Alberi giù, Comitato Cittadini: “Si passa dalla “cura” al “consumo” del verde”

Firenze – Li hanno chiamati i “talebani degli alberi”, gli irriducibili del verde, ma il Comitato Cittadini Area Fiorentina e l’associazione ambientalista Italia Nostra rifiutano queste etichette. “Non ci sto a farci definire “talebani” – dice Mario Bencivenni, del Comitato Cittadini, rappresentante anche di Italia Nostra – se un albero è pericoloso, va abbattuto. Il vero problema è, in prima battuta, se è possibile che Firenze possieda  circa 7500 alberi (a tanto ammonta il famoso ricambio del 10% delle alberature che l’amministrazione fiorentina sta mettendo in atto a tamburo battente) tutti a pericolo di crollo, e in seconda battuta, su cosa si fonda la dichiarata “pericolosità” delle alberature cittadine. Secondo il nostro parere, si tratta di una vera e propria deforestazione urbana”.

Il professor Mario Bencivenni non è il primo arrivato per quanto riguarda il verde pubblico. Autore di  numerose pubblicazioni  sul tema, fra le sue ultime fatiche, sta curando la pubblicazione della  monumentale opera di A. Pucci su I giardini di Firenze, in corso di pubblicazione (sono già usciti i primi tre volumi) per la Casa editrice fiorentina Olschki. Attualmente  è docente  di “Teorie e storia del restauro dei giardini storici” alla Scuola di specializzazione in ‘restauro dei monumenti e dei giardini storici e del paesaggio de “La Sapienza” di Roma.

Ed è proprio partendo dai dati tecnici che si sviluppa la critica alla “sistematica deforestazione urbana” che l’amministrazione comunale, secondo  il Comitato Cittadinie Italia Nostra, ma anche WWF e Legambiente oltre ai cittadini che stanno dando vita spontaneamente a presidi e manifestazioni per fermare gli abbattimenti, sta mettendo in atto a tappe forzate. Piazza San Marco spoglia dei suoi storici olmi, la stazione di Michelucci orbata dei suoi pini, viale Corsica e  viale Belfiore spogliati delle loro alberature sono le tappe che appaiono agli occhi di chi percorre la città in questi giorni.

“Firenze ha una dotazione di circa 75mila alberi – ricorda Bencivenni – l’abbattimento del 10% annunciato e messo in atto dall’amministrazione prevede la scomparsa di circa  7.500 alberi. La prospettiva è quella del reimpianto, ma per far questo è necessario che il Comune si sia dotato di un progetto organico tra l’altro richiesto dalla legge. Come Comitato abbiamo chiesto l’accesso agli atti, ma per ora non abbiamo avuto risposta. La domanda, ricordo, è stata inoltrata all’amministrazione il  24agosto scorso, ma gli abbattimenti procedono e noi non abbiamo ancora potuto prendere visione del piano di abbattimenti e reimpianti che dovrebbe sottostare a tutta l’operazione”.

Questione di trasparenza, intanto, surrogata dalla normativa comunale, secondo un ordine di servizio diffuso dall’allora direttore dell’Osservatorio Ambientale Pietro Rubellini,  datato 3 settembre 2009, che intendeva garantire, secondo quanto richiesto dalla legge, il diritto dei cittadini relativamente alle informazioni riguardanti tutti gli alberi oggetto di futuro abbattimento. Inoltre la città di Firenze ancora non si è dotata di un piano del verde, strumento attuativo del Piano strutturale secondo quanto previsto dalla legislazione sul governo del territorio; si è solo ditata nel dicembre 2016 di un nuovo “Regolamento del patrimonio arboreo” che oltretutto privo di un regolamento attuativo risulta un atto  privo di conseguenze.

Di fatto, il Comune di Firenze (come in genere le amministrazioni pubbliche)  si muove in base a una certificazione specifica sulla salute degli alberi denominata, con acronimo inglese, VTA, che sta per Visual Tree Assestment. Di cosa si tratta? E’ un metodo che si basa sulla identificazione degli eventuali sintomi esterni dell’albero, che dovrebbero indicare la presenza di anomalie rispetto al legno interno. Per essere precisi, si tratta di anomalie che possono non essere immediatamente identificabili, come ad esempio quando si rilevano funghi che si sviluppano sui tessuti legnosi, ma che un occhio esperto sa cogliere in presenza di difetti meccanici e fisici all’interno dell’albero. Una volta che vengono riconosciuti questi “sintomi di difetto”, si passa alla fase dell’analisi e della conferma, che conduce poi  a prescrizioni di azioni codificate con alcune lettere dell’alfabeto(A-D. Si passa dalla A, che configura uno stato di sanità buono dell’albero, alla categoria D, che invece rappresenta lo stato per cui l’albero deve essere abbattuto. Tutta l’analisi fino alle schede valutative sono affidate abitualmente, per ovvia questione di competenze professionali, a  dottori agronomi, a dottori forestali, a periti agrari. ad  agrotecnici iscritti nei rispettivi albi professionali.

Se vengono individuati dei sintomi di difetto, questi devono essere confermati da metodi di analisi approfonditi e devono poi essere dimensionati. Così, alberi sani vengono esaminati in modo non distruttivo, e solo se i sospetti vengono confermati si procede ad un’indagine più approfondita dell’albero. In Italia la metodologia VTA è liberamente praticabile non essendo normativamente riservata ad alcun ordine professionale, tuttavia richiedendo complesse conoscenze interpretative agronomiche, botaniche e forestali, e può essere svolta solo da dottori agronomi, da dottori forestali, da periti agrari e da agrotecnici iscritti nei rispettivi albi professionali.

