Cronache parlamentari: Giorgia Meloni apre la campagna elettorale

La linea non cambia, nessuna novità e toni da comizi, anche dall’opposizione

Hic manebimus optime. “Gli italiani sappiano che il governo c’è e che il prossimo uscirà dalle urne, non da alchimie di palazzo”. Niente dimissioni, rimpasti, rilanci, fase 1 e fase 2. Fine dei retroscena, Giorgia Meloni resta sulla scena fino alla scadenza naturale della legislatura, nel 2027. Perché “un sì ti conferma, ma un no ti riaccende”, ha detto, nell’afflato retorico finale della sua informativa al Parlamento, concessa dopo ben 17 giorni dal referendum sulla giustizia. Un discorso di cinquanta minuti, nato per rispondere di quei pochi Sì e tanti No inflitti al governo e atteso come momento di snodo della legislatura, per capire cosa la premier vuol fare in questo ultimo anno e come si colloca nel quadro internazionale di guerre che stanno facendo tremare il mondo.

Sembrano lontanissime le urne, i magistrati separati, gli stupratori liberi, la famiglia nel bosco, le dimissioni di Santanché, Del Mastro e compagnia cantante: appena cinque giorni dopo la prima vera batosta subita da Meloni, il 28 marzo gli ‘amici’ Donald Trump e Benjamin Netanyahu hanno cominciato una sciagurata guerra all’Iran che è andata fuori controllo, con conseguenze economiche per l’intero mondo. L’Italia in particolare, senza alcuna autosufficienza energetica e con un debito che la impicca, è fra i paesi più colpiti. Si attendevano parole decisive dalla presidente del Consiglio, ma si è ‘accesa’ poco e con le solite ambiguità. Ha servito il repertorio di sempre, in cui rivendica, polemizza, fa la vittima, annuncia cose. Con il solito piglio propagandistico, ma questa volta è uno stanco déjà vu, più stizzita ancora contro le opposizioni, le cui malefatte sembravano il vero oggetto della sua informativa, più della guerra, dell’economia, del referendum. Insomma, un avvio di campagna elettorale, un primo comizio. E da comizianti hanno risposto tutte le opposizioni.

Ancora una volta Meloni non è riuscita a dire le quattro parole che le hanno chiesto in molti: “Trump e Netanyahu si devono fermare” e neanche quelle che le ha chiesto Matteo Richetti, di Azione: “Serve un’Europa più unita e più forte”. Non le vuole dire chiare quelle parole, eppure il ponte transatlantico meloniano è andato in frantumi. Troppa acqua ci è passata sotto.

La presidente si è difesa, ha rivendicato il suo pendolarismo fra le due sponde dell’oceano mutuando le parole della segretaria del Pd Elly Schlein,  dicendosi anche lei “testardamente unitaria”, nel senso del ‘testardamente occidentale’ perché l’alleanza fra Europa e America è storica, forte e va tenuta salda. Ha ammesso perfino la sua subalternità Meloni, ma l’ha nobilitata perché  “è così da 80 anni e senza quella unità, siamo più deboli”. E però “bisogna essere in due” per restare insieme: sembra dirlo anche a se stessa la premier, evocando implicitamente i dazi, i brutti musi di Trump contro l’Europa e addirittura contro la Nato, ma lei se lo spiega così: “L’ America ha accelerato un percorso già avviato per distogliere lo sguardo dall’Europa e indirizzarlo verso l’Indopacifico. La storia bussa e bisogna sapersi adeguare” è il monito che fa a Bruxelles, cui offre i suoi cavalli di battaglia: meno burocrazia, meno ideologia, meno green deal.

Poi, sempre al capitolo Europa, Meloni si fa concreta e, vista la grave crisi mondiale causata dalla guerra in Iran, batte sommessamente cassa invocando la sospensione del patto di stabilità che stringe al collo l’Italia. Ma, a stretto giro, è arrivata la doccia fredda dal commmissario europeo all’Economia Valdis Dombrovskis: “Per sospendere il patto occorre che ci sia una grave crisi economica e non ci troviamo in questa situazione”. Se poi l’Italia volesse fare richiesta come singolo paese, deve motivare e ci vuole un piano ad hoc. Ma Roma non intende farlo, voleva una sospensione generale, per tutta la Ue, come fu con il Covid. Peraltro nessun altro dei 27 Paesi, solo la Grecia, ha chiesto questa misura.

