Firenze – Qualcuno si accorge ora che la Fiorentina è un’altra squadra da quella del tiqui taca che aveva in Borja Valero il suo simbolo e idolo. È Montella che ha voluto così, con realismo e longimiranza. Rifaccio una breve storia tecnico-tattica della sua gestione. Tre anni fa gli sono stati affidati molti giocatori, per lo più comprati sul mercato per convenienza e per sfida (quando si trattava di farne rinascere alcuni scomparsi dalla scena per infortuni vari). Montella, l’ha apertamente detto l’altra sera, ha fatto di necessità virtù: avendo in rosa campioni tecnici come Borja, Pizarro, Mati e Aquilani, non avendo uomini di peso né “mediani” di ruolo, ha deciso di rischiare un gioco alla Barça, con possesso palla, a volte estenuante, gioco quasi sempre in orizzontale, ritmi consoni ai suddetti campioni, e improvvisi inserimenti per finalizzare. Non c’era altra possibilità. Anche le scelte dell’attacco diventavano per lui forzate. Toni non era adatto a quel gioco, El Hamdaoui non sfondava, e quando arriverà Larrondo a gennaio insieme al Pepito convalescente, le cose certo non cambieranno.
E dunque in campo vanno JoJo e LLjajic, senza centravanti di ruolo. La Fiorentina finisce per giocare bene, in modo sorprendente per il calcio italiano, poco avvezzo alla tecnica pura, e ottiene risultati lusinghieri (la Champions scippata dal Milan! Noblesse oblige!). Ma Montella sa che non deve ripetere quel gioco. È un gioco che si impara presto, che si neutralizza bene con pressing e ripartenze anche da parte di squadre non blasonate (credo che quest’anno la Roma stia soffrendo anche di questo: di aver riproposto pari pari davanti un gioco come quello dell’anno scorso, vagheggiando addirittura un attacco con Ljajic e JoJo!). Il deficit fisico del centrocampo, sulle palle perse, sarebbe stato troppo evidente. E allora via, l’anno dopo, a scelte più tradizionali e offensiviste. La lettera “il” all’attacco (Rossi-Gomez), una squadra più allungata e veloce con Cuadrado e Ilicic dietro le punte, un centrocampo con l’alternativa Ambrosini a migliorare il tasso di recupero palla. Peccato che, per le note ragioni, Pepito e Gomez scompaiono presto dalla scena, Rebic delude, e bene va che Montella sappia far risultati anche con Matos e un Matri poco più che figurante e spesso senza attaccanti di ruolo. Ma siamo a quest’anno. Finalmente Gomez dovrebbe esserci (e si annuncia con un gol dei suoi al Real Madrid in precampionato), si aspetta anche Pepito, e intanto si hanno i due gioiellini Babacar e Bernardeschi.
A centrocampo si effettua la mutazione definitiva. Restano i “vecchi” campioni del tiqui taca, ma ora ci sono anche Badelj e Kurtic, due marcantoni con la vocazione all’essenzialità e alla lotta, e c’è anche un promettente australiano, Brillante, che può aiutare a far legna. Non si rinnegano i Borja e i Pizarro, ma si ha subito la sensazione, sin dall’inizio, che a loro venga preferito Mati, addirittura anche Aquilani, e che il loro apporto dipenderà dallo stato di forma e dal contesto. Anche perché ora c’è Joaquin sulla fascia, e in qualche caso Vargas o un esterno con vocazioni offensive sull’altra, per cui il centrocampo deve saper difendere e fare quantità, per non lasciar sguarnita la difesa. Il 3-5-2 sembra il gioco perfetto, anche per preparare l’atteso attacco Rossi-Gomez che prima o poi verrà. E invece rieccoci agli infortuni che bersagliano soprattutto il reparto avanzato.
Fuori Rossi, fuori Gomez (che poi, quando sarà dentro, sarà come se fosse ancora fuori), fuori Bernardeschi. Riesce a star fuori un po’ anche Babacar. E per colmo delle disdette, Cuadrado non è lui. Sarà il dopo mondiale, saranno le sirene di Barcellona e Albione, ma la sua resa, soprattutto in termini di gol, è insufficiente. Si finisce per constatare che gli eroi e i campioni acclarati della Viola, da Cuadrado a Borja a Gomez allo stesso Pizarro, per una ragione o per un’altra, diventano i suoi problemi. Ma Montella non si arrende. Inventa un gioco d’attacco spregiudicato, con i difensori che vanno spesso a fare gli attaccanti staccandosi dalla difesa a tre. Saranno loro a segnare (quel poco) e a surrogare l’endemica crisi di gol (ricordo che si è finito il girone d’andata con il nostro capocannoniere, Babacar, a 5 reti!). La squadra non perde troppo terreno dalle prime, ma certo non raccoglie per quello che il suo gioco semina. Sarà la squadra che tira più in porta del campionato insieme alla Juve, ma a un certo punto sarà addirittura il dodicesimo attacco della serie A! Bisogna finalmente provvedere al mercato di riparazione. Aspettare non vale più.
E qui il capolavoro lo fanno Pradè e la società. Risolvono al meglio il caso Cuadrado, fanno arrivare attaccanti da usato sicuro e vincono la scommessa Salah. Però è bene dire che la scommessa era facile da vincere. C’era già tutto: il gioco, anzi, i giochi (la squadra ha mostrato di essere a suo agio sia col 3-5-2 sia con il 4-3-3 o con il 4-3-2-1), c’erano tutti i giocatori tenuti in magica condizione, perché tenuti sempre caldi, per tutte le evenienze. Mancava solo chi la mettesse dentro (e ora manca solo il rigorista!). Quando in una squadra c’è il finalizzatore tutto risulta più semplice, meno cervellotico, più equilibrato. Non si daranno più i casi di una difesa sbilanciata perché sono i Basanta e i Savic che vanno a fare i centravanti. Intanto però hanno imparato a farlo. E ora anche questo “allenamento” nella disdetta e nell’emergenza è una assoluta forza della Fiorentina. Lunedì mancheranno Rossi, Gomez, Bernardeschi, Babacar…Ma io vado al Match Point e scommetto su Gol!