E’ arrivato silenzioso, in punta di piedi, questo film che sorprendentemente, almeno fino alla sua presentazione a Venezia- dove ha poi ottenuto il Gran Premio della Giuria e il Leone d’Argento, oltre alla coppa Volpi per il miglior attore , con l’eccellente Tommaso Ragno – rappresenterà l’Italia come candidato all’Oscar 2025 per il miglior film straniero. Sorprendentemente anche perché , dopo aver circolato per tutta l’estate con un passa parola vigoroso , ha sbaragliato una concorrenza di ben 18 titoli italiani ben più quotati e diretti da nomi come Paolo Sorrentino (Partenope ), con tutti gli altri già ben distribuiti nelle sale : Gianni Amelio (Campo di Battaglia), Daniele Luchetti (Confidenza) , Francesca Comencini ( Il tempo che ci vuole), Marco Tullio Giordana ( (La vita accanto), Michele Riondino (Palazzina LAF) Giorgio Diritti ( Lubo) , e lavori anche di già affermati attori come Buy, Albanese, Marcorè.
Maura Delpero , 49enne, bolzanina, formatasi a Bologna , laurea in lettere e filosofia e insegnante di Liceo, poi specializzazione a Parigi, dopo un tirocinio sapiente come aiuto regista e poi autrice di documentari, approda in Argentina dove ha inseguito l’altra sua grande passione (il tango) e ha conosciuto il suo attuale marito. E argentina come coproduzione è la sua opera prima di lungometraggio di finzione che esce nel 2019 come Maternal ,viene premiata a Locarno e comincia a raccogliere maggiori riconoscimenti nel circuito dei festival internazionali.
Vermiglio è la sua seconda prova e in comune con il primo ha la condizione di una maternità problematica e una ragazza, tra le tre sorelle del film, che alla fine sceglie di diventare suora come è invece in atto la protagonista di Maternal, interpretata dall’unica attrice professionista presente, l’ucraina , poi naturalizzata italiana, Lidiya Liberman.
Con questa seconda prova Delpero ha voluto ripartire dalle sue radici, anzi da un sogno in cui le ha apparso il padre da poco mancato, e ora era lì come bambino, che le porgeva il libro della storia della sua famiglia.
A lungo è stata travagliata da farne un romanzo, ma poi ha prevalso la scelta di raccontarla in un film , fermando uno specifico momento della saga, legato al trascorrere di un anno intero nelle sue stagioni tra il 1944 e il 1945 , trasfigurandone la storia, dove il patriarca della famiglia, Cesare Graziadei, richiama il nonno dell’autrice, della di lui moglie, e delle tre figlie femmine. Per fare un’operazione che non scadesse nella melassa o s’impigliasse in dinamiche autoreferenziali, Delpero ha dovuto fare un’enorme lavoro di riscrittura per arrivare a comporre, con grande rigore e contenutezza, una serie di quadri che scandiscono le stagioni, la vita di una comunità di montagna,le dinamiche d’ una famiglia. Non è mai facile al cinema trattare una materia autobiografica delle radici, col rischio di un’operazione che non scadesse poi nell’effetto cartolina, nello splendore abbagliante di quel paesaggio montano innevato, magari inseguendo una copia calligrafica de L’albero degli zoccoli.
L’effetto riscrittura ha prodotto effetti polisensoriali che possono accostarsi alla sinfonia. Ma non ad un idillio. Cè stato una convergenza di apporti, evidentemente ben coordinati nello svolgersi di un ordito raffinato e leggero su vari piani : fin dalle musiche a cura di Matteo Franceschini , già Leone d’Argento alla Biennale, che al coro autoctono du Verdei, affianca con grazia brani di Chopin e Vivaldi a contrappuntare i gusti del pater familias, che li sente al grammofono in momenti topici; e così anche il montaggio lieve e discreto di Gianluca Mattei , e i costumi di Cavalletti si sposano con la fotografia creativa di Michael Kricman che utilizza la luce naturale a filtrare dalle fessure i chiarori incerti dell’alba e quello delle candele negli interni. E un velo di blu oltremare alla Vermeer , contrapposto al nitore della neve esterna, dà un tono gotico alle immagini , e le raggela, perché così deve risultare in tutto questo racconto: non idillio bucolico , in cui riposarsi nella contemplazione degli spazi e dei picchi alpini , ma un grumo di mondo dove impera feroce anche la lotta per la vita povera e grama, e i pregiudizi patriarcali, e la morte di un infante , legata all’ignoranza e superstizione, in una landa montana con echi sommessi di una guerra ancora da finire. Tra cui sola epitome silenziosa e schiva il soldato siciliano disertore e che ha salvato un compagno di sventura , riportandolo a spalle al suo borgo trentino : Pietro è doppiamente “straniero” , sia per l’idioma sconosciuto da queste parti sia in quanto disertore , e sarà la causa involontaria dello sconvolgimento di quel mondo patriarcale, e nel contempo vittima sacrificale (e involontariamente sacrificante) – fuori campo, e fuori racconto filmico , come vedremo- del suo altrettanto patriarcale e feroce mondo originario cui farà ritorno. Il fascino di questo lavoro di Delpero è in questo suo tessuto misterioso e ambivalente, dalla bellezza formale, ma non rassicurante nelle immagini, e nella loro asperità e durezze quotidiane cui fanno riferimento.
