Firenze – Dal secolo delle ideologie, il ‘900, a quello delle nazionalità. E’ il presidente della Fondazione Circolo Fratelli Rosselli, Valdo Spini, ad aprire così il convegno promosso dalla Fondazione, tenutosi ieri in remoto, con l’obiettivo di fare il punto sulla guerra che sta insanguinando un pezzo importante dell’Europa, quell’Ucraina che storicamente è stata sempre considerata un’importante culla della civiltà russa (basti pensare al ruolo del Rus’di Kiev nella storia). Un guerra motivata con rivendicazioni nazionali, ma che forse cela, come tutte le guerre, altri scenari ben più complessi. Una guerra impensabile, “che somiglia per molti versi a una guerra dell’800 – ricorda Spini – e chi avrebbe mai pensato di vedere un incontro fra i ministri russo e ucraino mediato da un ministro turco” (ricordiamo che l’incontro, avvenuto ieri 11 marzo, non ha sortito effetti tangibili sul conflitto in corso, ndr). “Sembra di tornare indietro nel tempo”. Ma la domanda, banale e tragica allo stesso tempo, è cercare di capire non solo ciò che sta succedendo, al netto del fatto che forse per la prima volta dal secolo passato al nostro non ci sono reporter al seguito delle truppe che si stanno muovendo sul campo, ma anche quali potrebbero essere gli eventuali sbocchi per risolvere la situazione. Tanto più che l’attuale cnflitto rappresenta davvero una svolta non solo nel panorama geopolitico degli assetti internazionali, ma, come precisa Spini, “anche per l’interruzione di un processo di globalizzazione che sembrava inarrestabile e che oggi invece vede tagliati tanti rapporti, sia per quanto riguarda gli eventi belllici sia per le sanzioni con cui i paesi occidentali si oppongono alla guerra che la Russia ha intrapreso nei confronti dell’Ucraina”. All’incontro hanno partecipato il generale Camporini e la professoressa di Relazioni Internazionali all’Università di Pisa Serena Giusti.
Conflitto trasformativo – “Si tratta di un conflitto complesso e trasformativo – dice la docente – nel senso che trasformerà gli Stati, il sistema internazionale, e il ruolo dei vari attori sullo scenario mondiale. Un conflitto trasformativo anche nella motodlogia della guerra, dal momento che che si sta vedendo una guerra di tipo tradizionale, che è stata anticipata da una geurra della disinformazione. All’opera, droni, una resistenza ufficiale e una portata avanti da cittadini, sia ucraini che provenienti da altri Paesi”. Dunque, un conflitto complesso originato da cause complesse. Origini che, come ricorda Giusti, “vanno ricercate nella fine della Guerra Fredda, quando non ci fu un ripensamento su come ristrutturare lo spazio paneuropeo, dal momento che in fondo la Russia è anche parte dell’Europa”. Insomma, un momento storico delicatissimo in cui mancò “una visione, una ridefinizine che coinvolgesse in qualche modo la Russia stessa. Questa ricostruzione o ridefinizione è avvenuta attraverso un processo di cooptazione attuato soprattutto con le varie fasi di estensione dell’Unione europea e della Nato. Quindi, di estensione del sistema istituzionale che aveva caratterizzato la comunità transatlantica durante la Guerra Fredda, mentre dall’altra parte l’assetto istituzionale costituito dal Comecon e dal Patto di Varsavia si è immediatamente frantumato”.
