Uno spettro si aggira per l’Europa: la deflazione. Troppe tasse, aumenti delle tariffe e redditi da lavoro che restano fermi da anni lasciano al palo il reddito disponibile. La domanda per consumi ristagna e i prezzi cominciano, smentendo una prassi che al massimo li vedeva fermi, a diminuire. E quindi fa bene Franco Marinoni di Confcommercio (StampToscana, 19 gennaio) a parlare di questo problema. In tutta Europa, e non solo in Italia, il fenomeno deflazione si sta allargando e l’atteggiamento della BCE sulla tenuta dei tassi a livelli mai così bassi deriva certamente dall’osservazione attenta dell’andamento dei prezzi e dalla mancanza di una ripresa sia nei consumi che negli investimenti nel continente europeo. Ma Franco Marinoni lancia un allarme: attenti a questa deflazione perché rischia di portare con sé, invece che una ripresa come potrebbe sembrare a prima vista, un altro contraccolpo alla ripresa dei consumi. Attraverso il noto meccanismo dell’aumento dell’attesa: i prezzi scendono, mi conviene aspettare a comprare un mobile, a comprarmi la macchina, a comprare la lavastoviglie, le scarpe, un vestito, perché magari fra due o tre mesi lo compro a prezzi più bassi. E ha tutte le sue ragioni per paventare questa possibilità.
Ma forse bisogna introdurre nella discussione anche qualche altro punto di vista per arricchire l’analisi di cosa sta succedendo. E allora bisogna partire dall’introduzione dell’euro ad oggi. Bene: potrei portare un po’ di dati ma preferisco per brevità e semplicità di esposizione di rifarmi “al senso comune” di noi tutti. A volte basta. Io cittadino medio sono entrato nell’euro con la certezza, e la percezione verificabile, di un valore di circa 2000 lire. All’inizio avevo forte la sensazione che quando spendevo un euro compravo una cosa che più o meno corrispondeva a quel contenuto di valore in lire. Poi pian piano quella sensazione è scomparsa. E piano piano mi sono accorto, anche nella mia testa di percettore di un reddito e di animatore di un consumo, che l’euro stava diventando il corrispettivo di mille lire. Al bar, al ristorante, in un negozio di scarpe o nell’acquisto di un mobile la mia percezione dei prezzi rispetto alla lira si è andata via via schiacciando su una realtà di cambio decisamente diversa da quella dell’ingresso nell’euro. E il cambio con le mille lire è diventato sensazione comune. Nel frattempo però gli stipendi e i salari e anche le pensioni, pur aumentati rispetto al controvalore in lire, non hanno presentato la stessa dinamica. E allora?
Allora significa che dopo l’euro c’è stata una forte, strisciante ma forte, redistribuzione del reddito fra i redditi da lavoro e da pensione agli altri redditi che ha indubbiamente causato il blocco dei consumi e che, in parte, è causa del di più di stagnazione del mercato interno dell’Italia rispetto ai partner europei. E chi si è preso questa fetta in più di reddito nazionale? Qui il discorso si fa più complesso. Molto probabilmente la redistribuzione ha toccato tanti “altri redditi” diversi fra di loro e non sono andati tutti al, certe volte incolpevole, commerciante, barista o ristoratore. Penso ai costi assicurativi, penso ai costi degli affitti dei negozi e dei laboratori, penso all’incremento delle tasse statali e dei contributi dei comuni che sono andati a coprire i debiti ma anche il perdurare di insopportabili inefficienze. Insomma questo rivolo, nonostante la crisi, è andato a qualcuno. Non si è dissolto. E sarebbe sbagliato, nonostante la crisi che colpisce oramai tutti e tutto, non tenere conto di cosa è successo nella distribuzione del reddito negli ultimi dieci e più anni. A tale proposito sarebbe interessante che qualche Istituto di ricerca si cimentasse in questa analisi approfondita: così per cominciare a parlare di queste cose fuori dalle retoriche fini a sé stesse e poco rispondenti all’accadimento dei fenomeni reali.
E allora della deflazione si deve aver paura? Io penso di no. Sarebbe stata sicuramente più drammatica e difficile da affrontare la stagflazione che per tanto tempo ha attanagliato l’Italia e l’Europa. Per dirla in maniera semplice, in un momento di crisi meglio se i prezzi diminuiscono che se i prezzi aumentano. La deflazione può essere, se governata da uno Stato intelligente e che non sta solo a guardare, anche uno strumento di riequilibrio del sistema e di rilancio dell’economia. Ovviamente bisogna fare in modo che la deflazione non si scarichi sui più deboli e basta. Mi vengono in mente i poveri ragazzi “in affitto” senza diritti e senza prospettiva a cui si chiedono tempi allungati, lavoro festivo e stipendi bassi. O, che so, lavoratori immigrati che lavorano a nero per poche decine di euro al giorno. E che invece si scarichi su chi ha caricato troppo e troppo a lungo la catena del valore dei prodotti. E qui i due nemici principali non sono soggetti in carne ed ossa ma due fenomeni economici: la rendita (a tutti i livelli: dalle assicurazioni agli affitti) e l’inefficienza (da quella della PA a quella delle aziende che fanno servizi pubblici e privati). Quindi non bisogna fare “l’apologia della deflazione” ma neppure aggiungere la nostra voce a chi paventa che, attraverso questa, si possa andare verso nuovi e più giusti equilibri redistributivi. Lo Stato, il pubblico, la politica non possono stare fuori da questo processo: a guardare come se fossero solo inermi spettatori. Ma devono entrare con la capacità di intervento per fare in modo che la deflazione non schiacci chi è già stato ampiamente schiacciato ma piuttosto chi , fino ad oggi, in una economia in crisi e senza prospettive ha visto mantenuto, e a volte addirittura accresciuto, il proprio peso nella catena del valore.