Bufale web 2.0

Se vi è capitato di andare al cinema e guardare il film Marvel “Capitan America: The Winter Soldier”, avrete forse notato il taccuino che il supereroe della Seconda Guerra Mondiale sta riempiendo di annotazioni riguardo alle cose che, dal momento della sua ibernazione negli anni ’40 al suo scongelamento in tempi recenti, si è perso e deve assolutamente recuperare. Tra le altre, spiccano i Nirvana, Star Trek, Star Wars e, nella versione per il mercato italiano, Roberto Benigni e Vasco Rossi. Non è del tutto una sorpresa quindi il fatto che Vasco sia apparso, per ricambiare, con la maschera di Cap per smentire sulla sua pagina Facebook – un braccio sulle spalle di Gaetano Curreri degli Stadio – le notizie messe in giro da una sedicente fan che lo volevano ricoverato in ospedale.
“Tra mala-fede e mala-lingua, la bufala è servita! Non qualificabile tale Barbara Cicirello che, per futili motivi, gioca con la salute degli altri spacciando sul suo profilo facebook la falsa notizia di un presunto ricovero di Vasco. Non se ne sentiva e non si sente proprio il bisogno di “fan” così..grazie! Chi consapevolmente diffonde false notizie prive di fondamento, mette in giro vere e proprie bufale, dovrà ringraziare la sua volgarità e superficialità (come minimo!!..) quando un giorno si vedrà recapitare una querela per diffamazione !”: questa la risposta, piuttosto esauriente e un tantino seccata, del musicista di Zocca.
Cos’è successo? Niente di che: il solito online, la routine assoluta da qualche anno a questa parte. Se vi capita, leggete il discreto libro di Ryan Holiday, “Credimi! Sono un bugiardo. Confessioni di un manipolatore dei media”, tanto per farvi un’istruzione seria sul come funziona la diffusione delle notizie nel Web 2.0. Holiday spiega, con dovizia di particolari, il mestiere – giura, ora terminato – di pompatore di blog altrui e propri svelando il segreto che sta dietro al successo: la pubblicazione di vigliaccate false, orrende, tendenziose, non importa quanto discutibili. Anzi, importa eccome: peggiori sono, meglio è, perché attirano più click. Per stare sull’esempio citato in apertura, il giochino è pressappoco questo: io (Barbara Cicirillo) pubblico sul mio blog una notizia esclusiva, con titolo enorme: VASCO ROSSI RICOVERATO D’URGENZA!
Laggente si fionda a leggere e a cliccare. Centomila click in tre ore, cinquemila condivisioni. La Cicirillo per due ore è la Star: suo è il sacro Scoop, imbattibile. Anche perché è per forza prima in una notizia che si è inventata. I click degli AdSense vanno su che è un piacere e se è lesta vende la pagina del suo blogghettino pressoché inesistente a qualche affiliazione desiderosa di visibilità, tipo, Da Giggi er Porchettaro, dammi due carte da cento e per tutto l’anno sei a posto. Passano cinque, sei ore, e ancora le condivisioni aumentano, e i click pure; finché non arriva la smentita di Vasco, che finora era indeciso se pubblicare una propria foto in cui si scorticava gli zebedei per scaramanzia, o una in tenuta da Capitan America.
A questo punto è la smentita, a diventare la Notizia con la Z maiuscola, e viene condivisa a più non posso anche e soprattutto dai mezzi di informazione 2.0 nazionali – e forse arriva persino a qualche telegiornale. Col risultato che adesso dieci, venti milioni di italiani vanno a cercarsi la bufala della Cicirillo per leggersela, cliccando. E stiamo parlando di Vasco Rossi, mica di Elton John. Sennò i click erano duecento milioni. Nel frattempo: la Cicirillo, che fa, come il macchinista di Alfonso Gatto? Niente, che deve fare. Magari neppure esiste; magari è un tizio che ha altri sedici blogghettini di notiziole fasulle, come il tizio – ventenne – di senza censura.eu, che si inventava migranti che davano fuoco ad asili, che assaltavano chiese, che mangiavano cani sconditi. E laggente, che non vedeva l’ora di leggere cose simili, giù a cliccare, a commentare.
Perché è così che oggi si fa informazione sul Web 2.0, se si vogliono fare davvero i soldi: i click comandano, la notizia è solo un accessorio. Che siano gli scontrini del Sindaco Marino o il suo falso invito, che sia la dichiarazione razzista di qualche politico, o la modella sorpresa nelle braccia di un altro, l’importante è spararla grossa, spararla prima e spararla cattiva; poi, godere i benefici della smentita e sparire prima delle conseguenze. Il giornalismo, quello vero, che critica questo modo mostruoso di operare, ha solo da commiserarsi: in fondo, ha dato il cattivo esempio per quasi un secolo in materia, e ora si trova surclassato. A meno che, ovviamente, non voglia percorrere la stessa strada; come l’Huffington Post, ad esempio (la cui versione italiana è forse la più seria tra tutte quelle in circolazione), che si nutre – ne è letteralmente composto – di blogghettini altrui, manodopera a costo zero, scarsamente controllabile e che si contenta delle briciole, come il pesce pilota sulla pancia del grande squalo. E tanto per chiarire: anche noi, con questo articolo, abbiamo contribuito al portafoglio di Barbara Cicirillo. Praticamente, non c’è via d’uscita.
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