Il processo dell’estensione a est della Nato – Un processo che si è svilupato a tappe. Il primo step, ricorda Giusti, è rappresentato dall’unificazione tedesca “ed è proprio in vista della riunificazione tedesca che ci fu una promessa, non scritta dal momento che non sono stati rinvenuti documenti in questo senso, ma sicuramente ci fu una promessa da parte degli USA, con il segretario di Stato James Baker, che la Nato non si sarebbe estesa fino ai confini della Russia o fino a comprendere ex Repubbliche Sovietiche”. Un punto di vista che fu modificato in seguito. “Già nel 1999 ci fu la prima estensione ad Est della Nato. Da sottolineare il fatto che questa prima estensione della Nato che comprese Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria, fu fortemente voluta dalle popolazioni. Per il caso Polonia, l’adesione alla Nato rappresentò una cesura definitiva con l’Unione Sovietica e contro eventuali rischi di revanscismo russo. L’adesione alla Nato segna da un punto di vista anche simbolico, l’inizio di una riunificazione europea, in quanto l’allargamento dell’Unione europea è successivo a quello della Nato stessa. Per questo motivo questi Paesi riposero fiducia negli Stati Uniti, dal momento che ad aprire le porte, anche a livello di percezione di sicurezza, fu prima la Nato e successivamente la UE”.
Lo step successivo avviene nel 2004, quando si ha l’estensione anche della UE ai Paesi dell’Europa centro-orientale, il “grande allargamento”. Mossa “peraltro preceduta – continua Giusti – da un ulteriore allargamento della Nato che in questo caso, oltre a includere Slovacchi e Ungheria, include anche tre ex Repubbliche sovietiche, Lituania, Lettonia ed Estonia. La reazione della Russia è critica, ma accetta di fatto l’allargamento della Nato, addirittura a comprendere tre ex repubbliche sovietiche”. Dopo il 2004, L’UE inizia a pensare come evitare nuove divisioni in Europa, dal momento che “nuove integrazioni implicano ovviamente il rafforzamento di un nucleo ma anche il rafforzamento di alcune divisioni o barriere, che possono essere anche di tipo economico: chi si integra nellìUnione ha maggiori prospettive di sviluppo, chi sta fuori potrebbe soffrire ed eventuali divari potrebbero poi portare a tensioni”.
Già prima dell’allargamento ad Est, d’altro canto, l’allora presidente della Commissione europea Romano Prodi propose quella che fu chiamata “politica di vicinato”, ovvero, come spiega Giusti, “una forma di integrazione più morbida, meno stringente e costrittiva rispetto all’allargamento, che tuttavia dovrebbe avvicinare sia i Paesi che, dopo l’allargamento ad Est, sono i Paesi dell’Europa orientale sia quelli del Nord Africa”. Si tratta di un grande progetto di avvicinamento in cui però la forza di condizionalità dell’Unione europea è flebile, poiché l’UE non è in grado di promettere l’adesione di questi Paesi, secondo il principio enunciato da Prodi ““condividere tutto tranne le istituzioni”.
Dunque, fra allargamento e politica di vicinato, l’UE di fatto estende la propria influenza. Un’area di influenza che, come è stato detto, si estende grazie al “potere normativo o potere civile dell’Unione Europea”. “Per potere normativo s’intende – dice la professoressa Giusti – la diffusione di norme e principi, la condivisione di politiche con altri Paesi”. Il potere normativo non è un potere neutrale, precisa la docente, “in quanto si tratta di esercitare un’influenza, anche se questa influenza poggia sul consenso dei Paesi che sono al di fuori di impegnarsi in questo tipo di cooperazione. Anche la Russia inizia a cooperare, sia con l’UE sia con la stessa Nato. Si sta parlando molto di Nato in questo periodo, ma io ricorderei che nel 2002 si tenne un comitato Nato-Russia in cui si avvia un’importante cooperazione con la Russia, che sottolinea la rilevanza di questo comitato anche perché la Nato riconosceva alla Russia uno status alla pari, cosa che non avveniva con la UE, perché l’UE tendeva a inserire la Russia in quelle politiche di vicinato che la Russia ha sempre rifiutato”. Quindi c’è un momento importante, conosciuto come il momento dello “spirito di pratica di mare”, avviato con la presidenza del consiglio di Silvio Berlusconi.
