Destinazione d’uso libera, l’urbanista: “Futuro inquietante”

Firenze – Un’ipotesi, per ora una bozza del DLPnrr che riscriverebbe la norma 23-ter del Testo Unico sull’Edilizia permettendo di fatto di liberalizzare completamente il cambio di destinazione d’uso. La bozza infatti riformula, come scrivono oggi il Fatto Quotidiano e Domani, la norma nel senso di ammettere sempre il cambio di destinazione d’uso di un immobile, anche in deroga alle varie limitazioni e prescrizioni degli enti locali.

Cosa comporterebbe se ciò dovesse essere confermato, lo spiega Ilaria Agostini, urbanista, che si occupa da sempre del problema rappresentato da uno sviluppo senza regole per quanto riguarda il tessuto urbano. “La liberalizzazione del cambio di destinazione d’uso è un refrain dell’urbanistica neoliberalista – commenta Agostini – una liberalizzazione da “lacci e lacciuoli” già contenuta nella prima proposta di legge urbanistica Lupi, del 2005, la cui approvazione avrebbe scardinato i principi della pianificazione. La disciplina pianificatoria presiede al disegno di scenari futuri delle città e dei territori: sia in termini di spazio urbano e del suo uso, dei progetti di rinnovamento e delle politiche di tutela, sia in termini di giustizia (anche ambientale), di pari opportunità tra cittadini e di perequazione dei diritti”.

Il futuro che si aprirebbe qualora venisse impedito il controllo pubblico sulle destinazioni d’uso “è a dir poco inquietante – spiega l’urbanista –  poiché nelle città italiane sono innumerevoli gli edifici vuoti in attesa di riuso. La modifica proposta ammette il mutamento delle destinazioni d’uso, in deroga alle prescrizioni degli strumenti urbanistici (cioè fuori dal controllo del piano regolatore), purché nell’ambito della stessa categoria funzionale. È gravissimo però che la bozza riformuli le categorie funzionali mettendo, ad esempio, nella medesima voce: residenziale, turistico-ricettivo, direzionale, servizi e il piccolo commercio fino a 2.500 mq. Vale a dire: la bottega può trasformarsi in abitazione, il condominio in studentato, l’istituto scolastico privato in albergo”.

Il problema diventa particolarmente pesante nella contingenza attuale, “in cui i Comuni sono assetati del denaro che proverrebbe dall’avvio di nuovi cantieri – spiega Agostini – dunque, porre sullo stesso livello urbanistico la destinazione alberghiera a quella residenziale è assai pericoloso: cosa diverrebbe il centro storico di Firenze, o il suo intorno collinare? Quale potere resterebbe alla collettività, qualora venisse eliminato lo strumento concessorio oggi in capo ai comuni, per pianificare e contenere la speculazione immobiliare legata al turismo? Per interi settori urbani in trasformazione si tratterebbe solo di un passaggio di carte tra privati (molto potenti economicamente) e Comuni sempre più succubi poiché impoveriti finanziariamente e culturalmente”.

Conclude l’urbanista: “Credo che nella pianificazione sia necessario un salto in avanti. Eliminare ad esempio gli automatismi dell’urbanistica neoliberalista che pone le amministrazioni locali al servizio dei grandi capitali, dell’accaparramento delle risorse territoriali-ambientali e della colonizzazione di un patrimonio culturale sempre più mercificato. E restituire voce alla cittadinanza, riformulare le discipline vincolistiche in favore delle classi sociali più disagiate (offrendo servizi pubblici, residenze ERP etc.), ridare ossigeno alle capacità progettuali delle società locali”.

 

 

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