Dialoghi eventuali/3

Carolina Richter e Arturo Schopenhauer, tra amore e volontà

Toccava a lui muovere, ma più distratto che concentrato le disse sottovoce: “Hai un po’ di cioccolato all’angolo sinistro della bocca…”. Con un movimento rapido e preciso della lingua, stile rettile, Carolina terse la sua pelle immacolata. Sorrise. Arturo, aggrottò leggermente la fronte. Espressione che rincarò, aggiungendovi scocciato stupore, allorché si rese conto della trappola da lei abilmente tessuta: “Devi mangiare”. Il risultato fu un sacrificio per una doppia cattura e finale promozione a dama. La debacle, ineluttabile.

“Bravissima, i miei complimenti”, sentenziò Arturo col massimo della compostezza che fu in grado di esibire. La presa di coscienza del perché collezionasse più sconfitte che vittorie anche a scacchi, dove la complessit‡ di gioco e i livelli necessari di pensiero sono superiori, non fu galvanizzante. Senza contare il fatto che l’avversario era femmina… o forse contando proprio su quello e sul di lei fascino. Ad uscire dallo stallo della mortificazione ludica, ci pensò Carolina con rapida empatia ed un pizzico di pudore: “Come va il tuo libro, Il mondo come volontà e rappresentazione?“. “La mia signora madre, comprovata scrittrice di romanzetti dal largo successo commerciale, lo ritiene incomprensibile e destinato all’oblio letterario”. “Non devi abbatterti, neanche di fronte alle critiche delle persone a te più care”, rilanciò Carolina, ma Arturo non amava la madre e non ne era riamato. Ad Amburgo si diceva che suo padre sposò una pianta ornamentale e lei uno sportello bancario. Alla morte del padre, da bella e ricca vedova, vendette la casa di Amburgo e si trasferÏ a Weimar, allora dominata dalla figura gigantesca di Goethe. Ma quando il letterato convolò a nozze riparatrici con la fioraia, sua vecchia amante, da cui aveva avuto un figlio, tutta la cittadina, almeno la Weimar benpensante, restò impietrita e attorno alla casa di Goethe cadde il gelo. Fu Giovanna, madre snaturata, cinica, fredda ed egoista (ma capace di intuizioni fulminanti) a sparigliare: “Se Goethe le ha dato il suo nome, noi possiamo ben darle una tazza di tè”. Goethe non dimenticò quella cortesia e per Giovanna fu un trionfo. Con una sola mossa aveva dato scacco al re ed era entrata nel grande giro.

Ad Arturo tornò alla mente la madre che svolazzava per i salotti di Weimar, al braccio di un baldo giovanotto, più giovane di lei di quindici anni: “Non ti preoccupare Carolina, anche il mio editore dice che è un fiasco e che porterà le copie invendute al macero. Io stesso mi chiedo perché scrivo”. Arturo sapeva benissimo perché scriveva, alla filosofia aveva dedicato la sua vita, ma ora la sua perplessità era sui potenziali lettori. “Leggere significa pensare con la testa altrui invece che con la propria. Il furore di leggere libri della maggior parte dei dotti è una specie di fuga vacui, un fuggire dal vuoto di pensiero dei loro cervelli, che attira dentro, a forza, materia estranea. Per avere pensieri devono leggerli altrove, come i corpi inanimati ricevono il movimento solo dall’esterno, mentre coloro che sono dotati di pensiero proprio sono come i corpi viventi che si muovono da sé.” Lugubre ma efficace similitudine, con la quale introdusse l’arte di non leggere. Essa consiste nel non prendere in mano quello che di volta in volta il vasto pubblico sta leggendo, come per esempio libelli politici, romanzi, poesiole (Lord Byron faceva strage di sottane) e cose simili, che fanno chiasso in quel dato momento e raggiungono perfino parecchie edizioni nel loro primo e ultimo anno di vita. “Pretendere che un individuo ritenga tutto quanto ha letto è come esigere che porti ancora dentro di sé tutto quanto ha mangiato”.

L’efficacia delle analogie andava di pari passo col disgusto. Da viaggiatore, avrebbe potuto paragonare le persone che hanno passato la vita leggendo e hanno attinto la loro sapienza dai libri, a coloro che, da un gran numero di descrizioni di viaggi, hanno acquistato la conoscenza di un paese. Queste persone riescono a comunicare notizie su molte cose, ma, in fondo, non hanno una comprensione coerente, chiara e profonda circa la natura di quel paese e di chi vi vive. Chiosò con: “Bando alla scrittura, Carolina, parlami di musica”.

(Continua…)
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