Bisogna battere cassa altrove allora e Meloni, in nome di questo, ha rivendicato il recente viaggio in Medio Oriente, bollato come “passerella” dagli oppositori. “Non è turismo diplomatico, di fronte al rischio di uno choc energetico è dovere di qualunque governo fare tutto il possibile” per approvvigionarsi. Perché “la politica estera- spiega la presidente- è una precondizione per la politica interna, tanto più per l’Italia che esporta qualità e importa energia”.  Quindi “non abbiamo tempo da perdere in polemiche pretestuose, vi sfido a un dibattito nel merito, parliamo di soluzioni e vediamo chi ne ha”, perché “lo scenario non consente di dire a nessuno ‘è colpa della Meloni’”.

E’ colpa di Trump e Netanyahu allora? Lei non dice, continua a non nominarli, si limita a smarcarsi a modo suo dalle accuse di subalternità,  con un elenco delle occasioni in cui ha preso le distanze dall’amico Donald e dall’alleato israeliano: i dazi, l’Ucraina, la difesa dell’onore dei nostri soldati in Afghanistan, la Groenlandia, da ultimo l’Iran, con il gran rifiuto di Sigonella. Era stato ben più severo con gli alleati il ministro della Difesa Guido Crosetto che tre giorni prima, intervistato dal ‘Corriere della Sera’ aveva mostrato tutta la gravità del momento che stiamo vivendo: “Temo che ciò che è già drammatico possa precipitare ancora di più. Perché so che l’umanità ci ha dimostrato che non esiste limite alla follia”. Anche lui non li nomina ma il riferimento ai responsabili dell’attacco all’Iran sembra evidente ed eloquente. Il giorno dopo, riferendo alla Camera su Sigonella, Crosetto è tornato più pragmatico, illustrando “fatti, non opinioni”, concedendo che “siamo alleati degli Stati Uniti, ma sappiamo far rispettare le nostre leggi” e, vincolati a queste, “siamo solo un semaforo verde, rosso o giallo”. A Sigonella era scattato il rosso.

Meloni ha sorvolato su tutto questo, troppo intenta a recitare il copione su quanto fatto e quanto farà. Gli elenchi le piacciono molto, non c’è passaggio in Parlamento senza elenchi. E anche stavolta ha elencato non solo le volte in cui ha saputo distanziarsi dall’America, ma il tanto fatto in politica interna, con un incalzante racconto, a partire dalla crisi energetica, tamponata col decreto bollette e la riduzione delle accise. E poi, il cuneo fiscale, la sanità, con il fondo mai così ricco, il lavoro – e qui l’attacco diretto a Schlein che direbbe “menzogne” sulla cresciuta precarietà –  con l’Istat che certifica 1,2 milioni di occupati stabili in più e 550mila precari in meno. E ancora il sempre più fiorente export, cresciuto di 20 miliardi nel 2025 e del 7,2% proprio verso gli Usa, nonostante i dazi, ponendoci al quinto posto nel mondo; le tante misure sulla sicurezza che però non sono mai troppe, e via elencando.

Il copione prevede poi tante promesse, difficilmente distinguibili dalle notizie, visto che molte si sono già sentite, come il piano casa, con l’annuncio stavolta che, nel Consiglio dei ministri del primo maggio, si delibereranno 100 mila alloggi per i prossimi 10 anni. E ci saranno anche nuove misure sul lavoro precario. Il capitolo migranti è ricco di sorprese, rispunta il famigerato ‘blocco navale’ che sembrava ormai sepolto e si apprende anche che “abbiamo ridotto gli sbarchi, aumentato sensibilmente i rimpatri e i morti in mare sono diminuiti” e qua le opposizioni scalpitano e rumoreggiano, diranno poi che si tratta delle ennesime menzogna.