“Le prime vere tensioni avvengono quando nel 2008 la Russia di Vladimir Putin compie un primo attacco militare, in Georgia, la cosiddetta guerra dei 5 giorni, in cui vengono occupati territori dell’Abkhazia e dell’Ossezia del sud,nell’estate del 2008. Per comprendere questo attacco, conviene tornare all’aprile 2008, quando nel summit di Bucarest della Nato, viene proposto un partnernariato e viene proposto da USA, UK e Polonia, per l’Ucraina e perla Georgia. Un partnernariato non significa adesione; certo che è un primo avvicnamento alla Nato stessa. In quel vertice tuttavia, sia Francia che Germania che Italia si oppongono, in quanto ben consapevli che anche l’apertura di un solo partnernariato avrebbe rischiato di destabilizzare la Nato e di creare più insicurezza che sicurezza in quell’area”.
In altre parole, ci si sarebbe dovuti attendere una reazione della Russia, che infatti criticò fortemente la proposta. Forse fu questo il propdromo dell’aggressività russa nei confronti della Georgia, pochi mesi dopo: peraltro, la presidenza francese di Nicolas Sarkozy arrivò a definire un cessate il fuoco da cui ebbe inizio una sorta di occupazione russa e in seguito una dichiarazione di indipendenza delle due repubbliche che però, com ercorda Giusti, “non sono state poi riconosciute da altri attori internazionali”. Si ritenne che l’aggressività russa fosse episodica e selettiva, dedicata solo ad alcune aree, “tanto più che in quell’occasione un’indagine prodotta dalla Commissione europea stabilì che nonostante la reazione “sopra le righe della Russia”, non ci fosse modo di stabilire chi avesse innescato il conflitto”.
Nuove tensioni, 2014. In quell’anno, l’UE offre, all’interno del partnernariato orientale (si tratta di una politica di rafforzamento dei rapporti fra l’UE e i paesi dell’Europa centrale ma anche del Caucaso) un accordo di associazione all’Ucraina. “Un accordo roposto in ambito europeo dalla Polonia e dalla Svezia. Circostanza importante da ricordare in qunat si tratta dei paesi che all’interno dell’UE sono stati maggiormente ostili alla Russia stessa. Questo accordo fu isto dalla Russia come un tentatio, da parte dell’UE, di creare una propria zona d’influenza. Si crea uno spazio di tensione e competizone fra due modelli diversi, la democrazia e l’intergazione europea e regimi più autocratici che tuttavia hanno sempre affermato che esisteva un’influenza tradizionale. Tutto ciò er dire chel’UE, quando offrì questo accordo di assiciazione, probabimente sottostimò la reazione della Russia stessa”. A conti fatti, fuori di discussione la legittimità da parte dell’UE di fare l’offerta e quella dell’Ucraina di accettare, tuttavia “bisognava valutare la reazione della Russia ed eventualmete essere pronti a fronteggiarla”.
Intanto, al vertice dell’Ucraina si realizzava un cambio, sostenuto dalle proteste, di cui tutti noi ricordiamo le immagini. Di nuovo, reazione militare della Russia, annessione della Crimea, guerra ibrida nel Donbass. Guerra ibrida, ovvero, come spiega Giusti, “un’occupazione di fatto di un esercito non formale, di russi non riconoscibili come appartenenti all’esercito, c’è una guerra di propaganda, continui conflitti e tensioni. Vengono sottoscritti gli accordi di Minsk che poi non vengono rispettati. Le tensioni continuano”.
