Campovolo 2.e basta

La Liga-mania del Campovolo ha assunto contorni degni di uno studio psico-sociologico sulle masse. Dopo il bis, speriamo non ci sia un terzo concertone

Solo un approfondito studio psico-sociologico (magari una bella borsa di studio all’università di Padova sponsorizzata dal rockman correggese coi soldi del concertone) potrebbe dare alcune risposte esaustive al complesso fenomeno di massa e meccanismi centripeti ed esogeni andati in scena l’altra sera a Reggio sotto il nome di Campovolo 2.0. Lo diciamo con un occhio al passato e un po’ di timore al futuro; perché la numerazione scattata lascerebbe presagire un seguito. Cosa abbia spinto questa moltitudine di giovani a sottoporsi volontariamente ad un’esperienza che a tratti può ricordare pene e paesaggi della Divina Commedia (naturalmente il canto dell’Inferno) per ascoltare Ligabue è difficile dire se non si cerchi di trovare ragione e sentimento nella mai troppo citata opinabilità dei gusti.

Questa Woodstock musicale secondo molti o Waterloo culturale secondo pochi, si badi bene non ha riguardato solo i 120mila fan delle campagne di Gavassa. Ma anche una città intera nei suoi enti locali, nelle forze di sicurezza, sanitarie e di servizio generico, nei cittadini alle prese con una viabilità stravolta anche nelle linee dei mezzi pubblici. Il punto però più sconcertante dell’affaire Ligabue è stato il totale e completo asservimento della stragrande maggioranza del sistema informativo italiano che ha bellamente declinato, anche con esibito compiacimento, il mai derogabile diritto-dovere di critica. Per mera esigenza di vendita e/o presunta audience dandoci e di brutto con titoloni, articoloni, insertoni, servizioni e direttone e presentando l’avvenimento preventivamente e indipendentemente dai fatti successi, come  fanno coloro che si sveglierebbero da esperienze di pre-morte nel dipingere una sorta di Paradiso. O riportando con l’entusiasmo che in genere accompagna scoop ed esclusive ogni frase ligabuiana, anche quelle che si confonderebbero con le dichiarazioni dei calciatori nel dopo partita.

Noi continuiamo a chiederci, senza ottenere risposta, a chi possa giovare (Ligabue e il suo staff a parte, assieme a qualche albergatore e venditori di piadine e bibite) una settimana come l’ultima trascorsa a Reggio. Che tipo d’immagine possa giovare a Reggio se non per restare scolpita (?) nell’immaginario collettivo del popolo dei fan fino al prossimo concerto? Molti dei quali hanno scambiato il Campovolo per un’amena località (genericamente sopra il Tevere) dove l’urbanizzazione ancora non sarebbe arrivata. E dove, ogni tot-anni, ci si possa ammassare al bivacco anche una settimana prima per ascoltare, al termine di un percorso espiativo, l’amato Liga?

Ci sia consentito infine un breve cenno all’organizzazione dell’evento ed ai suoi terminali operativi. Che, in comprensibile delirio d’onnipotenza, hanno gestito pass e biglietti come S.Pietro le chiavi dell’Eden, evidentemente e inconsciamente indotti da quei famosi (per modo di dire) “meccanismi centripeti ed esogeni” (cosa vorrà poi dire…) di cui si diceva all’inizio. Si sono mossi dispensando grazie e indulgenze, come Profeti minori nel deserto di Giordania o condanne e privazioni come diavoletti nel girone dei “suonati” (inteso come appassionati di musica leggera). Ecco, a costoro vorremo dire che oggi al Campovolo contano tanto come lo scrivente, cioè un fico secco. E che i concerti (così come i sogni di rock’n roll) muoiono all’alba

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