Dialoghi eventuali/1

Carolina Richter e Arturo Schopenhauer, tra amore e volontà
“Che città grigia, Berlino!”. E non sapeva se incolparne Watt, Napoleone o la stucchevole necessità (8.000 talleri non erano uno scherzo) di insegnare nello stesso ateneo dove spopolava il goffo cialtrone. Quel rovina-cervelli, coi suoi sofismi (al pari delle banche fallimentari che si mangiano i tuoi averi), era più devastante della peste. Per un attimo sembrò che un puzzo di morte gli ammorbasse i polmoni. “Ah, la luccicante laguna della Vistola, il luminoso belvedere di San Miniato al Monte…”, così rifletteva Arturo mentre camminava impaziente fuori dal bistrò Chez Michel. L’attesa di una donna, giovane, affascinante, era motivo di fremiti anche per un burbero come lui. Ma non era un folle trasporto. Anni di autodisciplina l’avevano condotto alla consapevolezza incrollabile che l’amore fosse un torto o, peggio ancora, un inganno. Nella sua mente, Carolina prendeva la forma di un’avvenente diciannovenne che col tempo si sarebbe rivelata per quella che era: una cacciatrice di dote sotto le mentite spoglie di un’artista piena di talento e bencelato disinteresse. E questa visione sostanziava perfettamente una delle metafore che Arturo usava con maggior frequenza durante le lezioni all’Università. “Sposarsi”, diceva ai pochi eletti, “è come infilare la mano, bendato, in un sacco di serpenti velenosi e sperare di estrarne, incolume, un’anguilla”. L’appagamento del desiderio sessuale valeva bene, perciò, un finto innamoramento. Da uomo intelligente (e quindi giusto) qual era, sentiva l’urgenza di non sacrificare sull’altare della complice ipocrisia il fatto che la gioia del sesso può essere sperimentata solo qualora l’intimità fisica sia accompagnata dall’intimità amorosa. Anche con compagne che non erano di tre lustri più giovani di lui, aveva assaporato tale gioia nel processo di avvicinamento all’obbiettivo, prima, e nell’essere se stesso, poi. Durante il corteggiamento, nessuno dei due partner è ancora sicuro dell’altro; l’obbiettivo è conquistare l’altro. Entrambi sono pieni di vitalità, attraenti, interessanti, persino belli: la vitalità rende bello qualunque volto. Inoltre, nessuno dei due ha l’altro; ne consegue che l’energia di ciascuno dei due è rivolta all’essere, al cedere all’altro e a stimolarlo, in maniera autentica seppur effimera. Il contratto matrimoniale conferisce a ciascun partner il possesso esclusivo del corpo, dei sentimenti e dell’affetto dell’altro. Non occorre più conquistare nessuno, perché l’amore è diventato qualcosa che si ha, una proprietà. I due cessano di compiere lo sforzo di essere amabili e di produrre amore, e quindi divengono noiosi: la loro bellezza scompare. Sono delusi e perplessi. Non sono forse più le stesse persone? Che abbiano commesso un errore iniziale? Quando sorgono questi dubbi fatali, di solito, ciascuno dei due cerca nell’altro la causa del mutamento e si sente derubato. Ciò di cui non si rendono conto è che non sono più le stesse persone che erano quando si amavano e che l’errore per cui si può avere l’amore, li ha condotti a cessare di amare. Adesso, invece di amarsi a vicenda, spostano l’interesse su ciò che hanno in comune: denaro, rango sociale, una casa, dei figli. E così accade che, in certi casi, il matrimonio, iniziato sulla base dell’amore, si trasformi in un amichevole possesso, una società in cui due egotismi confluiscono in uno solo.
“Eccomi! E’ molto che aspetti, mio Caro?”, gli sussurrò Carolina, comparendogli con leggiadria alle spalle. “Ah, no… Sono arrivato qualche secondo fa. Vieni, entriamo”.
(Continua…)
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