Caso Don AmosLe prurigini, il rispetto, la memoria

Mammona Rai “riapre” la drammatica vicenda di don Barigazzi tra i fremiti eccitati dei media locali; ma si attendono i fatti degli inquirenti, unici deputati a risolvere il “cold case”

Et voilà, la frittata clerico-erotica è fatta, naturalmente a sfondo omosex. Servita su un rancido piatto ai sempre più scarsi lettori commensali affamati di portate forti. Il connubio investigatori solerti e cronisti imberbi, “saggiamente” imbeccati da colleghi maestri della prurigine, ha prodotto il menù classico. Vuoi vedere che l’omicidio di don Amos Barigazzi, avvenuto una 20ina di anni fa in una notte di tregenda sulle colline di Albinea, si deve inserire nell’insano triangolo-quadrilatero amoroso (de do-da da da) che ha nelle sue spigolose sporgenze lo stesso prete in odore gay, l’ex internato Opg come tale capace di tutto, la devota perpetua figlia di Maria e il campanaro cornuto di lei promesso sposo? Poi la succulenta pista “nuova” che porta dritto dritto alla parrocchia reggiana di via Bismantova (cavolo, intitolata all’Immacolata Concezione…)  laddove, prima di scollinare, don Barigazzi esercitava il suo ambiguo ministero? Basso ventre nostro, fatti capanna. Slurp!

Per non parlare dei “diari segreti” del don: oggi ho cambiato turibolo e il capo chierichetto ha ricominciato a farmi la corte. E del colpo finale, a sfondo marcatamente complottistico. Con la Curia che cerca di far sparire le annotazioni intime del don, in grado di minare alle radici l’essenza stessa del cristianesimo. Roba per palati fini, una sorta di Dioceleaks in salsa padana. L’ultima puntata di “Chi l’ha visto” ha dato la stura alle peggio sollecitazioni scrittorie della nostra manovalanza giornalistica; quando Mammona Rai chiama, il giornalismo della provincia profonda risponde all’appello: presente!

Ribadiamo la nostra posizione: nulla, dicasi nulla (se non la presunta annotazione del don nel suo diario, quella in cui si dice preoccupato della sua stessa vita) di quanto detto e scritto in questi giorni, non era già stato detto e scritto più di 20 anni fa. E rivangare oggi con dovizia di particolari queste circostanze tragiche alla disperata caccia di una copia o di una cliccata in più, è esercizio penoso più che pietoso. Specie se in assenza di fatti. I fatti infatti (brutto giro di parole) dovrebbero fornirli gli inquirenti. Cui auguriamo davvero di risolvere questo scandaloso caso, che giace coperto sotto una coltre di reticenze di ogni tipo da troppo tempo. Ricordando che l’ottenimento della giustizia vera è spesso inversamente proporzionale ai fiumi di facile inchiostro spesi nella descrizione delle strade battute per ottenerla. Dice niente il caso Ugo Pelicelli?

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