Dissesto idrogeologico, “cementati” 489 metri quadri al minuto negli ultimi vent’anni

Firenze – Dopo l’allarme lanciato dai geologi, che riguardava a un tempo le mutazioni climatiche cui è sottoposto l’intero pianeta ma anche l’incapacità di intervenire in modo congruo da parte delle amministrazioni a cominciare da quella statale, è Coldiretti a dare “i numeri” per quanto riguarda la grande incuria di un Paese i cui territori, in alcuni casi, raggiungono una soglia di rischio idrogeologico che supera l’80%.

Eccoli qua, questi numeri: da vent’anni a questa parte, la cementificazione del territorio italiano (vale a dire la sua impermeabilizzazione alle acque) è proceduta ad un ritmo di 480 metri quadri al minuto ricoperti di cemento, edifici, capannoni, servizi e strade. Naturale conseguenza, la diminuita o annullata capacità del terreno una volta agricolo o area aperta di assorbire e trattenere l’acqua. Secondo quanto indica la Coldiretti, l’impermeabilizzazione indiscriminata interessa ben il 7,3 per cento della superficie del Paese, come emerge dall’Ispra.

L’Italia e la Toscana sono dunque strette nella morsa del consumo di suolo (che nella nostra regione, peraltro, non è così incontrollato come su altri territori) e dei cambiamenti climatici, il cui effetto congiunto si pone alla base dell’infittirsi delle emergenze negli ultimi anni. Gli effetti ormai sono sotto gli occhi di tutti: la moltiplicazione di aventi estremi, gli sfasamenti stagionali, le precipitazioni brevi ma intense, il repentino passaggio dal sereno al maltempo con vere e proprie bombe d’acqua che il terreno non riesce ad assorbire.

“L’Italia – informa la Coldiretti – ha perso negli ultimi venti anni il 15 per cento delle campagne per effetto della cementificazione e dell’abbandono provocati da un modello di sviluppo sbagliato. Per proteggere il territorio ed i cittadini che vi vivono, il nostro Paese deve difendere il proprio patrimonio agricolo e la propria disponibilità di terra fertile dalla cementificazione nelle città e dall’abbandono nelle aree marginali con un adeguato riconoscimento dell’attività agricola che ha visto chiudere 1,2 milioni di aziende negli ultimi venti anni. Il risultato – conclude la Coldiretti – è che nell’82 per cento dei Comuni italiani sono presenti aree a rischio idrogeologico per frane e/o alluvioni ed oggi ben 5 milioni di cittadini vivono in zone di pericolo”.

 

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