Firenze – E’ oggi, il giorno dopo, il giorno più difficile per coloro che lo conoscevano e soprattutto per i famigliari. Il giorno delle riflessione, del “redde rationem”. Centinaia di persone che si sono riversate come un fiume in piena, ieri, davanti alla bara del giovane reporter, giovane uomo che voleva, secondo le parole del padre, “andare dove i fatti accadono”. Sì, perché è questo il mestiere del giornalista: essere gli occhi, la voce, le orecchie del mondo, anche di coloro che non vogliono sapere, guardare, vedere. E questo mestiere Simone Cammilli ce l’aveva nel sangue, voleva essere lì, a “vedere” e “far vedere”.
Gli è costato la vita. “Era un ragazzo speciale” ha detto il padre, giornalista anche lui, uno che poteva capire, insomma, e che ha ricordato come il suo ragazzo avesse rifiutato un suo eventuale interessamento per farlo entrare in Rai: voleva evitare di fare il “giornalista seduto”. Era un reporter, verrebbe da dire a noi, che facciamo questo mestiere. E che riconosciamo il gusto di narrare, di vedere, di “ascoltar sentendo” anche qui, fra i muri di casa, ovunque c’è qualcuno che non ha nemmeno più voce per parlare e si piega sotto la sferza di un destino fatto forse di incoscienza, ma più spesso di indifferenza arrogante, di fastidio da parte di chi dovrebbe ascoltare e soprattutto agire. Qui dove è difficile riconoscere la verità sotto i grovigli degli “affari”, delle parole, delle autocelebrazioni, delle “prove provate”, di successi che tali sono solo perché qualcuno dice e racconta che lo sono. Dove è duro andare alla ricerca, sempre, della verità sotto questo velo ondeggiante, e si rischia di adagiarsi sulla superficie delle cose: per poco tempo, per convenienza, per infingardaggine.
Non solo. La morte di Simone Cammilli richiama, per associazione col suo entusiasmo e la sua caparbietà di rincorrere la conoscenza vera, che è sempre rischiosa, anche quelle centinaia di giovani (e non dimentichiamo, meno giovani) colleghi che corrono con la stessa meravigliosa volontà di conoscere e raccontare le cose, incontro a un futuro sempre più precario, disagiato, senza sbocco. A molti di loro non sarà mai “offerto” un posto in Rai, e non potranno mai scegliere se fare il giornalista seduto oppure no. Dovranno sempre scapicollarsi fra chiamate del caposervizio e proprie notizie, spesso senza avere neppure quei miseri 50 euro al mese che non bastano ad altro che a fornire un alibi per la propria dignità ferita. Di lavoratore e di persona. Misero prezzo, per un così alto lavoro.
Grazie, Simone. Grazie per avere posto ancora una volta e con prepotenza la necessità di fare questo mestiere con l’onestà, l’entusiasmo e la chiarezza più adamantine; grazie per avere dimostrato ancora una volta che chi vuole fare il giornalista, in buona sostanza, ha bisogno di coraggio. Coraggio per andare in mezzo ad una guerra che spesso ha scelto come suoi obiettivi, casuali e non, i suoi nemici più pericolosi, i giornalisti che raccontano; coraggio per andare sempre, anche nel più apparentemente infimo e banale dei casi, con lo stesso rigore a cercare la verità, o meglio ad avvicinarsi il più possible ad essa. Perché se la notizia è tutto, il vero impegno etico che richiede il coraggio di chi informa è quello di darla “in verità”. Il più possibile, il più rigorosamente che si può. E anche questo è questione di “coraggio”.