Firenze – Il problema dell’approvvigionamento energetico sta sgomentando l’Italia, in particolare nella previsione che la guerra russo-ucraina non solo continui al di là di quelle che erano le previsioni, ma addirittura coinvolga altri paesi europei, fra cui il nostro. Un problema, quello dell’autosufficienza energetica o almeno della riduzione al minimo della dipendenza italiana da energia estera, in particolare russa visto il momento storico, che era stato osto anche negli anni passati, ma che aveva avuto sempre profili teorici più che pratici. Ora è il momento delle recriminazioni non solo per la politica, da qualcuno ritenuta inesistente, dell’energia da parte dei vari governi italiani che si sono succeduti, ma anche dei movimenti popolari che si sono opposti in svariati casi all’estensione ad esempio delle trivellazioni, o ai parchi eolici, o anche allo sfruttamento, in particolare in Toscana, dell’energia geotermica. Ma anche alla posa di gassificatori. Della questione parliamo con Gea Volpe, ingegnere ambientale, che ci spiega quali sono i rischi e le prospettive per il nostro Paese a livello energetico.
Parliamo della politica energetica dell’Italia, dal momento che le vicende militari di questi giorni e il grande paniere di sanzioni attuato nei confronti della Russia, pone l’Europa, ma soprattutto l’Italia, in una prospettiva di emergenza energetica. Cosa è stato fatto e cosa poteva essere fatto in campo energetico?
“Più che la crisi climatica poté la guerra. Desolante e doloroso doverlo ammettere. La speranza che il conflitto possa risolversi per via diplomatica deve rimanere intatta, procedendo anche e soprattutto attraverso patti internazionali che definiscano nuovi assetti di geopolitica ambientale. L’aspettativa che domina in queste caotiche giornate è che l’Europa – e con essa l’Italia – possa avviare quella serie di iniziative politiche in tema energetico, divenute ormai inderogabili. Avrebbero dovuto essere effettuate prima? Sì, senza alcun dubbio. Negli ultimi 30 anni, l’Italia si è incanalata nell’alveo apparentemente vantaggioso di una importazione energetica di fonti primarie, come se non investire in filiere impiantistiche tecnologicamente avanzate sul territorio nazionale fosse la più lungimirante fra le scelte. È apparsa di sicuro la più economica. Tra la fine degli anni ’90 e i primi anni del nuovo millennio l’Italia estraeva circa 20 miliardi di metri cubi di gas annui, oggi ci aggiriamo attorno ai 3,34 miliardi (dati MISE al 2021), pari a circa il 4,4% del consumo nazionale di 76,10 miliardi di metri cubi. Le riserve accertate su suolo nazionale oscillano tra i 70 e i 90 miliardi di metri cubi, che non possono ovviamente essere estratte di colpo. In queste ultime ore il Ministro Cingolani ha delineato in 30 mesi l’uscita dell’Italia dalla dipendenza dal gas russo che cuba per il solo Bel Paese 29,07 miliardi di gas, pari a circa il 38% dei nostri consumi. Per i non addetti ai lavori 30 mesi possono sembrare un orizzonte lunghissimo, soprattutto in tempo di guerra, ma se ripercorriamo gli anni spesi a bloccare qualsiasi tentativo di reale transizione industriale ambientale ci rendiamo ben conto di quanto titanica sia questa improvvisa (e necessaria) accelerazione”.
Accelerazione che significa un grande lavoro di mappatura e costruzione di infrastrutture che consentano al nostro Paese di almeno di preparare il terreno a una minore dipendenza energetica in particolare dall’Est Europa. Cosa ci attende in concreto?
“Le infrastrutture a gas di nuova realizzazione o in ampliamento in attesa di valutazione ministeriale sono più di 110. Stiamo quindi parlando di opere infrastrutturali intese nel loro complesso quali centrali, metanodotti, depositi, rigassificatori senza cui non è possibile pensare ad alcuna indipendenza energetica né ad una concreta transizione energetica. L’Italia, con i suoi tre rigassificatori ha sicuramente più respiro di una Germania che ne è totalmente priva, ma ha necessità di impostare quell’ammodernamento impiantistico che si attende da anni. Le risorse del PNRR sono necessarie ma non sufficienti perché si attui la trasformazione industriale richiesta, obiettivo oggi aggravato dagli spaventosi aumenti dei prezzi delle materie prime, acciaio in primis, che di fatto azzoppano la velocità di corsa delle operazioni. Diventa obbligo ragionare sui mix energetici, sulla diversificazione degli approvvigionamenti, spingendo sulle rinnovabili, sul contenimento energetico, sull’efficienza di tutti i sistemi. Diventa obbligo che scomoda categorie di pensiero kantiane, obbligo etico ancor prima che tecnico. Ci siamo scoperti parte in causa in questo conflitto così apparentemente assurdo, drammaticamente legati a doppio filo alle dipendenze di oggi e alle miopie di ieri. L’Europa in piena crisi energetica, riparte ora con il piano RePowerEu, piano illustrato dalla Commissione Europea per sganciarsi dalla dipendenza Russa con obiettivi di tutto rispetto: 100 mld di metri cubi in meno di import e tutti gli stati membri costretti a stoccare almeno il 90% di gas in vista del prossimo inverno. Italia compresa. Tutto questo mentre l’America tuona nell’annunciare il divieto a comprare gas e petrolio russi a cui fa eco il Regno Unito che si affianca nella sospensione del petrolio, ma non del gas”.
