Parigi – Su Instagram, un trio straordinario balla ai piedi della Nike di Samotracia per lanciare sulla rete le nozze tra il Louvre e il gigante giapponese dell’abbigliamento Uniqlo. I gemelli Aristide Shema e Freddy Sheja, che si sono dati al ballo giamaicano nel nativo Ruanda per poi esplodere in Francia sul web, indossano infatti t shirt che pubblicizzano i capolavori che nel mondo sono associati al Louvre, come la Gioconda, una delle nuove piste del grande museo non solo di trovare nuove fonti di reddito ma anche di avvicinarsi alle nuove generazioni.
Al Louvre non basta essere in cima alla classifica dei musei del mondo, con oltre 10 milioni di visitatori all’anno. Prendendo l’esempio dei musei anglosassoni che da tempo ormai diversificano al massimo le fonti di reddito, il Louvre si è ora lanciato alla grande in operazioni commerciali non senza provocare qualche perplessità in chi teme che così si offuschi l’immagine dell’istituzione.
Ma con l’epidemia del COVID che ha portato alla chiusura dei musei in Francia facendo loro perdere tutti gli incassi della biglietteria, la diversificazione sembra ormai destinata a proseguire su questa strada. Con Uniqlo, che da anni ha un contratto con il MoMa a New York, il Louvre ha firmato un accordo di 4 anni che prevede la produzione del gigante giapponese di T shirt e sweat shirts con le immagini delle opere emblematiche del museo rivisitate dal noto grafico britannico Peter Saville. Un altro occhiolino del museo ai giovani che in massa lo visitano (secondo gli ultimi dati un visitatore su due ha meno di 30 anni) dopo il grande successo ottenuto nel 2018: il video della coppia Beyoncé –Jay-Zay girato di notte nelle sue sale aveva superato i 234 milioni di vedute su You Tube.
Il mese scorso, come rende noto, Le Monde, il museo si è poi associato alla marca di accessori Casetify per una collezione di astucci per cellulari e tablets che declina i quadri più noti delle sue collezioni. Il Louvre ha deciso anche di lanciarsi nella commercializzazioni di oggetti per la casa ispirati dall’adiacente jardin des Tuileries assieme alla marca Sarah Lavoine e di accelerare il co-branding a tutto raggio: da Monopoly agli orologi Swatch, dalle porcellane Bernardaud al pasticciere Ladurie, noto per i suoi macarons, dai tè ai saponi.
La lista si è fatta veramente molto lunga in nome di obiettivi finanziari soprattutto dopo che la pandemia ha ridotto nel 2020 il numero dei visitatori, scesi a 2,7 milioni dai 10 precedenti. Già l’anno scorso il museo, pur potendo contare in generose sovvenzioni pubbliche, aveva deciso di far cassa proponendo all’asta esperienze “eccezionali” all’insegna del gran lusso.
In partenariato con i grandi alberghi della capitale ,con le case d’asta Christie’s e Drouot e con i suoi mecenati Dior e Cartier, aveva offerto on line sia opere di artisti contemporanei come una tela di Pierre Soulanges del valore di un milione di euro sia esperienze “uniche” come quella di assistere all’esame annuale della Gioconda sborsando 10.000.
La svolta “all’americana”, ritenuta dai più inevitabile e indispensabile, ha però suscitato qualche timore in chi teme che questa diversificazione possa non piacere a sponsor tradizionali che non si riconoscono più nel messaggio e nell’immagine del grande museo.