Una sottile “linea yankee” lega i due primi allestimenti lirici del Maggio Musicale numero 88. Se il primo era giustificato dal titolo inequivocabilmente americano, The death of Klinghoffer di John Adams, decisamente più bizzarro è l’accostamento stars and stripes imbastito da Valentina Carrasco per il Ballo in maschera. Il fatto è che la stessa regista, argentina di nascita, catalana di formazione al seguito della Fura dels Baus, si era cimentata con l’altra opera di Adams, Nixon in China, recentemente ripresa all’Opéra Bastille di Parigi. L’influenza sarà stata casuale. Ma il passaggio dalla “diplomazia del ping-pong”, incarnata dalla storica visita a Mao nel 1971 dall’inquilino della Casa Bianca, alla cornice kennediana degli anni Sessanta proiettata sul Ballo verdiano, suona come una fascinazione di sicura presa, a forte densità emotiva, culturale, politica. Carrasco sembra avere le idee chiare. Anche troppo.
“La struttura originale di questo grande capolavoro – spiega – ha come cuore narrativo la storia di un grande leader, molto carismatico e popolare che però, all’interno della sua ‘cerchia’, aveva dei nemici: questo mi ha fatto pensare a un episodio molto noto della storia recente, ossia l’assassinio di John Kennedy. Dal momento che la versione scelta è quella più consueta, in cui l’azione del libretto viene spostata nelle colonie del Nord America e il re di Svezia viene trasformato, originariamente per ragioni di opportunità e censura, nel governatore britannico Riccardo, ho trovato interessante tracciare un parallelo con John Fitzgerald Kennedy, personalità tra le più popolari del secondo ‘900. In particolare mi sono sembrati rilevanti alcuni aspetti della sua vita privata e politica, oltre che naturalmente la morte per mano di un assassino: esito di un complotto dai tratti ancora – in parte – oscuri. Anche Riccardo, il conte di Warwick, ci si presenta da subito con i suoi conclamati pregi, ma anche con evidenti difetti e una serie di atteggiamenti discutibili: lui stesso è conscio di star tradendo la fiducia di un amico e sodale politico per ragioni sentimentali”. Così il Riccardo, conte di Warwich, governatore di Boston, altri non sarebbe se non John Fitzgerald Kennedy. Rovesciando le parti, il JFK che tutti conosciamo, vita morte miracoli politica tragedia famiglia amori e via di questa passo, altri non sarebbe se non un clone del suddetto Riccardo, così come ce lo cesella la musica di Verdi e il libretto di Antonio Somma. Carrasco si fa prendere la mano. Una volta partita la “parentela” non si torna indietro. Provocazione? Faciloneria? Esuberanza?
Niente sfugge dell’America di quegli anni, caldi e turbolenti, succosi di nuove frontiere, all’occhio indagatore di Valentina. Che dallo Studio ovale di Washington (la casa di Riccardo), una folla di collaboratori, assistenti, colletti bianchi, segretari/e, funzionari, diplomatici (fa capolino persino un Gromyko in visita da Mosca) si trasferisce a Memphis, al Lorraine Motel, il balcone fatale di Martin Luther King che diventa l’antro della maga Ulrica, spazio emblematico di un’America in fiamme, fra Ku Klux Klan, chiese battiste, predicatori e cantori gospel, contestatori, hippies, briciole di pantere nere, Fbi, agenti provocatori, difensori dei diritti civili, neri, meticci e via dicendo, per passare con giravolta scenografica di un palcoscenico finalmente operativo, in una sorta di set cinematografico (l’orrido campo solitario nei dintorni di Boston), un po’ saloon, un po’ cartolina New Orleans, fra Porgy and Bess e West Side Story, popolato da prostitute e spacciatori con cabina telefonica in versione alcova (ma alla fine è più funzionale a Riccardo la dura terra per abbrancare la povera Amelia). Poi dopo l’ennesimo passaggio di foto e simboli e manifesti e scritte del corredo kennediano, si arriva al clou della vicenda, vista come una kitschissima convention democratica, con festoni e palloncini, intighi e strette di mano. La fine è nota. A Riccardo/JFK non resta che morire impallinato da un Lee Oswald sbucato d’improvviso, appostato di fianco al golfo mistico, in quel tragico 22 novembre 1963 a Dallas. Il fuori campo coglie di sorpresa. Ma c’è tempo per ammirare Marilyn al Madison Square Garden il 19 maggio 1962 che canta, fasciata nel suo abito trasparente, “Happy birthday mr. President” mentre arriva la grande torta per festeggiare i 45 anni di John, e posare lo sguardo doloroso su Jacqueline, moglie/madre, e sui piccoli John-John e Caroline, sbalzati sui binari della Grande Storia, e su quel tailleur rosa che fece il giro del mondo, ma ora non insanguinato come rimase quello della First Lady dopo gli spari dal deposito di libri sulla limousine presidenziale. In tanta confusione, con l’assassino subito arrestato (Carrasco si concede qualche leggerezza) si fa largo un uomo d’ordine, forse un poliziotto. Un deus ex machina?
E’ alto, è virile, è nero. Ma sì, è l’ispettore Tibbs di Sidney Poitier. La calda notte per lui, come per gli spettatori della prima, che riservano calorosi applausi agli interpreti tutti (generosi e convincenti: Antonio Poli/Riccardo, Chiara Isotton/Amelia, Bogdan Baciu/Renato, Lavinia Bini/Oscar, Ksenia Dudnikova/Ulrica), al direttore Emmanuel Tjeknavorian, al suo primo cimento operistico, al coro e all’orchestra, e sonori buu a Carrasco e collaboratori, si chiude con qualche dubbio. C’era bisogno di tutta questa ridondanza/risonanza di immagini per fatti che appartengono ormai alla vulgata popolare di un Novecento folle e sanguinario? Un po’ ci si distrae dalla sublime sostanza verdiana. Almeno così ci è parso. Repliche venerdì 22 maggio alle 20, domenica 17 e domenica 24 maggio alle 15,30.