Caro Montella, gli ingredienti ci sono, ma è ora di cambiare ricetta

Sa bene cosa vuol dire essere “puniti” per degli errori, anche nella vita. In quest’ultime settimane ha “punito” in modo abbastanza vistoso prima Viviano, poi Roncaglia, poi Neto. Qualche reprimenda, chiamiamola così, in forma di sostituzione, l’ha impartita anche a Tomovic, a Quadrado, a Aquilani, a Lljaic. A Toni gli ha fatto capire che è lì per caso, dato che il futuro centravanti viola sarà un certo Pepito Rossi che con lui, sia per stazza sia per tipo di gioco, non ha niente a che fare. Ieri è toccato all’ex-intoccabile JoJo. “Un giocatore come un altro”, ha detto Montella agli intervistatori.

È probabile che il tecnico sappia bene quello che fa, conoscendo da vicino i caratteri dei suoi giocatori e gli stimoli necessari a cavarne il meglio; ma l’ignaro tifoso, che fino a ieri l’altro si era costruito i suoi miti, dalla roccia Facundo al portiere fan Viviano allo JoJo diventato addirittura simbolo antijuve, ora è confuso e smarrito, e si pone qualche legittima domanda, oltreché su convinzioni ottimiste forse troppo frettolosamente maturate, anche sullo “psicologo”. Non vorrebbe, infatti, che una sostituzione, sia pur legittima e giusta, come quella di JoJo di ieri, servisse unicamente a scaricare su di lui responsabilità non tutte sue.

JoJo non è in forma, ma soffre anche, come ho avuto modo di scrivere su queste pagine, di un gioco che non gli si attaglia, che gli nega gli spazi, che lo costringe laterale o comunque lontano dall’area (a meno che non lo si impieghi come prima punta, come quando viene accoppiato a Lljaic). JoJo è anche uno che si esalta chiamando palla e cercando il tiro in porta, mentre forse qualche intimazione del tecnico gli ha fatto capire che qui la palla va fatta girare, magari di prima, da “giocatore come un altro”.

È questa la psicologia corretta per recuperarlo? Roncaglia ha sbagliato (e sul primo gol aveva sbagliato prima Viviano a rinviare centrale mentre Pizarro era a bordo campo, costringendo poi il difensore all’intervento in affanno), ma da un pezzo questa difesa, chiamata a far ripartire il gioco di prima, a gestire la palla, è abbandonata a se stessa, senza un’adeguata protezione del centrocampo; e al primo errore gli avversari ci castigano. Ma allora? È solo colpa dei singoli oppure servirebbe ripensare modulo e interpretazione del gioco?

Quando si va al mercato e si torna con due chili di fagioli di Sorana, si prepara un buon contorno con l’olio novo, o tutt’al più si cucina una saporita zuppa; vorrebbe dire un po’ sciupare la spesa se ci venisse in mente di pasticciarli per un tortino. Noi al mercato abbiamo trovato degli ottimi prodotti, su tutti Pizarro e Borja Valero, ma anche Quadrado e i difensori, soprattutto se li si confronta con quelli di altre squadre, sono di valore. È giusto che il gioco si incentri sui due registi del centrocampo, di valore mondiale, e che dunque finisca per somigliare al “tricchettracche” (da macchina da cucire, come disse una volta Altafini) degli spagnoli.

Ma in cucina ci sono anche le dosi, e la bravura del cuoco è nell’interpretare il “quanto basta” delle ricette. E allora oggi non possiamo non constatare che la compassatezza di quel centrocampo, unita alla sua leggerezza fisica e alla sua connaturata incapacità di opporre difesa se non con falli di ostruzione (Pizarro, dalla prossima ammonizione, avrà finito il bonus e verrà squalificato a ogni cartellino), unita anche all’ostinazione della difesa a tener palla e a esagerare coi disimpegni “puliti”, basta sempre meno; e soprattutto risulta sempre meno al servizio di un attacco che appare un corpo estraneo alla squadra, avendo per sua costituzione bisogno di velocità e anche di cross, invece che di tricchettracche.

Il bravo cuoco, infatti, sa bene esaltare i sapori anche degli altri ingredienti della zuppa. Fuor di metafora e parlando di ieri: se se si ha la fortuna di avere un esterno destro come Quadrado, che salta regolarmente l’uomo e crea superiorità numerica, è un delitto non farlo crossare di prima e costringerlo a ripiegare e a far girar palla (ieri, poi, i cross ha cominciato a farli nel secondo tempo quando non c’era più Toni!). E poi,  se si vede che la Juve ha presidiato la sua fascia con due terzini sinistri, evidentemente preoccupata, perché si è giocato un primo tempo quasi soltanto a sinistra, dove Lichtsteiner e Vidal sono notoriamente ossi duri da masticare?

Con questo non voglio certo dire allora che le colpe sono tutte di Montella. Stimo molto Montella perché l’ho visto, in passato, correggersi in corsa, saper adeguare le sue idee di calcio al patrimonio di giocatori di cui dispone. So che cambierà presto (mi aspettavo solo che lo facesse prima). E in che modo cambierà? Spero proprio che non abbandoni la prerogativa, tutta viola nel campionato italiano, del possesso palla. Ma vorrei lo facesse garantendo alla squadra più spazi da attaccare in verticale, e più velocità sulle fasce. Per farlo, dovrà intanto abbandonare la difesa a tre (non la sopporto! Ma ci rendiamo conto che, a parte la Juve, non c’è una grande in Europa che gioca a tre dietro? Sarà un caso?), riavvicinare due centrali come Gonzalo e Savic e rifinire la difesa con due terzini di fascia (più o meno offensivi, a seconda delle esigenze della partita e della forma dei singoli).

Il centrocampo non potrà che essere a tre, con Sissoko che va a fare il cursore accanto ai due registi. Davanti potrà lasciare il solo Toni a far da boa, mentre per la tre quarti opterei per JoJo e Wolski (o, nell’immediato, per Quadrado o Mati Fernandez). La mia Fiorentina, più solida e meno cervellotica nelle soluzioni difensive e offensive, sarebbe dunque a albero di Natale: Viviano; Quadrado (Roncaglia), Gonzalo, Savic, Comppar (Pasqual); Sissoko (Aquilani), Pizarro, Borja Valero; Wolski (Mati Fernandez), Jovetic; Toni (Larrondo). Dopodiché non resterebbe che augurare buon appetito!

Alessandro Pagnini 

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