Firenze – Nella recente nomenclatura che attesta la qualità (serietà e profondità) di un progetto culturale il termine “diffuso” trova ampia “diffusione”. Un toccasana. Una parolina magica. Di questa “diffusione” sotto ogni profilo (geografico, ambientale, contributivo, linguistico, concettuale, disciplinare, esecutivo) gode anche Fabbrica Europa, festival polifunzionale di arte moderna e pensieri contemporanei, che dopo un mese di onesta e robusta programmazione ha chiuso i battenti della sua 33esima edizione.
Delle location fiorentine (una decina che appunto ne testimoniano e certificano la “diffusione”) ci soffermiamo su quelle più squisitamente teatrali, intese cioè come spazi frontali, il pubblico giù e gli attori su, dotati di palcoscenico, quinte, graticcia, sipario, americane, macchinisti e attrezzisti. Ci riferiamo al Goldoni, al Florida e al Puccini. Al Goldoni (forse non il migliore per la concertazione visiva e stratificazione sensoriale dello spettacolo) è approdato Alessandro Serra con la sua Tragudia, allucinata e visionaria riscrittura dell’Edipo sofocleo, resa ancora più arcaica e fascinosa (come cosa che ci appartiene sì ma solo in segreto da qualche parte, di cui abbiamo solo echi e rintocchi) dall’essere recitata in lingua grecanica (“un idioma antichissimo sporcato da lingue piovute dall’alto e da dialetti subalterni cresciuti spontanei nel campo sublime seminato dai greci come il calabro e il pugliese” dice Serra) quale ancora resiste nel cuore dell’Aspromonte. Il mito di Edipo increspa la razionalità del presente.
Il grecanico (ottima la compagnia che lo fa proprio) nulla toglie alla conoscenza (dove siamo? cosa ascoltiamo? chi ci ammonisce? e effonda la consapevolezza nel terreno della ritualità, resa mistica e leggendaria, cerimonia segreta e mistero levantino, da una perentoria sapienza registica, passaggi e fraseggi di raffinata orditura, luci e colori di recondita simmetria, musicalità di una vocalità coerentemente lirica e offesa, coralmente potente e singolarmente dolente. Al Florida si sono succeduti il più sperimentale Frankenstein (History of Hate) dei Motus e il più tradizionale Bandiera di Capotrave. Atto conclusivo del progetto dedicato al “mostro” nato dalla mente di Mary Shelley, questo Frankestein ideato da Daniela Nicolò e Enrico Casagrande vive di molte impurità. Il disorientamento narrativo intrecciato a incursioni video e perforazioni sonore, coglie di sorpresa, insegue una destinazione, mentale e metafisica, che non esiste più, dissolta nell’acido dell’indifferenza e dell’omologazione. “La creatura e il dottor Frankenstein – dicono i Motus – si inseguono in un ‘film performato’ estremo, drammatico e folle, ambientato fra ecomostri e spiagge accecate dal sole di un pianeta arido e apocalittico, negli ultimi giorni dell’umanità”.
C’è molto “ambient” in questa ricerca, che insegue il cinema e flirta con la drammaturgia, riflette sulle diaspore esistenziali (che ne faremo di questo mondo decomposto e slittante verso l’insensato? che ne sarà di questa umanità limacciosa e arida?), trafigge di impasti sonori elettronici l’ossatura corporea e cerca una via d’uscita nello sconfinamento della percezione, nel buco nero della creazione, dove è impossibile guardarsi dentro e dove tutto è un fluttuare di imprevisti, slittamenti, sovrapposizioni, segnaletiche remote e profili disturbanti. Ma la scansione non sfugge a una certa meccanicità (ovviamente distopica) e il delirio che ci circonda è una partitura fumosa di ordinario mestiere.
Al Florida è poi arrivato l’ultimo lavoro di Capotrave, Bandiera, redatto da Lucia Franchi e Luca Ricci (che firma la regia), con Antonella Attili, Giancarlo Commare, Ania Rizzi Bogdan. Il clima è vagamente demoniaco. Ma la scrittura è sapida. Incalzante. Che vuole offrire spunti di riflessione in vita di una nuova aurora. Difficile sciogliere il nodo del realismo magico e di una certa attesa messianica, proprio di una diagnosi sulfurea della contemporaneità impresso dagli autori ai dialoghi che freme di scartamenti e deragliamenti. Un giovane uomo armato di motosega (impossibile non pensare a Non aprite quella porta di Tobe Hooper) irrompe nella casa del primo ministro sequestrandone la moglie e la governante lettone. Come andrà a finire? Il gioco è duro. Ma neanche tanto. L’atmosfera è quotidiana. Surreale. Un po’ allucinatoria. Vagamente lynchiana. La cucina, dove si sta preparando una irresistibile, gustosissima peperonata, ha l’aspetto di una capsula fantascientifica, una astronave verde kryptonite. Che profuma di “altrove”. Poi c’è da aprire una scatola. Una piccola scatola. Potrebbe essere la Lampada di Aladino. Che contiene? Ce la farà la nostra eroina? La posta in palio è alta. I destini del mondo dipendono da quello soperchiamento.
Si parla di macro economia, di come il vantaggio dei più ricchi poggi sullo sfruttamento dei poveri e di come lo Stato sia complice di questa speculazione. Si parla di comunismo e di un giubileo che annulli tutti i debiti, come quelli che si facevano nell’antichità in Mesopotamia e in Egitto, dopo che un nuovo re o faraone era salito al trono. Si parla dell’oggi che fluttua sulle nostre teste senza che possiamo farci niente. Il capitalismo sembra giunto a una fase terminale in cui sopravvive stimolando desideri inutili, ma anche aumentando ingiustizie e vessazioni. Forse non ci si deve rassegnare a questo esito. Forse si può immaginare altro. Forse si pretende troppo dal teatro? Nobile tentativo questo di Franchi/Ricci di una drammaturgia “militante” fuori dal comune. Coraggiosa e indocile, qui sorretta da una recitazione nervosa, rabbiosa, a tratti incandescente.
Ultimo appuntamento al Puccini, dove l’avventura di Fabbrica 26 si chiude a ritmo di La Horde, collettivo francese che toccato dalla tarantola e da inaudite scosse elettriche, istruisce una danza urbana ad alta frequenza, dinamismo frenetico, energia spietata, coordinamento superbo, ritmo indiavolato, salti, movimenti, figure acrobatiche, interventi corali di street dance e assoli in freestyle, musiche che diventano motori acustici capaci di generare la composizione e orientare l’azione. In apertura a fare da apripista, altrettanto dinamico ma con pause di decompressione, attese prima dell’esplosione, la coreografa Jill Crovisier ha presentato Mahalaga Landscapes, un piccolo pezzo nato in Lussemburgo per Esch-sur-Alzette, Capitale europea della Cultura 2022: sul palco i performer si muovono avvolti da una luce densa e fumosa, accompagnati da suoni della natura e rumori industriali. Questa atmosfera iniziale, intima e meditativa, lascia presto il posto a un’energia che scatta improvvisa, cosmica, irrefrenabile, molto giovanile, compulsiva, simpatica e gioiosa, una energia contagiosa “che trasforma la scena in un rituale di danza contemporanea che ci connette alla natura e ai nostri istinti tribali”. Così recita il comunicato. Lo prendiamo per buono. Arrivederci al 2027: sempre più “diffuso”.
In foto Equilibrio Dinamico JILL CROVISIER Mahalaga Landscapes (ph. Stefano Sasso)