Efisio Pinna, coalizione Scaletti: “In Italia non servono eroi, serve il coraggio di tutti”

“Se una persona – spiega Pinna – compie tutti i giorni la stessa strada per andare al lavoro, perde tutte quelle affascinanti “novità” che una o molte strade alternative possono dare. Si tratta di immagini, punti di veduta, gente che incontri diversa. Un’operazione che si chiama “cibo” per la mente”.

Firenze – “Siete di quelli che per andare al lavoro percorrono tutti i giorni la stessa strada?”. Il succo delle posizioni di Efisio Pinna, in corsa per la coalizione che sostiene Scaletti sindaco, all’interno della lista “La città del Saper Fare” che raggruppa buona parte di quel mondo professionale, laico e liberaldemocratico che in Italia è sempre stata la “terza forza”, quella che non è mai riuscita a sdoganarsi come movimento di massa ma ha sempre mantenuto un certo sapore d’elite, è in questa prima battuta d’inizio. “Se una persona – spiega – compie tutti i giorni la stessa strada per andare al lavoro, perde tutte quelle affascinanti “novità” che una o molte strade alternative possono dare. Si tratta di immagini, punti di veduta, gente che incontri diversa. Un’operazione che si chiama “cibo” per la mente”.

Innovatore, alternativo nel metodo, e tuttavia molto “classico” nello scopo (“fare qualcosa per questo Paese, affinché torni ad essere competitivo a livello internazionale”) Efisio Pinna è un esperto di finanza, ha lavorato in posizioni apicali per il Gruppo Ras, confluisce poi nella Allianz dove assume ruoli direttivi per quanto riguarda la gestione delle risorse umane. Nel frattempo coltiva una grande passione, l’attività arbitrale nel mondo del calcio, e giunge a diventare guardalinee in serie A. In tutto questo, i cambi di città: da Bari dove nasce da famiglia di origine sarda, a Bologna, poi di nuovo a Bari. Arrivano i grandi lavori, con Profumo e altri “alti papaveri”, fino a quando, nel 1997, il Gruppo Ras chiama di nuovo e gli affida la Toscana. In breve “gestisce” oltre alla Toscana anche l’Umbria. E infine, fatalmente, dopo 21 anni di lavoro ininterrotto per il Gruppo, arriva la separazione.

La crisi è insieme lavorativa e esistenziale. Pinna si rifugia in un catartico isolamento in Sardegna, recupera le proprie radici. E riparte: fonda una società di formazione e selezione del personale, ottiene consulenze importanti, fra cui quelle al Gruppo Unicredit, tre anni. Torna all’estero, studia, si “riforma”. E in questa fase, scatta l’innamoramento per Fare per Fermare il Declino. I motivi? “Due, in buona sostanza – spiega – concretezza del “fare” , da un lato, e l’interesse per la finanza”. Un mondo che conosce molto bene. Un attaccamento così forte, il suo, che resiste alla “bomba Giannino”, a tutti i tentativi di affossamento del piccolo gruppo, tanto da indurlo a fondare un gruppo a Firenze (anno scorso). Da qui, la scelta successiva di buttarsi nella “politica attiva” entrando nella coalizione che sostiene l’ex-assessore regionale Cristina Scaletti. In cui è vero che non si porta il simbolo, ma comunque rimane traccia proprio di quel “fare” che è la caratteristica precipua del movimento cui Pinna aderisce. E che trova un ottimo alleato proprio in quel che resta del Movimento Repubblicani Europei, vale a dire nel piccolo ma appassionato drappello che in Italia, col partito Repubblicano Italiano in cui sono tornati a confluire dopo la scissione, ha sempre tenuta aperta la chance italiana per una laica società liberaldemocratica.

Cosa c’è al fondo della scelta di aderire a  Fare per Fermare il Declino?
Una riflessione: l’Italia non ha bisogno, come si sente da svariate parti, di eroi, ma di coraggio. Il principio fondamentale è quello di win-win, vale a dire il “vincere insieme”. Per fare questo, è necessario adottare la mentalità tipica della squadra, del chi fa cosa. Ecco, questo atteggiamento è un preciso stile di leadership con cui mi trovo a mio agio. Inoltre, vale comunque il principio del vuoto: là dove esiste il vuoto, qualcosa sorge per riempirlo. E credo profondamente che esiste in Italia un vuoto dove si parla di pensiero laico, azione, mentalità del gruppo e della squadra. Insomma, di “vincere insieme”. Un’ultima precisazione: ritengo anche che Fare per Fermare il Declino non possa fermarsi a considerare solo aspetti economici e finanziari della società, ma debba cominciare a dare qualche indicazione anche per quanto riguarda le scelte etiche e sociali cui è chiamata la comunità. Del resto, il pensiero laico non è certo a corto di argomenti neanche in questo campo.

