La mostra è a cura di Franziska Nori e Riccardo Lami, e con due contributi abbastanza imprevedibili di Paul Ginsborg e Chiara Saraceno. La mostra affronta uno dei temi più problematici dell’antropologia tout court, ossia il senso dell’istituzione ‘famiglia’, antica quanto l’uomo, nella società di oggi , disvelandone i nodi essenziali di necessità, emozioni, ipocrisie. Gli artisti.-. undici, in prevalenza stranieri.-. si avvalgono di tecniche e competenze diverse: fotografia, stampa cromogenica(c-print), video, installazioni, ecc. Ma aldilà della tecnologia , ciascuno analizza situazioni dell’istituzione famiglia a dir poco conturbanti, presentando una serie di foto di gruppo apparentemente tranquillizzati. Franca Falletti ,nella prima sala, ha prestato a Thomas Struth, la sua foto di famiglia: appare sorridente e orgogliosa : tre bei figli, ma lo sguardo della figlia è interrogativo. Un padre ci deve pur essere stato…
Nella famiglia newyorkese, ordinatamente in casa, obbediente alla civilissima abitudine di togliere in casa le senza scarpe da esterno, l’obiettivo fissa tutti felicemente insieme per un breve momento, ma gli sguardi sono rivolti al proprio io interno,senza partecipazione all’evento comune. Per non parlare dei signori di Colonia, il padre che ostenta naturalezza , con la piccola bambina che serve a confermarlo nel suo ruolo. La madre e figlio più grande ,invece, sono già impenetrabili, subordinati a un comando non detto ma già interiorizzato.
Ma passando nelle stanze successive assistiamo a una smentita totale di queste prime immagini che, a uno sguardo superficiale , potevano apparire normali. Il belga Hans Op de Beek immagina una famiglia immaginaria i cui membri sono messi in posa come marionette di un teatro surreale, esseri senza vita, che giocano un gioco privo di relazione, con palloncini e cappelli da clown, su uno sfondo di ombre che vanno e vengono,decostruendo così ruoli e rappporti reali: una delle più belle e suggestive opere in mostra.
Nel salotto borghese di Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini un uomo, una donna e un’adolescente – in ombra, assolutamente estraniata – siedono a tavola, uno di fronte all’altro. La donna legge qualcosa, l’uomo la guarda un po’ ostile o forse solo indifferente: situazione quasi emblematica di un rapporto di coppia,o comunque familiare, esaurito. Anche gli oggetti , le luci, i suoni della scena sono frammentati, come diviso è il tavolo e la parete che a uno sguardo distratto sembra unitario.
Chrischa Oswal, in un’installazione video a due canali, mostra la perturbante situazione di quando un rapporto d’amore parentale diviene eccessivo arrivando al limite dell’ incestuoso: madre e figlia, intrecciate in una fisicità esclusiva, si esprimono in maniera quasi animalesca, lambendo con la lingua l’una il volto dell’altra , in una inquietante azione seriale.
Annamaria Piccinini