Persino quelle alla Veermer, qui nei due fuggevoli ritratti di donna , a differenza dell’incanto sognante e languido delle fanciulle dipinte dal maestro olandese, hanno l’inquietudine di uno sguardo furtivo nel voltarsi in chiesa , o quello assonnato e appoggiato al fianco d’ una mucca che si sta mungendo . Entrambe le espressioni sono di Martina Scrinzi, 27enne trentina, proveniente dal teatro-danza, che è Lucia Graziadei , la figlia maggiore che rimarrà incinta di Pietro, e che sposerà , divenendone vedova prima del parto. È tra i soli cinque che nel film hanno esperienza recitativa . Gli altri sono adulti e bambini tutti della zona , non attori, selezionati e formati solo dopo un lunghissimo lavoro di casting.
Tra questi, la sorprendente Rachele Potrich, impersona una delle figure più suggestive del film, Ada (la sorella mediana) che è il personaggio che assieme a Lucia, cresce di più nella storia. Ada vive la sua sessualità in modo diverso dalla norma, e all’inizio con forti sensi di colpa. Per autopunirsi dei suoi pensieri arriverà a mangiare persino le feci di gallina. Ma anche a sublimare la sua diversità diventando alla fine suora, e recuperare Lucia al suo ruolo di madre finalmente a tutto tondo , giacché dopo il parto aveva per mesi rifiutato la sua neonata . È nella carnalità e materialità che sono colti i vari protagonisti, anche nel letame (Lucia durante la gravidanza , saputo che era divenuta vedova, si lascia andare, in un istinto di morte profondo, arrivando a lavarsi persino con l’acqua delle vacche). Ma nella figura di Ada c’è alla fine un tocco ironico e liberatorio. Nella scena ultima, sola nella sua stanza, si toglie il velo da suora, e s’accende, a testa alta e fiera, una sigaretta (considerata fino ad allora appannaggio del pater familias Cesare, e dei maschi del paese, e della ribelle dropout Virgina di cui era segretamente innamorata), come a sfidare dall’ altra camera il padre , che non l’ha scelta per proseguire gli studi, e che fuma a sua volta assorto al suono dell’ amato Chopin.
È ancora Ada ad essere la coprotagonista dei dialoghi più suggestivi di tutto il film, espressi nella dolce cadenza veneta della zona (il solandro) che ha, nel bisbiglio notturno delle tre sorelle nel lettone comune, una sorta di sommesso coro greco ma che è anche un’educazione sentimentale piena di meraviglie e scoperte delicate, espressione concreta nella sua naiveté di quella poesia ingenua , chimera tanto inseguita e idealizzata nelle paludate scuole del romanticismo storico. La capacità di alto valore nel rendere questi dialoghi sta nel fatto, che qui, come nelle altre occasioni, i dialoganti sono quasi tutti non attori.