Europa ed energia, ma il quadro, a prima vista unitario, sembra scomporsi poi nei vari interessi dei Paesi che la compongono da un lato, e dall’altro non si può scordare il ruolo di un altro grande giocatore, la Cina.
“Ci troviamo di fronte a un’Europa che al suo interno possiede ancora una volta velocità di transizioni e di trazione totalmente diverse, una Europa che dovrà essere in grado di fronteggiare la sempre maggior fame di gas dell’Asia, con la Cina in testa, pronta ad acquistare gas russo, pronta ad assurgere a interlocutore privilegiato con la Russia. Pronta ad estendere la sua presenza planetaria. Assi di equilibrio che inevitabilmente si spostano: se – come dichiarato da Xi Jiping – la Cina vuole raggiungere l’obiettivo della neutralità carbonica entro il 2060 dovrà gioco-forza raggiungere il massimo picco di consumo entro il 2030, sostituendolo interamente con il gas naturale. Le cifre parlano di un quantitativo pari al consumo attuale dell’intera Europa, ma perché i piani di sviluppo e transizione cinese possano realizzarsi, la Cina necesssita di una Europa in pace, che possa permetterle rotte commerciali sicure e stabili. Ecco perché puntare lo sguardo verso la posizione cinese nella diplomazia mondiale è inevitabile. Come inevitabili saranno le dipendenze europee – e dunque anche italiane – nell’orizzonte di una transizione verde, con una Cina produttrice mondiale di celle solari e impianti eolici, dominatrice unica di terre rare”.
La linea del metano dalla Russia verso l’Europa stava per realizzarsi con lo “scavalcamento” di Kiev. D ora, la Germania ha messo uno stop netto alla sua realizzazione. Cosa comporta ciò per l’Italia e soprattutto, quanto varrebbe la presenza o meno degli impianti di rigassificazione, quanti ne servirebbero per assicurare all’Italia un buon margine di riserva?
“North Stream 1 è già in funzione ed alimenta l’Europa con 55 miliardi di metri cubi annui (inaugurato nel 2011). North Stream 2 è stato oggetto di accordo raggiunto a luglio 2021 tra Stati Uniti e Germania, realizzato dalla Gazprom. La Russia sta minacciando la sospensione di North Stream 1 delle forniture a seguito di un verosimile Embargo. L’Italia sta stoccando – come tutta Europa – ed è in grado di potersi preparare per il prossimo inverno, ma non oltre. I 26 – 30 mesi di Cingolani diventano una corsa contro il tempo, in uno scacchiere di mosse strategiche”.
E’ verosimile la proposta, a dire il vero ad ora passata in sordina, del Governo di rimettere in funzione la linea del carbone in Italia per sostenere a produzione industriale?
“Lo è nella misura in cui i tempi di realizzazione delle ulteriori infrastrutture (dai digestori per produzione di biogas fino agli impianti eolici o alle celle solare) richiedono tempi realizzativi superiori alla capacità diretta dello stoccaggio”.
Tornando alle cosiddette energie sostenibili, lei stessa ha parlato di necessità di delineare le filiere strategiche da mettere in sicurezza. Cosa significa in concreto?
“Occorre individuare tutte le filiere la cui richiesta energetica non può essere sospesa: l’intero sistema ospedaliero sanitario, le catene di valore, le catene del freddo, le industrie a valenza strategica. Le utilities di cogenerazione in caso di razionamento energetico debbono essere garantite, garanzia che solo una mappatura tecnico-politica calata nelle peculiarità dei singoli territori può assicurare”.
Una delle priorità indicate dal mondo scientifico è anche quella di delineare l’impronta energetica delle persone, in una sorta di mappatura che potrebbe dare indicazioni preziose per quanto riguarda l’energia, fornendo una sorta di mappatura utile per giungere a una razionalizzazione delle risorse. Gli strumenti per poterlo fare richiamano la necessità di un pensiero sinergico per opposti che richiama ciò che si è dovuto approntare nella lotta al covid, peraltro non ancora vinta. Pensa che questa possa essere una strada e cosa bisognerebbe facesse il governo per intraprenderla?
“Ad oggi esistono esperienze di gaming, che indirizzano verso una maggiore coscienza dell’impronta energetica individuale. È la sommatoria dei singoli comportamenti ad avere impatto nella trasformazione dei consumi collettivi. Sono esperienze di consapevolezza che tuttavia dovrebbero essere messe a sistema, diventando senso e misura di una gestione territoriale delle risorse in grado di rendere una descrizione quantitativa (e non solo qualitativa) del cambiamento. Chiedetevi: quanta energia richiede una mia giornata media, rispetto a come sono abituatƏ a vivere? La prima energia infinitamente rinnovabile è la volontà del cambiamento. Necessario non dimenticarlo”.