C’è un picco di orgoglio quando Meloni ricorda il nuovo quadro normativo sulle politiche migratorie stilato dall’Europa, il cui approccio “è cambiato grazie all’Italia”. E qui la presidente torna al referendum, che era stato liquidato all’inizio della sua informativa con poche parole, le stesse dell’ormai famoso video della sconfitta col canto degli uccellini: “Rispettiamo sempre il giudizio degli italiani, anche se pensiamo che la riforma della giustizia resti una necessità”. Il passaggio sui migranti invece le dà l’occasione di una nuova stilettata ai magistrati: “Ora che la campagna referendaria è alle spalle, voglio rinnovare il mio appello affinché tutti i poteri dello Stato facciano la loro parte per garantire il rispetto di queste norme”.  Le ha risposto subito il presidente dell’Anm, Giuseppe Tango: “I magistrati che intervengono sull’immigrazione lo fanno applicando le norme nazionali e sovranazionali, come ha confermato la Corte di giustizia europea. L’auspicio è che dopo l’esito del referendum si smetta di attaccare chi fa semplicemente il suo lavoro”.

La presidente del Consiglio infine ha alzato il tiro affrontando a testa alta le ultime polemiche sul selfie che la ritrae con Gioacchino Amico, il pentito referente del clan Senese. Polemiche bollate da Meloni come  “l’ultima palata di fango nel ventilatore, che ha tirato in ballo un padre, peraltro morto, che non vedo da quando avevo 11 anni”. E quindi rilancia: “Vi sfido anche su questo, ho chiesto alla commissione parlamentare antimafia di occuparsi dei tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata nei partiti politici, Fratelli d’Italia compreso”. Ricordando poi che il suo impegno politico nasce quel 19 luglio 1992 quando morì Paolo Borsellino, avverte: “Non accetto lezioni su questo tema” e sciorina l’ultimo elenco del capitolo lotta alla mafia: “Abbiamo catturato oltre 130 latitanti, eseguite più di 300 maxioperazioni, migliaia di arresti, 7,2 miliardi di euro il valore dei beni sottratti alla criminalità, più di diciottomila beni confiscati restituiti alla collettività”.

Non una parola né di autocritica sul referendum né di prospettiva strategica sull’anno a venire, Meloni in quei 50 minuti ha recitato lo stesso stanco copione. Come le opposizioni del resto, tutte all’attacco e proiettate ormai in campagna elettorale: “Avevate un’ occasione storica, l’avete persa, toccherà a noi fare tutto questo e attuare la Costituzione che volevate stravolgere”, dice Schlein. Il leader 5Stelle Conte conia le sue quattro parole, “quattro anni, zero riforme”, poi attacca nel merito la premier: “Quando dice di non condividere e non condannare Stati Uniti o Israele, contribuisce alla distruzione del diritto internazionale”. Si rimpallano le parole, Angelo Bonelli la definisce “testardamente miope perché non riesce a vedere la logica dei due criminali di guerra”. Matteo Renzi al Senato è feroce e bolla la frase d’effetto sui Sì che confermano e i No che accendono, come una “bella frase da Baci Perugina”. Poi aggiunge la sua postilla: “Il No non riaccende, il No rimbomba per i prossimi 15 mesi tutti i giorni”. E giù, sempre più duro: “Meloni oggi dice ‘ci ho messo la faccia’. Sì, quella di Santanché, Bartolozzi e Delmastro: il dato di fatto è che Meloni la faccia non ce l’ha messa, l’ha fatta mettere agli altri”.

Così l’opposizione ha raccolto le sfide di Meloni. Lei li ascolta in silenzio, seria o con i suoi sorrisetti sarcastici, con la sua solita mimica facciale, eloquente come una replica, che non concede. Le basta la chiusura in purezza della sua tormentata informativa: “A chi getta fango, risponderemo con l’orgoglio di chi può ancora permettersi di guardare gli altri, tutti gli altri, negli occhi. E a chi, invece, crede in questa Nazione diciamo: ricordatevi che non siete soli. Il governo c’è, e farà la sua parte, ogni ora di ogni singolo giorno, fino all’ultimo. E quando quel giorno arriverà, se avremo agito così, non avremo alcuna ragione di temere il giudizio del Popolo Sovrano”.

Rieccolo il Popolo Sovrano, il mantra, la ragione sociale, il fondamento identitario, il committente e il destinatario di ogni battaglia, una leva potente, un passe-partout da invocare anche per levarsi dai guai. E al ‘Popolo Sovrano’ Giorgia Meloni dedica le ultime parole che pronuncia alla Camera.

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