Capodanno iraniano in Palazzo Vecchio, per una primavera di libertà

Firenze –  Si farà in Palazzo Vecchio, questa volta, il Capodanno iraniano. Giovedì 23 Marzo, presso la Sala D’Arme (ore 15.00-19.00). Sarà un momento, carico di richiami simbolici, con video, musiche canti. Ma non sarà solo questo.  Titolo dell’incontro: Nowrooz. Il Capodanno iraniano. Una primavera di libertà?

Un’occasione, quindi, anche per ribadire, in un momento di forte drammaticità, la vicinanza alla lotta delle donne e dei democratici iraniani. Ha un forte significato, d’altra parte, che il Comune (che in questi giorni ha anche illuminato le porte storiche con i colori della bandiera iraniana) assuma e faccia propria l’iniziativa all’interno di una dimensione istituzionale (con la presenza e gli interventi dell’assessore Benedetta Albanese e della presidente della Settima Commissione, Donata Bianchi).

L’evento, peraltro, è stato preparato e voluto, oltre che dalle associazioni iraniane (l’attivissima Donna, Vita, libertà e l’Associazione Iraniani di Firenze) presenti nella nostra città, anche dal Coordinamento Riviste Italiane di Cultura (presieduto da Valdo Spini) e, in particolare, dalla rivista «Testimonianze».

È una scelta di cui sono intuibili le motivazioni. La cultura ha bisogno vitale della libertà. «Libertà va cercando», per dirla con le parole che Dante (oggi fantasiosamente indicato come precursore della «cultura di Destra») mette in bocca a Virgilio per presentarlo a Catone Uticense. Il pensiero, la ricerca intellettuale, la parola (scritta e orale) prosperano solo laddove non vengono posti limiti alla loro espressione.

È quanto solennemente ricorda la Dichiarazione Universale dei diritti umani, del 1948, laddove, all’art.19, afferma: «Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere».

Il «caso Iran» è, in questo senso, paradigmatico. Sono anni che gli artisti, gli intellettuali, i democratici, i cittadini comuni di quel Paese subiscono restrizioni e vengono perseguiti, discriminati, incarcerati (o devono scegliere l’esilio) se pensano e si esprimono in maniera «difforme» da quanto stabilito dal teocratico ceto politico che è al vertice del regime.

È una rivolta democratica, quella che ha scosso l’Iran, in questi mesi, dopo la morte di Mahsa Amini (la ragazza arrestata per non aver portato «correttamente» il velo). Ma è una rivolta che ha un segno particolare. Perché sono le donne che l’hanno ispirata e che la guidano.  Donne che non sopportano più la schiavitù del velo (per riprendere il significativo titolo di un libro, di alcuni anni fa, di Giuliana Sgrena).

Libertà per le donne, democrazia per l’Iran è, infatti, il titolo della Tavola Rotonda (coordinata da Giada Fazzalari) che si terrà nell’ambito della manifestazione (con la partecipazione di Simona Maggiorelli, Maria Panetta, Maryam Pezeshki, Valdo Spini e di chi scrive).  La questione del velo, come è utile ricordare, è un importante elemento-simbolo dell’intera questione. Fuori discussione è il rispetto della diversità dei costumi e delle culture (come l’uso medesimo del copricapo femminile in tante parti del mondo islamico, quando e se questo è frutto di una libera scelta).

Quella che viene rifiutata, con determinazione e coraggio, dalle donne iraniane, è l’imposizione di un obbligo imposto dal potere. Che stabilisce regole tassative su ciò che, per la donna, è lecito o non è lecito. Ci sono grandi figure di donne resistenti in Iran. Penso a Nasrin Sotoudeh, una straordinaria avvocatessa che difende gli ultimi, i più fragili e le donne e che il regime ha, a lungo, incarcerato e che ha condannato a ricevere un numero impressionante di frustate nella schiena.

C’è Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace, che, già diversi anni fa, ho avuto l’opportunità e la sorte privilegiata di invitare e di poter ospitare a Firenze, come ospite del Consiglio Regionale. Shirin è una donna non alta di statura, ma di grande levatura, orgogliosa e pugnace. Parlò sotto la statua del David, E disse. «Il David è simbolo della lotta per la libertà di tutti i popoli del mondo». E poi ci sono le ragazze anonime, non coperte nemmeno dallo scudo della loro notorietà, che, in questi mesi, hanno sfidato, in modo quasi irridente, un sistema di potere ritenuto anacronistico e oscurantista.

Naturalmente, a Palazzo Vecchio, in questa occasione, non si faranno solo interventi ragionati e analisi politiche. È pur sempre, per gli amici iraniani, il Nowrooz, cioè la Festa del Capodanno. Che, poi sarebbe la Festa di Primavera. E l’augurio è, infatti, che questa possa essere una Primavera di libertà.  Non è detto che lo sia, naturalmente, e purtroppo. Il regime è ancora forte e la stessa tregua-accordo con l’Arabia Saudita (sotto il manto protettivo della Cina), dà probabilmente maggiore stabilità e sicurezza a entrambi i contraenti.

L’auspicio, come sempre, è però che giganti e poteri forti possano avere anche insospettabili piedi d’argilla. È un auspicio, nulla più, si dirà. Ma è un auspicio non privo di fondamento. Ed è comunque con questo spirito che in Palazzo Vecchio ci saranno anche video, musiche, elementi coreografici, Canti per le donne e per la libertà (che Angela Batoni e Matteo Ceramelli, attingendo al loro repertorio, dedicheranno alle libere donne e ai cittadini resistenti di un Paese che è di antica e grande civiltà).

Ed è con questo spirito che l’attrice Daniela Morozzi declamerà Baraye. Che è stata ed è la colonna sonora della nuova rivoluzione iraniana (che tale rimarrebbe, per il suo valore, anche se malauguratamente dovesse essere, per adesso, non vincente). Ha un grande valore che Firenze, città della cultura della pace e dei diritti umani, sia a fianco delle donne e dei democratici iraniani, in un momento come questo, in cui le notizie relative alla loro lotta, pian piano, rischiano di passare in secondo piano e il loro dramma rischia di essere rimosso.

Proprio adesso è più che mai necessario essere al loro fianco. Per dare loro, doverosamente, la solidarietà che meritano, ma anche perché la battaglia per la conquista delle libertà fondamentali che essi stanno conducendo ha un valore universale e serve a ricordarci l’importanza della lunga marcia dei diritti umani (come la chiamava Ernesto Balducci) nel nostro mondo della complessità.

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