Brandi (lista per Nardella): una scienziata in politica

Maria Luisa Brandi, candidata nella lista Nardella, la lista civica che sostiene la corsa del vicesindaco alla poltrona di primo cittadino, è molto di più di uno scienziato che ha accesso a tutti i consessi medici più qualificati e importanti a livello internazionale, oltre ad essere membro di alcuni fra i collegi scientifici più qualificati al mondo, o a rappresentare un punto di riferimento per la ricerca scientifica mondiale e per la formazione di giovani leve che dal suo gruppo di Firenze vanno a cercar fortuna in tutto il mondo. Se si potesse dare un 'aggettivazione a questa donna straordinaria, la cui vita potrebbe essere trasformata in un film senza alcuna fatica,  si potrebbe utilizzare un termine in questi tempi fin troppo abusato, ma che riferito alla presidente di Firmo (uno dei suoi tanti importanti risultati, la Fondazione Raffaella Becagli, che è un esempio unico di ente privato non profit che riconosce come obiettivo prioritario la prevenzione e la cura delle malattie dello scheletro) riacquista la sua freschezza originaria: vale a dire, Maria Luisa Brandi è un leader.

Ed è da leader che la professoressa è entrata in questa competizione politica, portando un contributo importante alla candidatura di Dario Nardella.
Importante significa, in buona sostanza, che Brandi ha aggiunto un contributo di credibilità (testimoniata dalla sua straordinaria carriera in un campo fra i più difficili  in particolare per le donne, almeno in Italia) e di concretezza, ma anche di capacità di ideazione e realizzazione di cui la politica da molti anni è orfana.

Leader in un certo senso di “rottura”, Maria Luisa Brandi, anche in politica. E parlando con lei, emerge immediatamente, ancora prima delle ragioni della sua scelta, delle domande sul contributo che apporterà al programma del vicesindaco e su ciò che vuole realizzare tramite la sua “discesa” in politica, quale sarà la carica “rivoluzionaria” insita nella sua stessa natura di scienziato che produce idee.

“In un momento come questo, nel mondo politico, serve una metodologia più scientifica: idea-fattibilità- metodo per raggiungere il risultato-risultato necessariamente riproducibile”.

Semplice? Per nulla, come ben sa qualsiasi scienziato. Eppure, nel mondo della politica, innovativo e sconvolgente. Un metodo che fa giustizia di dichiarazioni, proclami, grandi emozioni … e poco succo. E che però ha bisogno, per funzionare, di una merce rara: idee. Esattamente il lavoro di Maria Luisa Brandi

Qual'è la “cifra” che la caratterizza, entrando nella competizione politica in “quota” Nardella?
"Il mio contributo che riguarda la città, meglio, la comunità straordinaria che si riconosce nel nome Firenze, è innanzitutto la spinta all'internazionalizzazione. Un concetto con cui Firenze da secoli, grazie alla sua storia, si confronta con familiarità. Ma che tuttavia intendo “declinare” in modo diverso, ribaltando in un certo senso il punto di vista. La nostra città ha da sempre un rapporto con l'internazionalizzazione di un certi tipo, potrei dire che è quello di uno sguardo velato di “sufficienza”: io sono Firenze, venite a trovarmi. In un certo senso, si può dire che la città “subisce” l' internazionalizzazione. Un atteggiamento che, se in buona parte giustificato dall'eccellenza di una città che in molti ritengono “la più bella del mondo”, tuttavia la priva di un altro importante contributo dell'internazionalizzazione, vale a dire la capacità di guardare all'esterno in cerca di idee. Non perché manchino in loco, ma solo perché il processo di muoversi e andare alla ricerca di altri punti di vista, altre novità, altri sistemi, altri processi logici o soluzioni, rende viva e vivace la città stessa, la sua dinamica, la capacità di confronto fa sbocciare il nuovo, evita il circolo vizioso, promuove la città stessa come soggetto attivo. Insomma, se volessimo condensare in un sintesi: “esportiamo” Firenze".

Ma qual è la molla che rende la sua proposta diversa dalle tante che vengono offerte in questo momento?
“E' necessario partire da un concetto: tutto ciò che ho fatto in questi anni, spesso “nonostante” Careggi, vale a dire a un sistema che a volte pone ostacoli che sembrano montagne insormontabili, è in buona sostanza compiuto per rispondere alle esigenze degli altri. Riguardando indietro a ciò che ho realizzato, sono soddisfatta anche se, come tutte le persone che hanno fatto molto, mantengo sempre un certo rimpianto per le cose che potevano essere fatte e che non ho avuto modo di fare. Ritengo che la politica possa essere una chiave di “inclusione” ulteriore della collettività riguardo ai risultati che ho conseguito. Una chiave che permette di diffondere a beneficio della comunità e in modo più allargato i risultati che in una vita di lavoro ho messo in piedi. Si tratta, in un certo senso, dell'allargamento della metodologia che mi ha portato a tutto ciò in un campo, quello politico, che per sua natura include l'intero corpo cittadino. Il Comune di Firenze potrebbe essere uno splendido ed efficace strumento in questa direzione. Ad esempio, sulla formazione e sui giovani si potrebbero realizzare progetti che mettano in comunicazione Firenze con realtà molto avanzate, come quelle delle università anglosassoni, costruendo concretamente una rete di eccellenze di cui Firenze può essere uno splendido passaggio".