Quindi oltre a Martina Scrinzi (Lucia) gli altri quattro che nel film hanno almeno un’ iniziale professionalità attoriale, sono Giuseppe Di Domenico, 31 anni, di Messina (Pietro), Roberta Rovelli (46 enne milanese, che è Adele, la grande mater della famiglia Graziadei, sempre incinta, per dieci volte) , e Carlotta Gamba (Virginia , l’amica maudit, fuori dagli schemi) 27enne , torinese, quella già più affermata, coi fratelli D’Innocenzo e non solo. Il più carismatico e prestigioso è qui invece Tommaso Ragno (57enne, protagonista in teatro con Strehler, Ronconi, Cecchi, Martone ) più un centinaio di ruoli tra cinema e tv ), vincitore a Venezia della Coppa Volpi al miglior attore per il ruolo di Cesare Graziadei, il prototipo del nonno della regista, maestro del paese : Ragno vi si è calato con grandissima sensibilità, rendendone la complessità e il travaglio in sottrazione, rivestendo di tutte le contraddizioni storiche e socio-culturali il personaggio su cui non fa sconti, né gigioneggia. È vero e fiammeggiante socialista quando, contro un malmostoso avventore che di Pietro dice che è un vigliacco scappato dalla guerra, opina fermo : “se ce ne fossero tanti come lui staremmo tutti meglio” e sul fatto “che non dovrebbe essere accolto qui da noi, dovremmo denunciarlo ”, replica forte : “sono tutti nostri figli, e ricordiamocelo, non sono stati loro a scegliere di fare questa guerra”. È toccantemente eroico anche quando cerca di introdurre la poesia e il senso delle parole e il gusto della narrazione nella sua scuola per ragazzi e per analfabeti adulti, ed è anche il padre che dolorosamente deve scegliere tra le tre figlie , più il maschio, mandare avanti negli studi, perché a quei tempi a Vermiglio una famiglia poteva permettersi di sottrarre al lavoro che un solo studente. Lucia, è destinata a divenire una madre di famiglia, “anche perché non si troverebbe bene a vivere in città” , “è selvatica, come un camoscio”. Dino è uno del tutto negato allo studio e a cui negherà pure il diploma (“nei campi non avrà bisogno del diploma”). Di Ada dirà che è volenterosa, ma non eccelle ; e la scelta cadrà su Flavia, la più piccola, perché ha una sensibilità simile a quella di lui padre (Anna Thaler , anche lei neofita) .È infine Cesare Graziadei un poveraccio imbarazzato e furioso, prigioniero del suo machismo limitato, a dispetto del suo socialismo culturale, quando la moglie gli rinfaccia di fronte a tutti che non le ha mai portato un fiore, come invece il figlio da lui reietto, Dino.
Ora rimane da chiedersi che filo ancora potrà tessere Delpero alla sua prossima prova, una volta che dovrà abbandonare necessariamente la poetica delle radici e avventurarsi in nuovi territori.
Questo suo gioiellino,vermiglio come la passione interna che lo ribolle, malgrado il raffreddamento blu continuo preventivo, sarà molto difficile replicarlo con tale felicità. E persino inutile ora se definirlo un piccolo o grande capolavoro o meno.
E ancora una considerazione : a caldo la potenza del racconto e la vivezza delle immagini e peripezie , la sua languidità prevalentemente femminile, può spesso indurre un effetto ipnotico diversivo su emozioni e contenuti. Poi , se cominciamo a valutare quanti graffi ci sono rimasti dentro, e quali cicatrici si stanno formando, potremo sedimentare meglio cosa ci ha lasciato, nella cruda verità della storia e del microcosmo dispiegatoci.
Come quel meraviglioso cameo di Sara Seraiocco , la moglie siciliana di Pietro che per “delitto d’onore” l’ha ucciso con lo stesso fucile del soldato. E ora Lucia, dopo un lungo viaggio per mare, spia di soppiatto i tratti di colei che ha eliminato il padre della sua bambina che sta per nascere. La donna , vestita di nero a lutto è su una panchina vicina nella piazzetta assolata del paese siculo, in una sorta di semilibertà concordata come ora d’aria. Un bambino col pallone , si avvicina alla donna e le fa cenno di voltarsi verso Lucia: “quella signora ha gli occhi tristi”. Lei si volta allora e, senza sapere assolutamente chi è l’altra, le chiede solo, con sorosità tutta femminile: “Avete figli, Voi, signora?”.
Ci portiamo dietro , tra le altre , la scena del più desolante feroce solitario parto mai visto al cinema: Lucia che con tutte le sue forze residue non vuole far uscire da sé la bambina, e tutto il travaglio si sposta così fuori campo, all’esterno, e le urla disperate di Lucia, il vagito sofferto della neonata, echeggiano solo come suoni al vento, in un’unica inquadratura fissa su un’aia spoglia , dove le uniche cose che si muovono sono una gallina rachitica e delle foglie secche sballottate . Quello scorcio di paesaggio è volutamente ristretto, opaco, silente, come l’indifferenza della natura al dolore e disperazione degli ultimi.