“I procedimenti sulla corruzione a Reggio Emilia sono pochi. Un procedimento non si apre se non c’è una notizia di reato. Se lei subisce un furto in casa va dai Carabinieri e lo denuncia. Se invece subisce un taglieggiamento o viene blandita in un ufficio per avere prima una pratica o un favore, 9 volte su 10 non lo dice a nessuno”.
E’ quanto ha dichiarato il procuratore capo Giorgio Grandinetti a margine della tavola rotonda organizzata in sala del Tricolore per fare il punto sull’efficacia della legge anticorruzione a oltre un anno dalla riforma. L’appuntamento era inserito all’interno della giornata di studi dal titolo “Da Reggio Emilia l’anticorruzione partecipata ed efficace”, organizzata da Comune, Camera Penale e Consulta delle professionali.
“La società reggiana è abbastanza sana – ha affermato Grandinetti -. Si parla sempre di società civile, si può dire che Reggio Emilia sia una società civile”. Tuttavia, secondo il magistrato, la realtà reggiana non è esente dal costume “molto diffuso in Italia” di concepire le regole “come ostacolo”. Le leggi “sono molto importanti perché sono il punto di partenza”, ma a monte c’è un problema culturale.
“Bisogna cercare di creare una rete di sensibilità verso questo fenomeno che sia sempre più ampia, in modo che tutte le condotte irregolari emergono e siano denunciate – ha concluso il magistrato -. Deve cambiare la mentalità delle persone. In molti c’è rassegnazione, chi subisce un tentativo di corruzione neanche si meraviglia tanto. Deve cambiare il costume, l’etica deve essere presente nella nostra società, non solo l’etica privata. L’etica pubblica deve essere molto presente”.