Si arriva ai giorni nostri. “La Russia, decide di fare un passo che forse, nelle intenzioni, era risolutivo, anche se comunque, per quanto mi riguarda, non è chiaro quale fosse, con l’inizio del conflitto, l’obiettivo finale, annessione o cambio di regime – dice Giusti – emerge senz’altro un’incapacità strategica nel prevedere come il conflitto sarebbe potuto proseguire”. In sintesi, “in questa breve ricostruzione – conclude la docente di relazioni internaizonali di Pisa – ho cercato di dimostrare che le vicende odierne sono frutto di quel ripensamento mai avvenuto circa lo spazio paneuropeo dopo la fine della Guerra fredda”. Condannando ovviamente la guerra e ragionando a posteriori, “forse ci sarebbe dovuto essere uno sforzo per non marginalizzare la Russia. Un punto di vista espresso dagli stessi americani, almeno quelli più realisti”. Tirando le fila, questo avvenimento sta scardinando e ridisegnando gli attori della geopolitica europea e non solo, con ricadute ed effetti sia a livello UE (da una maggiore unità al ripensamento sull’ipotesi di forze militari comuni), sia per la Russia stessa, sia per gli USA e i loro rapporti con gli altri Paesi, in primis la Cina.
Un altro punto di vista, il generale Vincenzo Camporini. Il generale parte dalla convinzione che le famose e ormai ritenute assodate “promesse” di Baker, fanno parte di “una narrazione che non trova supporto scritto”. “Quello che è scritto invece è il Founding Act del 1997, che fu un accordo fra il mondo occidentale e la Russia, su quello che sarebbe stato il futuro. La Russia – afferma con decisione il generale – sarebbe dovuta entrare gradatamente in un sistema di sicurezza globale. In questo Founding Act ci sono elementi molto chiari – asserisce Camporini – ad esempio, la promessa formale e sottoscritta della Nato di non piazzare armi nucelari nel territorio dei nuovi membri. Nuovi membri che sarebbero arrivati per la volontà dei popoli di aderire. E’ necessario sottolineare che la Nato non ha conquistato territori, ci sono state volontà democratiche di questi paesi che si erano sottratti al Patto di Varsavia e all’Unione Sovietica che hanno voluto aderire all’Alleanza Atlantica. Il 1997 fu un momento magico, che trovò coronamento nell’incontro ricordato dalla professoressa Giusti del 2002. Precedentemente tuttavia, nel 1994, l’Ucraina, che deteneva sul suo territorio 1300 testate nucleari con i relativi mezzi di lancio, accettò di rinunciare al suo standing nucleare, le cedette alla Russia perché vnissero smantellate, e con un trattato il protocollo di Budapest, sottoscritto dalla Russia, dagli Usa, dal Regno Unito e ovviamente dall’Ucraina, cedeva queste armi sulla base di alcune rassicurazioni: la prima, che non sarebbe stata toccata l’integrità territoriale. Punto ovviamente, viste le vicende attuali, disatteso. La seconda garanzia era quella che non sarebbe mai stata usata la forza, o minacciato l’uso della forza per definire la politica interna dell’Ucraina. Anche questo, non mi sembra sia stato rispettato recentemente”.
“Ma veniamo al 2007 – prosegue il generale Camporini – Putin è al potere da 8 anni. Si reca alla conferenza di Monaco, e pronuncia un discorso molto duro in cui, soprattutto leggendolo alla luce dei fatti odierni, prefigura la rinascita della Russia e la volontà di tornare a essere una delle potenze con cui bisogna fare i conti”. Un discorso che, secondo Camporini, non venne recepito adeguatamente dal mondo occidentale, che “continuò nella gestione della sicurezza europea chiudendo un occhio di fronte alla realtà”. Una realtà che secondo Camporini era molto chiara, dal momento che in quella sede si mise in discussione il Trattato sulla Cfe, ovvero il trattato sulle forze armate convenzionali in Europa, un trattato concordato negli anni ’80, che tagliò le forze militari dei due blocchi.
