Lo sgomento nei volti dei militanti leghisti sembra quello di chi è sopravvissuto a un terremoto che gli ha distrutto la casa. Negli sguardi c’è incredulità, rabbia ma anche la consapevolezza che qualcosa è cambiato per sempre. Più che le inchieste, i sospetti, le intercettazioni, è la caduta dell’uomo che non è stato solo il capo del Carroccio, ma l’incarnazione stessa, a dare forma e consistenza al dramma. A Reggio i leghisti alle bufere ci hanno fatto il callo: ha lasciato il segno la faida sanguinosa tra Alessandri e il suo vice Marco Lusetti, una guerra combattuta a suon di dossier, colpi bassi e scambi di accuse. Formalmente a uscirne vincitore era stato Alessandri, con Lusetti cacciato con un marchio di infamia, ma il Capo aveva spedito Rosy Mauro (oggi investita in pieno dal terremoto) in Emilia in veste di commissario, con il compito di marcare a uomo il presidente federale. Sembra passata un’epoca da quelle vicende che oggi a confronto paiono innocue scaramucce. Forse però già allora si poteva intravedre qualche smagliatura nella trama del racconto. Di sicuro è iniziato lì il declino politico dell’astro nascente del Carroccio, di quell’Angelo Alessandri divenuto portabandiera del “modello emiliano” che voleva sfidare il monopolio territoriale di Veneto e Lombardia.
Che qualcosa si sia rotto lo si capisce dalle parole dello stato maggiore del Carroccio. Non basta più evocare complotti e nemici, l’esercito è rimasto senza una guida, ancorché anziana e malata. “Ho già parlato ieri con i giornalisti, oggi sono al parco con mio figlio” dice Alessandri al telefono con una punta di nervosismo. Basta una domanda sulle emozioni della “base” per fargli cambiare idea: “Non sono solo i militanti a piangere, quando Bossi si è dimesso abbiamo pianto tutti. E’ un grande uomo. Ma non è finita: la Lega è un grande sogno che si sta realizzando”. E a chi ha parlato delle sue resistenza a rassegnare le dimissioni per fare posto al Capo, replica: “In queste ore ne sento di tutti colori, non è vero niente. Sono orgoglioso di lasciare il posto a una grande persona”.
C’è spazio anche per la rabbia e i sospetti. Il nemico, il complotto. “Strano che tutto questo accada quando parte la campagna elettorale, un attacco all’unico vero partito di opposizione. Io qualche sospetto ce l’ho ma è presto per parlare. Ora è il momento di fare chiarezza”. Già, fare chiarezza. La parola d’ordine di tutti i leghisti, maroniani e bossiani osservanti. Perché qualcosa che non torna c’è, qualcuno deve pur avere sbagliato dopo quello che è successo. “E’ giusto che venga fatta chiarezza, dice. Chi ha sbagliato pagherà. Perché la Lega è diversa, deve essere diversa”.