Ed ecco cosa c’è che non va, secondo il Comitato e le associazioni ambientaliste: l‘uso “perlomeno disinvolto” che l’amministrazione comunale fiorentina fa di queste VTA. “Il Comune di Firenze – ricorda ancora Bencivenni – abbatte anche piante che si trovano nelle categorie B e C. Ciò non vuol dire che una VTA che pone un albero nella categoria C non sia modificabile; lo è, ma solo compiendo  un’altra indagine che fa scattare la categoria verso il basso”.

Un altro punto critico è il dato “del tutto statistico”, che il Comune adduce quando si parla di abbattimenti, vale a dire, i famosi “reimpianti”. “Anche qui si cade sul solito problema statistico del pollo – spiega Bencivenni – dire “se ne abbattono 300 e se ne reimpiantano 350”, riferito alle alberature, non è che un sistema per nascondere il problema. Abbattere un albero di sessant’anni di età e reimpiantarne uno più giovane, meno sviluppato, non fa “pari”. Ciò che si perde, a livello di salute pubblica, estetica, sviluppo di un piccolo ecosistema di cui l’albero è portatore naturale, non si recupera: il deficit rimane”. E se qualcuno avesse dubbi, i dati scientifici circa il ruolo che gli alberi, in particolare quelli grandi, sviluppati, da anni sullo stesso posto,  svolgono nei confronti dell’inquinamento urbano sono inappellabili.

Ancora, un altro profilo su cui si appuntano le critiche è proprio quello della ripiantumazione. Sul punto, diventa importantissima la vera e propria “rivoluzione” inaugurata nel 1993, quando, con la delibera consiliare n.200/73 del 19 febbraio 1993 che trasferisce le funzioni per la manutenzione del verde urbano ai Quartieri “comincia lo smantellamento del servizio giardini urbani comunali, inaugurando una china, che senza soluzione di continuità fra le giunte Domenici, Renzi, Nardella,  porta alla situazione odierna”, spiega Bencivenni.

Questa affermazione si declina nel concreto nel sistema di appalti circa il verde pubblico diventato la regola cittadina. Il passaggio ai Quartieri infatti si accompagna all’esternalizzazione del verde, che vede due ditte vincere gli appalti del settore con un ribasso  fino al 70%. Per comprendere meglio ciò che succede, bastano alcuni dati storici: nel 1920, il servizio Giardini comunale ha un organico di 199 addetti. Nel 1963, il settore del verde urbano ha 77mila metri quadri di vivai, 68.225 giardini di allevamento, 12mila cantieri (dove si trovano le attrezzature); 3mila metri quadri occupati da serre, tepidari, cassoni ed altri locali vetrati. Di fatto, una straordinaria macchina per la “cura” del verde cittadino che viene presa ad esempio e ammirata in tutta Europa.

viale corsica“Il venir meno di questo apparato – spiega Bencivenni – comporta in buona sostanza il venir meno della funzione della “cura”, che vuol dire il mantenimento, la manutenzione tout court, ma anche la potatura, il reimpianto, gli abbattimenti necessari alla salute del patrimonio “verde” di cui il cittadino gode. Il passaggio all’esternalizzazione segna la perdita di questa modalità, per avvicinarsi a un concetto del “consumo” del verde, che di per se’ autorizza l’uso “disinvolto” delle schede valutative cui si accennava poc’anzi”.  Insomma, in altre parole: se la fruizione del verde è “consumo”, abbattimenti e reimpianti sono “normali”.

“Si sostituisce piano piano al concetto del verde come patrimonio pubblico, quello per cui il patrimonio arboreo viene considerato un peso e un pericolo”.

Questo “nuovo corso” introduce anche variabili di peso non indifferente. Ad esempio, come sottolinea l’architetto Paolo Celebre,  del Comitato Cittadini,  la sostituzione dei grandi alberi caratteristici di Firenze, rischia di passare per alberi di dimensioni più ridotte che potremmo chiamare “esotici” come (se ne fa un gran parlare proprio in questi giorni) un pero di origine orientale, caratterizzato da dimensioni ridotte e fioriture. Una scelta che, condivisa anche da altre grandi città, rischia di uniformare il patrimonio arboreo cittadino, con la perdita di quelle caratteristiche tutte fiorentine per cui la città riceveva entusiasti e appassionati encomi in tutta Europa. Non solo, il ridimensionamento del principio della “cura”, che comporta la formazione di competenze e professionalità di grande spessore, è foriero di risultati ben più pericolosi, come hanno dimostrato gli ultimi accadimenti in materia di distacco di rami o di cadute di alberi. In parole povere: si aumentano gli abbattimenti, ma lo stato di salute generale non migliora. Anzi.

Infine, un’ultimo svincolo: “Per quanto riguarda la vita degli alberi – conclude Bencivenni – è fondamentale la loro messa a dimora. Se il “sesto” (la distanza delle piante l’una dall’altra e dal muro degli edifici) è studiato tenendo conto della natura dell’albero che si va a piantare, non è neppure necessario intervenire con potature sugli alberi adulti. Un principio ben presente nei secoli scorsi. L’importanza da parte comunale di avere un ufficio competente, professionalità formate, capacità di intervento e controllo, organici adeguati viene da se’. In questo caso, non ci sarebbe nessun problema neppure ad utilizzare i privati”.

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