Torniamo al 2008, all’incontro di Bucarest. “In effetti si trattò di un grosso errore – dice Camporini – USA e UK volevano invitare Georgia e Ucraina a entrare nella Nato, ma Italia, Francia e Germania si opposero. Il risultato fu un comunicato finale in cui si diceva genericamente che le porte della Nato sarebbero rimaste aperte e quindi in un futuro indefinito anche Georgia e Ucraina sarebbero entrate. La Georgia aveva un problema, che si chiama Ossezia meridionale e Abkhazia. Due province della Georgia che avevano dichiarato volontà di secessione, sponsorizzata in qualche modo da Mosca. Imbaldanzito probabilmente da promesse, il presidente della Georgia attaccò la Russia. Un gesto sconsiderato, la Russia reagì con la guerra dei 5 giorni, la cosa si congelò, diventando una delle siutaizoni congelate del blocco orientale che ci devono preoccupare. Quindi l’Ossezia meridionale e l’Abkhazia si sono autoproclamate repubbliche indipendenti riconosciute unicamente dalla Russia”. Una situazione identica, secondo il generale, a quella che si è verificata con il Donbass. “Due territori che hanno affermato la volontà di secedere, scatenamento di una guerra civile che è costata ad ora 14mila morti, e che ha fornito a Mosca l’opportunità di intervenire anche in questa circostanza. Intervento avvenuto a valle del cambio di regime del 2014”.
Insomma, la situazione era comunque molto tesa. “Situazione di tensione che Putin è arrivato a formalizzare – continua il generale – nel novembre scorso, Putin propose due trattati, uno agli Stati Uniti e uno alla Nato”, trattati il cui contenuto, secondo il generale Camporini, era “irricevibile”. “Perché si fa una richiesta impossibile? – chiede il generale – penso ci siano due motivi: uno, costringere la controparte a sedersi a un tavolo e cominciare a discutere, e saebbe stato molto ragionevole, perché purtroppo dopo il 2014, anche per volontà di alcuni nuovi membri Nato, la Polonia in particolare, tutte le relazion con la Russia sono state tagliate. Il che è un tragico errore. Immagino fosse questo lo scopo che si prefiggeva Putin, in quanto l’alternativa sarebbe stata prepararsi a un attacco militare. E purtroppo è quello che si è verificato”.
Tutto ciò che si è svolto in seguito, dice Camporini, è sostenuto da una “logica ferrea, che conduce all’intervento militare, all’invasione dell’Ucraina”. Con quale scopo? “Una risposta era che Putin volesse ottenere la formalizzazione della secessione delle due province del Donbass e che venisse in qualche modo garantita ai russofoni l’agognata indipendenza per cui hanno duramente combattuto in questi anni. Un’altra ipotesi, che era anche una richiesta formale di Putin, che ci fosse una rinuncia dell’Ucraina ad aderire all’Alleanza Atlantica”. Da questo punto di vista, sostiene Camporini che nessuno aveva mai avuto l’idea, dal 2008, di inglobare l’Ucraina, e che quindi non ci fosse alcuna intenzione in questo senso. “Putin lo sa benissimo – continua il generale – ma voleva un’assicurazione formale, un trattato, una “firma” che lo garantisse”. Richiesta che sembra ostacolata dal fatto che l’alleanza, nel suo atto di fondazione, reca la politica delle porte aperte: i Paesi che lo decidono democraticamente, se ci sono le condizioni, possono aderire. Una richiesta quella di Putin, che si scontra, sempre secondo Camporini, sia con una formalità che con una realtà, dal momento che si sostiene che non ci fosse alcuna volontà in questo senso da parte dell’alleanza. “Con ciò che sta accadendo in questi giorni molti cominciano ad avere dubbi e a pensare che l’obiettivo di Putin sia molto più ambizioso. Guardiamo le operazioni sul terreno – dice il generale – l’attacco è stato portato da tre lati: da Est, dal Donbass, da Nord verso Kiev, e al sud verso Marjupol e tutta la fascia costiera del Mar d’Azov, che una volta conquistata dalla Russia, consentirebbe la continuità territoriale tra Russia e Crimea. Il problema è se questo basta. A ovest della Crimea abbiamo Odessa, il più grande e fondamentale porto dell’Ucraina. A Odessa, città mista, c’è una grossa componente russofona. L’ipotesi di irredentismo è ragionevole. Immediatamente a ovest di Odessa c’è un territorio di cui poco si parla, ma secondo me è una bomba pronta ad esplodere. Stiamo parlando della Moldavia che sul lato sinistro del Dnestr vede la Transnistria, un territorio formalmente sotto la Repubblica moldava, che ha mostrato volontà di secessione, con tendenze – dice Camporini – verso Mosca”. Tra l’altro, ricorda il generale, grazie ad accordi presi con l’ex Urss, in questo territorio staziona la XIV Armata Russa. Ipotesi pessimistica ma realistica, secondo Camporini, è che Putin voglia giungere alla Transnistria.
