luciano Lenzini e Blasco Bonito, che erano a Pisa il giorno del primo Internet-Day. Tutti uomini del Cnr».

Così Antonio Blasco Bonito, che oggi ha 65 anni, racconta al Corriere i momenti della prima connessione intercontinentale con gli Usa. “Ero solo davanti al PDP 11 (una delle celebri macchine costruite dalla Digital Equipment Corporation, Dec, pionieristica industria del settore informatico, Ndr), emozionato; al mio fianco c’era il router “Butterfly”: ce l’aveva mandato il ministero della Difesa americano e era più gande di un frigorifero». Dal nostro terminale inviai un ping, una richiesta di risposta al computer che si trovava negli Stati Uniti. Dopo aver rimbalzato, via satellite, da Fucino (Abruzzo) a Roaring Creek (Pennsylvania) e ritorno, il segnale tornò indietro, con un “OK”. L’esperimento era riuscito”. Il CNUCE aveva appena collegato l’Italia a Internet.

 Venerdì 29 aprile, a Pisa, al 36 di via Santa Maria, accanto al portone di Palazzo Venera, già sede del Cnuce, il luogo in cui Bonito, il PDP11 e il “Butterfly” si trovavano quel pomeriggio di trent’anni fa, è stata inaugurata una targa che ricorda l’attivazione del “primo nodo della rete Internet in Italia”: a rappresentare il “trio”, Luciano Lenzini, affiancato dal sindaco di Pisa Marco Filippeschi, il rettore dell’ateneo pisano Massimo Augello e Domenico Laforenza, direttore dell’Area Cnr di Pisa.

E a Washington per l’occasione e’ volato anche Riccardo Luna, ‘digital champion’ del governo italiano: “L’internet day venerdì in Italia è un grande avvenimento culturale, – dice all’ANSA – il Paese che si rende conto di una cosa fondamentale: siamo stati i quarti al mondo a collegarci a Internet, oggi siamo i quartultimi in Europa. Ti fa capire che in questi trent’anni non abbiamo corso, anzi ci siamo fermati. Così la nuova sfida è far partire finalmente il bando per la banda ultralarga, una cosa di cui parliamo da dieci anni e la gara parte venerdi’, ciò vuol dire che entro il 2020 (RPT 2020) tutti gli italiani hanno internet ultraveloce”.

E la festa per l’Italian Internet Day, fortemente voluta dal premier Renzi, ha avuto un’anteprima americana all’ambasciata italiana di Washington, cui ha partecipato anche Vinton Cerf, uno dei “papà” di Internet (l’altro è Bob Kahn: assieme, i due informatici statunitensi inventarono il protocollo TCP/IP). “L’esplorazione italiana era in corso allo stesso tempo di quella americana”, ha raccontato Cerf all’Ansa, “Bob Khan ed io lavoravamo con i colleghi italiani già dal 1980, 1981. E al Cnuce, a Pisa, erano già attivi dall’inizio degli anni ’70, allo stesso tempo in cui lo eravamo anche noi, parallelamente”. Da quella sintonia, da quell’identità di vedute, da quegli sforzi congiunti, si arrivò, da una sponda all’altra dell’oceano, alla data che Cerf definisce “il giorno dell’allineamento”.

A Washington c’era anche Riccardo Luna, scrittore e giornalista, “digital champion” del governo italiano e autore del documentario sui trent’anni di Internet in Italia. “L’Internet Day è un grande avvenimento culturale – ha detto all’Ansa – È importante che il Paese si renda conto di una cosa fondamentale: siamo stati i quarti al mondo a collegarci a Internet, oggi siamo i quartultimi in Europa. In questi trent’anni non abbiamo corso, anzi ci siamo fermati. Ora, la nuova sfida è la banda larga. Ne parliamo da dieci anni, oggi (venerdì 29, Ndr) finalmente parte la gara. L’obiettivo è far avere a tutti gli italiani Internet ultraveloce entro il 2020”. In collegamento video con il Cnr di Pisa durante i festeggiamenti del trentennale della Rete in Italia, il premier Renzi ha ribadito il concetto: “Colmeremo il divario sulla banda larga. Lo Stato investirà milioni di euro. Dopo tante chiacchiere, si parte”.

Laura Abba

Pionieri, ma anche pioniere: la storia di Internet in Italia è anche al femminile. Tra le donne che hanno fatto la nostra Rete c’è Laura Abba. Massese, nel 1992 era in Giappone per rappresentare il Cnuce, il Cnr e l’Italia in giorno in cui a Kobe venne fondata la Internet Society, l’organizzazione internazionale che si adopera per la diffusione di Internet. In un articolo scritto per festeggiare la data del 30 aprile 1986, scrive: “Prima di tutto abbiamo costruito l’Internet delle persone. Non si trattava solo di computer, connessioni, protocolli e pacchetti, ma di voglia di comunicare. La strada verso una Rete per tutti risultava lunga e a ostacoli. A Kobe, nel ’92, ci siamo detti tutte/i insieme: “vale la pena impegnarsi”. E lo abbiamo fatto, giorno dopo giorno, con passione, contro ogni limitazione. Tre miliardi e mezzo di utenti oggi ci sono. Un risultato grandioso. Ma, nonostante ciò, molto resta ancora da fare”.

Foto: ischool.startupitalia.eu

Stefano Trumpy

Laura Abba

 

 

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