Tutto questo in che modo ha “impattato” con la coalizione Scaletti e con la scelta di governo locale che ne consegue?
“Intanto, un principio di coerenza: Scaletti ha fatto una scelta oppositiva che abbiamo apprezzato in quanto coerente con quanto da noi sostenuto, vale a dire una forte critica nei confronti di chi ci ha portato a questa situazione. E d’altro canto bisogna, ed è qui la nostra significanza più profonda, avere il coraggio di dire cosa si può fare al di là dello stretto periodo elettorale, ma anche in termini di lasso temporale medio-lungo. Considerando anche il fatto che noi abbiamo scelto di non apparentarci con nessuno che provenga da chi ha avuto o ha tutt’ora responsabilità nella creazione della situazione odierna. Le faccio un esempio lontano da Firenze ma calzante nella logica: pensiamo alla città dei fuochi. Nessuno ora se ne assume la responsabilità. Eppure, tutti sapevano e vedevano, perciò: “Dove stavi finora?”, ecco la domanda principe per tutti. Il principio è valido, tanto più se si parla di amministrazione locale.
Al secondo punto, il fatto che Scaletti si sia presentata con una lista civica. Una modalità che ci ha attratto: non importa se abbiamo dovuto sacrificare la visibilità “istituzionale”, l’importante è mantenere quella simbolica, e La Città del Saper Fare è identificativa a sufficienza di ciò che siamo e rappresentiamo. Tant’è vero che alcuni dei punti qualificanti del programma di Scaletti sono stati proposti da noi e accettati all’interno del programma di coalizione.

Terzo punto, la capacità della candidata di presentarsi fuori dagli schemi.

“Fuori dagli schemi” … lei usa molto questa formula. Come la coniuga in politica?
“Temo di essere banale, ma in Italia essere fuori dagli schemi significa avere il coraggio di compiere scelte, azioni e modalità attuative che in altri paesi sono la norma o quasi. Ad esempio, limitandoci ai punti che sono stati inseriti nel programma per l’amministrazione comunale, dare corpo all’attuazione di un liberismo reale, puntare sul criterio del merito, pensare che il modello di crescita per smuovere la situazione si debba avvalere della commistione pubblico-privato in tutti i campi in cui ciò sia possibile.
Tutto ciò è semplice nell’enunciazione, ma scatena la rivoluzione quando è messo in atto. Riprendendo, per essere esemplificativo, l’ultimo punto, vale a dire commistione di pubblico-privato, ciò comporta in Italia una modifica direi genetica del pensiero antropologico del Bel Paese.
In modo molto stringato, per quanto riguarda i servizi comunali la commistione può essere resa in questi termini: capitali privati al servizio del welfare. Un esperimento che si sta già attuando in Italia ad esempio partendo da Milano, con risultati buoni. Noi potremmo tentare di farli diventare ottimi. L’importante è capovolgere l’equazione: mettere insieme pubblico e privato non significa mettere insieme l’inefficienza del pubblico con il profitto del privato, vale a dire una formula nuova per vizi vecchi. E’ necessario mettere in relazione i profili migliori delle due metà del mondo, vale a dire, l’efficienza delle privato e l’efficacia del pubblico. Dove efficienza sta per modalità d’azione e efficacia per regolamentazione snella e trasparente. E’ questa la vera semplificazione, la vera trasparenza. Se si attua, il meccanismo diventa paradossalmente più sicuro anche per quanto riguarda controlli e tutele. Fine infatti di confusione fra controllanti e controllati, come capita nel settore pubblico di frequente, avere soggetti esterni rende più obiettivi i controlli del pubblico. E rende anche necessario, per garantire il funzionamento, l’introduzione del criterio del merito. Basta prestatori di servizi giunti perché amici dell’amico, gestori della cosa pubblica chiamati per amicizia e grado di fedeltà. Dunque, per finire: nessuna privatizzazione selvaggia, criterio del merito, semplificazione e controlli finalmente reali da parte pubblica. Tanto per cambiare strada”.

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