Cure territoriali: ok Emilia, Toscana, Veneto e Lombardia

Un Italia a due velocità, anche sul fronte  dell'assistenza territoriale dei servizi sanitari: una parte del Paese ha fondamentalmente ha compiuto le esperienze necessarie per costruire un nuovo modello di cure primarie, un'altra parte, invece, opera ancora con un modello ormai vecchio di organizzazione di questi servizi.  A mostrare i modelli organizzativi di riferimento nell'assistenza territoriale ai pazienti dei servizi sanitari sono l'Emilia Romagna, il Veneto, la Lombardia e la Toscana, regioni in cui la prossimità delle cure, la continuità assistenziale, la presa in carico complessiva delle persone, sono già, almeno in parte o almeno in via sperimentale, una realtà. A dirlo è l'Agenzia nazionale per i servizi sanitari (Agenas) che ieri, in occasione del convegno "Cure Primarie H24. Chronic Care Model e Medicina di iniziativa" nel quale è stato fatto il punto sul riordino dell'assistenza territoriale ai pazienti dei servizi sanitari. Il presidente Agenas, Giovanni Bissoni, ha spiegato che "il ritardo di alcune Regioni pone un problema organizzativo perchè ridefinire la rete ospedaliera senza poter contare su una rete territoriale strutturata rischia di scaricare sul cittadino attese e difficoltà'". I modelli organizzativi sperimentati nelle 4 regioni di riferimento permettono invece di realizzare guadagni sia al sistema sia al cittadino, è stato spiegato da Bissoni, perchè, "laddove si associano i medici di famiglia, viene dimezzato il ricorso al Pronto soccorso e le visite dal privato crollano del 75%".

Per capire quanto questa evoluzione dell'assistenza sia una necessità, basta un dato: gli italiani spendono un miliardo
l'anno per comprare prestazioni infermieristiche 'out of pocket',
ovvero pagando di tasca loro. A citare dati Censis è Annalisa Silvestro, presidente Ipasvi, la fondazione nazionale collegi infermieri e assistenti sanitari. "Il Ssn non è in grado di dare risposte ai pazienti complessi o terminali che vogliono stare a casa e che hanno bisogno di assistenza nelle 24 ore". Tanti, d'altronde, "i nodi da sciogliere", spiega il direttore Ricerca e Sviluppo dell'Accademia nazionale di Medicina, Nello Martini. Ad esempio "come riorganizzare le strutture, definire il budget o introdurre elementi di valutazione di performance".

A non facilitare il percorso, i dissensi tra Regioni e Medici di famiglia, in merito ai quali, per Martini, organizzatore del  convegno, nell'incontro di ieri "si è passati dalla polemica al confronto". "Un passo avanti" è stato fatto anche secondo  Claudio Montaldo, coordinatore della Commissione sanità della Conferenza delle Regioni. "Aperture ci sono state da entrambe le parti me non bastano le parole" per il segretario della Federazione Medici di Medicina generale (Fimmg) Giacomo Milillo, che, alle Regioni, rimprovera "disordine e confusione". Il punto delicato è però, anche il nuovo ruolo che assumerà il medico di famiglia. "Non bisogna perdere il rapporto di fiducia con l'assistito", perciò, conclude, il rapporto paziente-medico "non dovrà esser sostituito dal rapporto medico-team, ma malattia-team".

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