Per quanto riguarda le operazioni sul campo, secondo il generale ci sono tutte le evidenze che Putin pensasse che in “48h le cose si sarebbero risolte”. Non avrebbe perciò fatto i conti con il nazionalismo del popolo ucraino, accuratamente coltivato, ricordiamo noi, almeno in questi ultimi dieci anni. Una caratteristica, dice il generale, che va distinta dalla lingua, ovvero va al di là della russofonia. “Un sentimento nazionalista che sta mettendo in serie difficoltà l’avanzata russa”. Quanto ai numeri sventolati da entrambe le parti, è necessario “prenderli con le pinze”. “L’avanzata russa procede a ritmi molto lenti per l’opposizione ucraina”, che ha supporto politico e in parte logistico dall’Occidente. “Alcuni in consegna, altri già consegnati, si tratta di sistemi d’arma anticarro, contraereo, in generale missili spalleggiabili, e molto efficaci. Per quanto riguarda la questione nucleare, due osservazioni: le centrali nucleari sono state tutelate con misure di sicurezza molto alte”, e dunque, per il generale, non ci dovrebbero essere rischi di fusione di queste centrali, anche se rimane sempre il rischio di fuga di materiale radioattivo, con effetti prevalentemente locali; altro conto sono le forze nucleari che Putin ha dichiarato di avere messo in allerta nel caso di un intervento armato occidentale. “Ciò porterebbe immediatamente a una terza guerra mondiale”. Lavrov ha poi corretto il tiro, affermando che nell’eventualità che “l’Occidente metta sul tavolo le armi nucelari, lo faremmo anche noi”.
Di un nuovo ruolo per l’Europa parla invece il capodelegazione del Pd al Parlamento europeo Brando Benifei, che mette in luce come la pandemia ha ridefinito una nuova direzione per l’Europa, che si ritrova unita in una reazione immediata con le sanzioni, reazione che per esempio non si era avuta in Siria”. La pressione da parte degli ucraini è quella di far giungere le forze armate dei paesi europei sul teatro di guerra. Opzione che innescherebbe un cambio di qualità pericolosissimo, “ma nello stesso tempo – dice Benifei – si deve evitare l’annullamento dell’Ucraina”. La guerra in corso, “che sveglia le coscienze”, rilancia la necessità di una unitarietà e superamento della difficoltà dell’azione di agire e decidere da parte degli europei. “Lavorare per la pace, mediare per trovare la pace è il ruolo europeo – dice Benifei -non si possono eliminare le differenze anche di interessi con un tratto di penna. Si può però lavorare per superare con nuovi compromessi le vecchie differenze, per farci trovare uniti sui grandi temi. Due messaggi: dato che si sta facendo ciò che non si è mai fatto, dalle sanzioni ad altri aiuti all’Ucraina, penso che sarebbe molto utile avere una presenza di almeno cento persone, dai governi dalle commissione, nazionali ed europee, a Kiev per fermare i bombardamenti e costringere la parti a sedersi al tavolo. L’altro appello, quello di rilanciare al termine della conferenza il 9 maggio, l’idea di un convenzione euroepa per riformare i trattati e dare una soggettività all’Europa, politica e non solo di reazione”.