All’Istituto Agrario di Firenze un convegno sulla connessione fra mafie e agricoltura

Firenze – Iniziativa su sicurezza, garanzia e legalità in agricoltura: stamattina si è tenuto un appuntamento in ricordo del giudice Giovanni Falcone, all‘Istituto Agrario di Firenze, in via dei Vespucci, in occasione dell’evento “Festa d’Autunno”. Fra i relatori, il presidente della Fondazione Caponnetto Salvatore Calleri, Maurizio Pascucci, responsabile della sezione Beni confiscati della Fondazione e presidente dell’associazione Fior di Corleone, la dottoressa Anna Favi, magistrato della sezione Penale della Corte d’Appello di Firenze, il direttore generale dell’ente Terre di Toscana Giovanni Sordi.

L’incontro, molto partecipato, si è snodato nella mattinata, con conclusione alle 12. Il convegno è stato organizzato e promosso dal dirigente scolastico, prof. Andrea Marchetti, che alle 12 ha anche intitolato, con un suo intervento, l’Azienda Agraria IPSAA al prof. Carlo di Marco. Il Dirigente scolastico ha introdotto e moderato il dibattito.

Una questione, quella del legame fra mafia e agricoltura, che ha radici antiche ma che si è sviluppata contemporaneamente alle “nuove” forme di profitto delle cosche, in primis quelle legate alla produzione, traffico e vendita di sostanze stupefacenti, introducendo un sistema di controllo, che passa sia dal territorio che dalla logistica, dalla produzione fino alla determinazione dei prezzi sul mercato, come ha spiegato Salvatore Calleri: “La questione agricoltura cosa c’entra con la mafia? – dice il presidente – c’entra molto. La mafia ama l’agricoltura, si fanno soldi e si rischia poco. Il controllo di mercati ortofrutticoli, trasporti, il fenomeno del caporalato, fa sì che la presenza della mafia nell’agricoltura conduca alla distorsione dei prezzi”. Una rete di controllo che arriva fino ai mercati del Nord, che è stato scoperchiato in particolare dalle inchieste del procuratore Sirignano, che ha indagato in particolare i legami fra camorra e cosa nostra partendo dal mercato di Fondi, nel Basso Lazio (https://www.thedotcultura.it/il-giudice-sirignano-un-cartello-di-cosche-controlla-lagroalimentare/).

Nel corso del convegno è stato anche presentato un prodotto gastronomico altamente simbolico: un patè di olive provenienti dalla tenuta di Suvignano, bene confiscato simbolo della lotta alla mafia in Toscana, prodotto dal laboratorio gastronomico della scuola. Spiega Pascucci: “Si tratta di un prodotto che unisce due tradizioni, quella agraria delle nostre campagne con la necessità di un’agricoltura pulita e rispettosa, sostenibile a tutti gli effetti, sia in senso agricolo sia nel senso della legalità. Dalla terra alla tavola, con i ragazzi protagonisti di una sorta di educazione civica pratica, si giunge alla realizzazione di un’eccellenza a tutto tondo, sia dal punto di vista del gusto che dell’etica”.

La storia giudiziaria di Suvignano si intreccia fortemente con quella del giudice Giovanni Falcone, a cui il convegno odierno è stato dedicato. E’ Giovanni Falcone infatti, che nel 1983 sequestra l’azienda una prima volta all’imprenditore palermitano Vincenzo Piazza, sospettato di aver rapporti con Cosa Nostra. Il costruttore siciliano ne rientra successivamente in possesso. Tra il 1994 e il 1996 arriva il secondo sequestro, assieme ad un patrimonio di ben duemila miliardi di vecchie lire affidato alla gestione di un amministratore giudiziario. Poi, nel 2007 appunto, la condanna e la confisca definitiva. A sugellare questo rapporto, sulle scatoline di vetro del patè di olive di Suvignano, ormai da 15 anni “bene confiscato”, un bigliettino: “In memoria di Giovanni Falcone”, e una sua frase ormai famosa: “La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine”.

 

 

 

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