Ha già in mente qualcosa?
“Intanto, cominciamo da come si può vedere Firenze: dal momento che il mio punto di vista è quello di un'endocrinologa, per me la città si configura come un enorme recettore che riceve ormoni di tutti i generi, in modo caotico e indifferenziato. Ed ecco, Firenze può funzionare come un ligando, vale a dire accogliere queste sollecitazioni declinandole nella sua specificità.  Come? Porto un esempio. Una decina di anni fa costruii un progetto che prevedeva un'interazione con le università americane. A quell'epoca, avevamo circa 4mila studenti che venivano a Firenze dagli Usa. Tutto molto bello, ma i nostri studenti dove li incontravano? Così si studiò il modo di produrre una serie di rapporti puntati sulla collaborazione fra le università americane e il nostro Ateneo. Un altro esempio? Durante una mia visita alla New York University, scoprii che avevano un programma di nutrizione fra i migliori in America. Perché non portarlo a Firenze, legandolo col fattore specifico della dieta mediterranea? Fu un successo. Insomma, l'importante è costruire progetti legati all'idea, studiarne la fattibilità, ideare la metodologia per conseguire il risultato, ottenre un risultato necessariamente riproducibile”.

Metodo scientifico applicato alla politica, insomma. Laddove “politica” viene assunta nel senso ampio di “darsi da fare per il bene della polis, vale a dire della comunità”. E' giusta questa interpretazione?
“Facendo tesoro di esperienze che provengono da “fuori”. Ad esempio, facendo tesoro della regola che valorizza le persone che sono state in grado di autogestirsi, magari mettendo un freno agli industriali che sono portatori di troppi interessi “particolari”. O guardando con interesse alle istituzioni filantropiche che sono quelle che sostengono la ricerca nei paesi anglosassoni. Dunque: lavorare su progetti, con un occhio di riguardo agli Usa”.

Da quanto detto finora, una delle priorità di cui lei sarà “sponsor” sarà sicuramente quella della formazione e dei giovani.
“Che si lega direttamente all'internazionalizzazione. Intanto mi sento di sfatare un mito: la fuga di cervelli non vuole automaticamente dire che chi va all'estero a studiare lo fa in quanto è particolarmente bravo o dotato. Inoltre, essere giovane non vuol dire che sei automaticamente bravo e capace. Tuttavia, sono loro il motore verso cui dobbiamo guardare, in quanto ricchezza per il futuro. E dunque, spendiamoci un po' di più in formazione”.

Ma non si scontra, questo assunto, con la mancanza di soldi che affligge non solo l'Italia, quanto in particolare i Comuni?
“E' necessario riuscire a portare qui i fondi di ricerca transnazionale. Faccio un esempio: cito il progetto Credits for Health, ideatro dall'Isitituo biomedico Euro Mediterraneo, che propone incentivi concreti per chi si “comporta bene” quanto a stili di vita. Si tratta di una sorta di social bonds che sono legati a un sistema che prevede il conseguimento dell'osservanza di regole salutari di vita attraverso un'impostazione di metodo non autoritaria ma di “cura” e “carezze”. Vale a dire, spingere con incentivi concreti la popolazione a seguire regole fondamentali per mantenere la salute. Un sistema che si può attuare benissimo anche in un Comune. Del resto, promuovere Firenze è facile e mi è facile: se posso rigiocare i contatti di tutta una vita che riguardano anche network potentissimi a favore di Firenze, bene! Non intendo rigiocare me stessa in politica, questo dev'essere chiaro: sto cercando di ottimizzare ciò che faccio nel mio lavoro, rendendolo più partecipato e allargandolo a “molti”. E Firenze può rappresentare l'apertura in più”.

Altre idee, magari anche in corso d'opera?
“Ad esempio, il progetto di riuscire a mettere insieme, creare un network con i centri no profit di Firenze, costruendo un'attività collegata di tutte le associazioni di questo tipo sul territorio. Una gestione del no profit che possa essere rivolta direttamente alla Comunità europea. Pensando alla Banche no profit, perché non impiegarle per preparare progetti e proporli alla Ue? Chiudo con questa riflessione: costruire e avere progetti  significa anche entrare concretamente in sistemi di valorizzazione come ad esempio l'Expo di Milano, in cui porteremo il progetto Skeleton House che coinvolge tutti  livelli di educazione, dalla moda al cibo, in un panorama aperto a 360 gradi. Un progetto che entra all'Expo 2015 di Milano, ma che è partito da qui, da Firenze, da Firmo”.

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