Buffo come siamo in grado di prendere parte, da una distanza ragionevolmente sicura, s’intende, alle grandi crociate del diritto planetario, possiamo farci latori di grandissime e nobili istanze, lottare fieramente per la salvaguardia di ogni e qualsiasi diritto per poi, miserevolmente, cadere sulle ginocchia nel quotidiano. Sulle ginocchia: come quando eravamo piccoli e sognavamo di essere dei grandi centravanti, poi ci svegliavamo nel momento di sfilarci brecciolino e pezzi d’asfalto dalla pelle, croste su croste, che giocare in strada non è esattamente come calcare l’erba di San Siro. Allo stesso modo, siamo qui che ragioniamo su grandi ingiustizie del passato e del presente all’altro capo del mondo, ci lanciamo in battaglie di ideali e scoppiamo in lacrime emozionate di fronte ai grandi temi sentimentali, poi nel quotidiano siamo talmente sommersi dalle piccole e grandi porcherie che le respiriamo senza farci caso. Un po’ come succede al pesce rosso di casa: lui da dentro fa le bollicine e al massimo asfissia poco alla volta.Se si vedesse da fuori, dal punto di vista di chi non gli cambia l’acqua da un pezzo, capirebbe che sta nuotando nella propria stessa melma. Il focus sul mondo dei social, ai nostri tempi, risulta estremamente utile. Perché ci consente di studiare il fenomeno due volte: la prima, nella più dilagante e visibile delle sue espressioni. La seconda, perché al tempo stesso la distanza ragionevolmente sicura della quale parlavamo in apertura è, sia per quanto riguarda l’argomento, sia per quanto riguarda chi lo valuta, è proprio quella della tastiera, al riparo della quale si celano in lontananza mostri: hic sunt leones, si diceva a proposito del favoleggiato regno del Prete Gianni. Leones da tastiera, nella fattispecie.
Oggi non puoi aprire una ricerca Google senza approdare a mille meravigliose battaglie di civiltà che mirano a restituire dignità ed onore a tutte le categorie di moderni portatori di handicap: fisici, etnici, sociali, di genere, essendo ormai assodato che al giorno d’oggi dobbiamo, per prendere parte alle discussioni, considerare stranieri, poveri, donne come latori di un qualche portato di inferiorità tanto disturbante, ma proprio in quanto tale vieppiù da difendere in nome di un viscerale amore per la biodiversità. Ebbene, tutte questa battaglie di civiltà trovano il limite invalicabile nella marea di commenti, pareri, post, tweet che, utilizzando gli stessi mezzi, fanno stracci delle categorie suddette.
Qualcuno parla di reati di incitamento all’odio, con una particolare attenzione a quello razziale. Nessuno ancora ha fatto veramente la tara all’oceano di affermazioni sprezzanti, denigratorie, semplicemente cattive nei confronti di chiunque possa entrare nel mirino dei novelli Pasquini che, collegamento alla mano, dispensano la loro caustica saggezza con facilità mai fino ad ora raggiunta. Ce n’è per tutti: che tu sia grasso, magro, calvo, sopraccigliuto, povero, ricco, strafatto, colpevolmente troppo poco addolorato dopo una tragedia, amante dei cani e dei gatti o spregiatore degli stessi in favore di asini e serpenti, in possesso di residenza curiosa, costretto a fare mestieri troppo umili, colto in fallo con un vestito troppo sobrio o troppo fru fru, troppo vestito, troppo nudo, troppo o troppo poco qualcosa, stai pur certo che una staffilata sta già arrivando.
Il cosa sia “troppo” o “troppo poco”, naturalmente, lo decide questa giuria popolare che normalmente non la noteresti neanche nella fila in Posta (momento in cui, per estrema dilatazione dei tempi di attesa, fai in tempo a socializzare anche con gli asperger gravi). C’è una definizione ben precisa per quelli che vomitano odio e disprezzo su tutti: haters, li chiamano, “odiatori”, e il loro scopo nella vita – quella digitale, beninteso, che probabilmente è la gran parte del totale – pare essere quello di lanciarsi contro chiunque e qualunque argomento. Essi travalicano il limite degli schieramenti consueti – fascismi, xenofobie, manicheismi vari – per allargarsi semplicemente ad ogni campo dello scibile umano. Mangi verdura, ti piace Duke Ellington, hai letto 50 sfumature di qualcosa, fai volontariato in Croce Rossa? Sei un cretino, senza appello.
Non che tu debba preoccuparti di agire in modo differente per ottenere il plauso: questo è possibile ottenerlo solo da quei pochi che la pensano come te e ai quali pian piano la conversazione tutta finisce per limitarsi (ottundendo via via sempre più ogni forma di pensiero), ed è comunque di incerta durata e schieramento, mutevole, caduco. Ma al di là degli haters propriamente detti si intravvede, come dopo l’onda gigantesca in lontananza viene quella ancora più titanica, un fronte ancora più spaventoso e grande: quella degli autoelettisi censori dei costumi. Una tribù enorme, quella di costoro, che si è auto investita della responsabilità di criticare chiunque e qualunque cosa, forse nella speranza di farsi notare da importanti testate quali il Vernacoliere, Lercio, Libero e così via; e infatti, la loro staffilata arriva sempre sull’onda di una certa qual forma di umorismo.
Che talvolta, secco e cattivo com’è, fa anche ridere. Salvo poi accorgersi, dopo i primi diecimila commenti, che da questo umorismo in realtà è svanita ogni forma di ironia (auto e non), si è superato il sarcasmo e ci si è avviati a scapicollo lungo la via scivolosa del puro scherno, di quello che a scuola usavano i bulli finendo col far piangere i più piccoli, i più sensibili e persino a volte gli insegnanti. Ecco; questa, la nuova frontiera dei social, affamati di contenuti che tengano viva una conversazione che potrebbe essere interessante, risolutiva, salvifica e invece si sono adattati al livello del pettegolezzo da borgata popolare di quelle proprio marce dentro, di quelle che ci si diverte a torturare gli altri per appisolarsi cinque minuti sulle proprie disgrazie. E non è che si debbano per forza scomodare i commenti assolutamente infelici venduti per perle di saggezza o per scoop (o ancora, nobilitati dal termine esterofilo di “gossip”) di Selvaggia Lucarelli e delle sue emule stile Asia Argento, Caterina Balivo o altre simili subrettine mancate o mancanti con l’ansia di farsi leggere in qualche modo, basta che sia, per domani vedersi affidate chi una rubrica, chi la conduzione di un programma, chi lo spot per un formaggino.
Questa cattiveria strisciante e infamina spopola dappertutto e in ogni luogo, alla faccia dell’intenzione sempre buona di “ridere con “ in luogo di “ridere di chi” che spesso viene usata come difesa (ero ironico, non sono stato capito, non ho detto proprio così, sono stato frainteso). La verità è che l’umorismo spesso nasconde la sua natura di cattiveria dietro a gonne poco occultanti, e ultimamente ha perso anche la sua capacità di strappare risate. A meno che mostrare i denti impegnati a masticare amaro non sia anche quello sintomo di allegria, come avrebbe detto Konrad Lorenz a proposito delle origini del riso: aggressività non diretta. Eppure, qui l’aggressività è diretta, eccome.